Le analisi sui giornali esteri

Il dibattito internazionale sull’eredità di Papa Francesco: riformatore o frainteso?

Le opinioni divergenti sulla figura di Papa Francesco e il suo impatto sulla Chiesa cattolica sono oggetto di discussione sui giornali internazionali

di Annalisa Godi

3' di lettura

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Sull’eredità che Papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, lascerà ai suoi successori le opinioni sono diverse e molteplici: per alcuni è stato un riformatore, colui che ha portato di nuovo l’attenzione verso la povertà e le persone fragili, mentre per altri ha solo creato confusione tra i fedeli e non è stato in grado di riformare le istituzioni clericali perché non le conosceva.

I punti di vista differenti si possono leggere sui quotidiani di tutto il mondo, anche su quelli finanziari che di solito dedicano poco spazio alle questioni di fede.

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“Chi sono io per giudicare?”, è la frase più celebre pronunciata da Bergoglio all’inizio del suo pontificato: una risposta ad una domanda scomoda, la presenza di sacerdoti omosessuali nella Chiesa, di cui hanno dato conto il Financial Times e Les Echos nei loro editoriali.

Ciò che, secondo i due quotidiani, ha contribuito a definire Papa Francesco come un riformatore è stata l’attenzione per i poveri e le persone più deboli, di cui si è fatto portavoce numerose volte. “È stato molto legato al suo soprannome ‘Papa dei poveri’”, ricorda Les Echos.

Come difensore dei più deboli, ha visto quali effetti ha il cambiamento climatico sulle popolazioni che lo subiscono e, facendo onore al nome che ha scelto, ha speso parole per la difesa del pianeta in cui viviamo.

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La distanza tra Bergoglio e i suoi predecessori è stata misurata dal quotidiano francese anche dal rifiuto di vivere nell’agiatezza: al fastoso Palazzo apostolico ha preferito un appartamento di due stanze a Santa Marta e come papamobile una piccola utilitaria.

Handelsblatt ha sottolineato invece la lontananza tra Bergoglio e uno dei suoi ultimi ospiti, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance: “Il Papa era l’antitesi dello spirito politico dominante dei nostri tempi, che J.D. Vance e il suo superiore Donald Trump rappresentano”.

“Sinonimo di umiltà e non arroganza”, sostiene il quotidiano tedesco, mentre per Bloomberg si trattava di “un uomo potente chinato nell’umiltà, che prega per i poveri e abbraccia gli umili – come il fondatore della sua fede ha fatto duemila anni fa”.

Sul Wall Street Journal la penna di Francis X. Meier ha invece definito l’eredità di Papa Francesco “un grande punto interrogativo”. Il suo pontificato ha offerto il fianco a numerose critiche, tra cui l’avvicinamento alla Cina (un paese dove i cristiani sono perseguitati), i rapporti “privilegiati” con l’ordine gesuita (da cui Bergoglio proviene) in materia di dottrina e le critiche al clero, che avrebbero allontanato molti preti e vescovi volenterosi. Meier ha criticato le posizioni antiamericane del pontefice che attribuisce alle sue radici latino-americane. Così come “una mancanza di antropologia cristiana in un momento in cui l’identità umana e sessuale sono in crisi”.

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Per Matthew Hennessey, sempre per il Wall Street Journal, Papa Francesco è stato “un pastore, non un riformatore. Aveva l’odore delle sue pecore su di sé”. Essendo un estraneo alla Curia romana e provenendo da un luogo remoto come l’Argentina, Bergoglio non ne conosceva sufficientemente le istituzioni, così non ha potuto fare cambiamenti che sarebbero durati nel tempo. E aggiunge: “I manipolatori e gli inside player della Curia romana lo hanno mangiato a pranzo”.

Agli occhi di chi lo ha riconosciuto come un riformatore e a quelli di chi ne ha criticato le scelte, Bergoglio è stato un outsider, un uomo che si è distinto dai suoi predecessori nel bene e nel male. Ha lasciato scontenti i progressisti che gli chiedevano una riforma del sacerdozio, dando l’accesso alle donne e permettendo ai preti di sposarsi; è stato duro e inflessibile con gli ambienti cattolici tradizionalisti.

Come sostiene Walter Russell Mead del Wall Street Journal, il pontificato di Jorge Bergoglio si è mosso nello spirito conservatore rappresentato dal Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

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