L’annuncio

Ruffini lascia l’Agenzia delle Entrate: non scendo in campo ma parlare è un diritto

«Non mi era mai capitato di vedere pubblici funzionari essere additati come estorsori di un pizzo di Stato»

di Redazione Roma

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3' di lettura

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Ernesto Maria Ruffini lascia l’incarico di direttore dell’Agenzia delle Entrate. «Non scendo in campo - dice in un’intervista al Corriere della sera, commentando l’ipotesi di un ruolo di “federatore” dell’area centrista dell’opposizione - ma rivendico il diritto di parlare. Ho letto che parlare di bene comune sarebbe una scelta di campo. E che dunque dovrei tacere oppure lasciare l’incarico. È stata fatta persino una descrizione caricaturale del ruolo di Direttore dell’Agenzia, come se combattere l’evasione fosse una scelta di parte e addirittura qualcosa di cui vergognarsi».

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«Non condivido - dice ancora Ruffini, 55 anni, direttore delle Entrate dal gennaio 2020 - il chiacchiericcio che scambia la politica per un gioco di società, le idee per etichette ed il senso civico per una scalata di potere». Si è dimesso, spiega, «perché è l’unico modo per rimanere me stesso. Io federatore? Fatico a pensare che per cambiare le cose bastino i singoli. Per natura tendo più a credere nella forza delle persone che collaborano per un progetto comune. Affidarsi a sedicenti salvatori della Patria non è un buon affare».

«Pizzo di Stato? Inaudito»

«Non mi era mai capitato di vedere pubblici funzionari essere additati come estorsori di un pizzo di Stato. Oppure di sentir dire che l’Agenzia delle Entrate tiene in ostaggio le famiglie, come fosse un sequestratore» dice ancora Ruffini che era già stato direttore dell’Agenzia delle entrate da luglio 2017 a settembre 2018 dopo essere stato amministratore delegato di Equitalia a partire da giugno 2015. «Ho taciuto sinora, per senso dello Stato - aggiunge -. Però se il fisco in sé è demonizzato, si colpisce il cuore dello Stato. Ho sempre pensato che a danneggiare i cittadini onesti siano gli evasori».

Le dimissioni annunciate a Giorgetti

«Mercoledì ho visto il ministro Giorgetti per avvertirlo dell’intenzione di rimettere il mandato».

«Non scendo in campo»

Scende in campo? «Avevo già smentito. La mia unica bussola in questi anni è stata il rispetto per le leggi e per il mandato che mi è stato affidato: essere al di sopra delle parti, servire il bene comune. Quello che è accaduto in questi giorni intorno al mio nome descrive un contesto cambiato rispetto a quando ho assunto questo incarico e anche rispetto a quando ho accettato di rimanere. Ne traggo le conseguenze».

«Difendo il diritto e la libertà di parlare»

«Torno a fare l’avvocato - dice ancora -. Rimango con le mie idee e i miei ideali. E difendo il diritto e la libertà di parlare di bene comune e senso civico. Per me oltre che un diritto è un dovere di tutti. Non essendo attaccato alle poltrone, non ho mai considerato il mio ruolo come una posizione da occupare, ma come un incarico da svolgere con lealtà, per servire non un partito o una parte politica ma lo Stato».

«Dovremmo smetterla - dice ancora - di considerare la politica come una partita a scacchi o un gioco di potere, perché dovrebbe essere un percorso fatto di discussioni, grandi ideali, progetti, coinvolgimento. Non un talent show culinario per selezionare uno chef in grado di mescolare un po’ di ingredienti, nella speranza che il piatto finale sia buono». E aggiunge: «La politica non è un posto dove sedersi. Vuol dire innanzitutto avere a cuore la comunità in cui si vive. Ci si può impegnare anche senza avere ruoli: non occorre diventare giardinieri per prendersi cura dell’aiuola davanti a casa. Penso che questo sia un diritto, e un dovere di ogni cittadino. Quindi anche mio».

I risultati alla guida dell’Agenzia

Ruffini rivendica «il calo dell’evasione, che è scesa di circa il 30 per cento, e parallelamente dei record di recupero che abbiamo stabilito, fino a superare i 31 miliardi incassati in un solo anno. A volte sembra quasi che contrastare gli evasori sia una colpa e ci si preoccupi più di questo che degli ospedali che chiudono, delle scuole che non hanno fondi o della carenza di servizi perché le risorse sono insufficienti. Se tutti contribuissimo in ragione della nostra condizione economica, tutti pagheremmo meno e avremmo servizi migliori».


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