Il profilo

Francesco, dalle “villas miserias” alla Cattedra di Pietro. La vita incredibile del gesuita che ha scombinato l’agenda della Chiesa

Il percorso straordinario di Francesco, il primo papa latinoamericano, dalla sua infanzia nelle villas miserias di Buenos Aires fino alla guida della Chiesa cattolica

di Carlo Marroni

Papa Francesco, dalle periferie di Buenos Aires alla Cattedra di Pietro

13' di lettura

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Un papato senza soste – solo qualche ricovero - dodici anni vissuti senza freni. Francesco, venuto a mancare lunedì 21 aprile 2025, nel 2013 spunta senza preavviso, e piomba dalla fine del mondo al cuore della cristianità, Roma. È primo papa extra-europeo, dall’America latina, e primo non solo in quello. Jorge Mario Bergoglio è un gesuita, figlio dell’ordine che in anticipo su tutti nella storia della chiesa aveva i suoi preti ai quattro angoli del mondo.

Bergoglio, nato negli anni ’30 in una terra ai confini della Terra, l’Argentina, è stato il vero volto della globalizzazione della fede, più del giramondo Giovanni Paolo II, figlio del vecchio continente. Ha messo in subbuglio la Chiesa – ma senza cambiare la dottrina davvero - ha portato sotto i riflettori angoli dimenticati della cristianità (che sono comunque rimasti tali), ha dato dignità agli esclusi dai valori non negoziabili, ha lottato contro gli abusi e la pratica dell’omertà, ha accantonato il proselitismo, ha dialogato con l’Islam, si è scusato con i popoli oppressi dalla cristianità conquistatrice, ha aperto alla Cina.

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La rivoluzione di Francesco parte da lontano, dalle villas miserias della periferia di Buenos Aires. Ed è da lì che bisogna partire per comprendere il papa scomparso, eletto il 13 marzo 2013 poco dopo un mese dalla rinuncia del suo predecessore Benedetto XVI, con una votazione molto ampia. Gesuita, argentino. Questo sarà il marchio di fabbrica che lo accompagnerà per tutto il pontificato, cercando in questa caratteristica a due facce le spiegazioni per i suoi gesti, le sue decisioni, ma anche gli scarti, e anche i molti errori e lo stato in molti casi confusionale e approssimativo che ha accompagnato il suo stile di governo. In realtà molto del pontificato va analizzato sulla base della sua esperienza, della storia che ha vissuto, a partire da quella del suo paese, che ha vissuto lunghi anni di dittature.

Giovanissimo provinciale dei gesuiti, in conflitto con la casa generalizia

Jorge Mario Bergoglio nasce il 17 dicembre 1936 a Buenos Aires, da immigrati piemontesi. Il padre era ferroviere, lui si diploma perito chimico, da ragazzo gioca a calcio con i coetanei del barrio – come racconta Andrea Tornielli nel libro “Francesco Insieme” (Piemme) – all’età di dodici anni prova una simpatia per una ragazzina, Amalia, che oggi vive sempre nello stesso quartiere. Ma sceglie il sacerdozio, va in seminario e nel 1958 entra ea far parte come novizio della Compagnia di Gesù. Giovanissimo, a 36 anni, diventa provinciale dei gesuiti argentini, il più giovane di tutto l’ordine. Sarà un’esperienza controversa, l’immagine che esce è di un capo autoritario, il giudizio che emerge è che i gesuiti argentino sotto la sua guida non siano al passo con il resto della Compagnia in America Latina. Non vede di buon occhio la Teologia della Liberazione, allora molto in voga (anche nei circuiti progressisti occidentali), ma crea spaccature, mancano le vocazioni. Emerge anche l’accusa – falsa – di aver collaborato con la dittatura e aver consegnato ai militari due preti, che invece farà di tutto per liberarli. Dopo sei anni diventa rettore della facoltà di Teologia e Filosofia a San Miguel – dove farà una vita molto pratica, lavorando anche nei campi - nel 1986 si è recato in Germania per ultimare la sua tesi dottorale e il suo ritorno in Argentina è malvisto da molti confratelli. Inizia il periodo – quasi due anni – di esilio a Cordoba, è isolato. Da allora il suo rapporto con l’ordine gesuitico sarà difficile, tanto che la sua elezione è accolta nella casa generalizia di Borgo Santo Spirito con incredulità e stordimento. Mai un gesuita era stato eletto Papa, anche perché Sant’Ignazio, nell’atto di fondare l’ordine, fissa la regola che i confratelli non debbano accettare incarichi episcopali, e quando questo è richiesto deve essere in qualche modo autorizzato, tuttora.

Vescovo a Buenos Aires, si mette in luce ad Aparecida nel 2007

È tempo di cambiare. Il 20 maggio 1992 è nominato vescovo ausiliare di Buenos Aires, nel 1997 è stato nominato Arcivescovo Coadiutore di Buenos Aires e il 28 febbraio 1998 Arcivescovo di Buenos Aires per successione, alla morte del Cardinale Quarracino, suo grande estimatore. Nel 2001 viene creato cardinale da Giovanni Paolo II. Sono gli anni della crisi finanziaria argentina, Bergoglio è vicino alla popolazione sempre più povera, ma anche la diocesi è in cattive acque, e la Curia gli viene in aiuto attraverso lo Ior, che manderà dei soldi. Nel conclave del 2005, che eleggerà Ratzinger, Bergoglio prende fino a 40 voti nella terza votazione, ma il rischio di una spaccatura lo porta, nel pranzo del secondo giorno, a chiedere di far convergere i voti sul cardinale tedesco. Una tappa fondamentale del suo percorso è la Conferenza del 2007 ad Aparecida della potente Celam – Conferenza episcopale latino-americana – in cui Bergoglio fu coordinatore del testo finale, uno dei manifesti del suo pensiero, che saranno parte della piattaforma del pontificato. Ma il suo nome era spuntato con grande evidenza già nel 2005, quando al Conclave che elegge Ratzinger prende fino a 40 voti, una minoranza di “blocco” in grado di condizionare l’esito: sarà lui stesso a dire ai cardinali di votare per il cardinale tedesco.

In seguito verrà poche volte a Roma, e anche per il conclave del 2013 è pronto a rientrare a casa. È già dimissionario dalla carica per il compimento di 75 anni (ne ha oltre 76), ma come vanno le cose è noto. Parla nell’ultimo scorcio delle congregazioni generali – le riunioni preparatorie del conclave – evita di affrontare i temi di struttura, di finanze, di gerarchie, va dritto al tema delle “periferie esistenziali” che sarà il luogo ideale della sua azione, ed era quello della sua gioventù di ragazzo e di prete (e anche di vescovo). Viene votato senza freni – oltre centro voti su 115 votanti, quorum a 77 - travolge tutti i candidati virtuali e mediatici delle settimane precedenti, una sorpresa quindi (ma non per tutti, non per Il Sole 24 Ore), a partire dal nome, Francesco, anche questa una prima della storia. Da lì, da quel saluto “Fratelli e sorelle, Buonasera!”, dalla preghiera, dalla fine del mondo, inizia il cammino di un papa a cui Roma, la Curia, la cristianità occidentale, non era forse pronto. Ma l’effetto è immediato, specie perché la Chiesa veniva da anni difficili, quelli dello scorcio finale del pontificato di Benedetto, contrassegnati da lotte interne e scandali. Il suo pontificato è un percorso di decisioni inattese e di processi lunghi, ma tutti sotto il comune metodo “gesuitico” del discernimento ignaziano, che porta il capo ad ascoltare tutti, ma decidere da solo. Da subito sceglie di vivere a Santa Marta, in realtà non tanto per modestia, ma perché realmente nel Palazzo Apostolico si sarebbe sentiti solo e isolato. Forse la solitudine dell’esilio di Cordoba aveva lasciato una traccia profonda.

Riforme e nomine

Appena eletto Bergoglio nomina un consiglio di cardinali che lo devono assistere nel processo di riforma della Curia, ma in generale sui fatti di governo. Sono rappresentati meno di dieci porporati, espressione delle varie aree geografiche, ma anche di anime diverse. Inizialmente poteva sembrare come una sorta di stanza di compensazione delle varie istanze creata dal Papa per dare forza a tutti, in realtà avrà solo il peso che lui gli attribuisce sin dall’inizio, una sorta consiglio della corona cui da ascolto, praticamente senza parlare. Dopo anni di riunioni produce una nuova costituzione, la Praedicate Evangelium, che accorpa vari dicasteri e l’idea è rendere il governo più omogeneo rispetto a una forma che aveva portato a vari potentati, un obiettivo che in realtà non pare essere del tutto raggiunto. La parte più incisiva è comunque quella relativa ai dicasteri economici – un cantiere di riforma infinito, con regole emesse a getto continuo, tanto che ancora si parla di almeno cinque anni di aggiustamenti – e alle regole sugli appalti. Dopo lo scandalo del palazzo di Londra – dove la Curia ha perso oltre 200 milioni di euro - centralizza tutti le finanze nell’Apsa e lascia ampio spazio di manovra allo Ior, anche se tra i due enti resta comunque una competizione continua sulle sfere di influenza. Insieme a questo processo parte un rinnovamento (lento ma costante) della struttura dei vescovi e dei cardinali, promuove in Curia figure provenienti dalle zone di missione, inizialmente estromette gran parte degli italiani, che poi recupera perché alla fine sono i soli a sapere comprendere i meccanismi di gestione della Chiesa. Una questione da qualche anno preoccupa: il bilancio della Santa Sede. La pandemia ha messo a dura prova le casse pubbliche (sia per le offerte che per gli introiti dei Musei Vaticani) e dalla Segreteria per l’Economia, il dicastero nato nel 2014 che sovrintende al bilancio, chiede continui tagli. L’altra riforma simbolo è il dicastero per la Comunicazione, che ha accorpato tutti i media, dando una gestione unitaria. Alla guida il Papa ha nominato il primo prefetto laico, Paolo Ruffini. Le donne hanno un ruolo decisamente in crescita, anche se non ci saranno (per ora) sacerdotesse: il papa nomina suore a capo di dicasteri importanti e laiche in posti chiave, come i Musei Vaticani ma anche nel consiglio dello Ior. Quelle delle donne sarà un tema controverso nel rapporto con alcuni pezzi della Chiesa, specie in Germania e Usa, ma nessuna novità viene neppure messa in cantiere. Sempre sul fronte delle nomine Francesco ha naturalmente (per decessi e avanzamento di età) rinnovato via via il collegio cardinalizio, e ad oggi risultano ben 99 cardinali da lui ordinati che al momento sono “elettori” in caso di Conclave, con meno di 80 anni. Tutti bergogliani? Certamente no, ma la gran parte è in linea con la sua visione.

 

Pedofilia

Benedetto XVI era stato il primo papa ad affrontare seriamente questa piaga, mentre Giovanni Paolo II lo aveva fatto marginalmente, anche se aveva dovuto rimuovere il cardinale di Boston (caso noto come Spotlight, dalla rubrica del Boston Globe). Francesco ha istituito una commissione dedicata a questo tema, di cui fanno parte anche delle vittime di abusi (una si è dimessa, oltre a un gesuita storico componente), nel 2019 convoca una summit mondiale di prelati ed esperti per discutere le misure da prendere, e novità saranno introdotte via via anche nelle singole chiese locale. Lo stesso anno vara un primo provvedimento, e nel 2023 promulga la versione definitiva delle norme per prevenire e contrastare gli abusi sessuali all’interno della chiesa, dopo quattro anni di sperimentazione. Nella nuova versione aggiornata, le norme che riguardano la responsabilità dei vescovi e i superiori religiosi sono state estese anche ai laici moderatori di associazioni internazionali di fedeli riconosciute dalla Santa Sede. Le norme introdotte nel 2019 stabiliscono che vescovi, superiori religiosi e ora anche chi presiede associazioni laiche siano obbligati a segnalare gli abusi di cui sono venuti a conoscenza. In questi anni sono emerse cifre impressionanti di abusi, sia in Francia che in Germania (lambendo anche Benedetto negli ultimi mesi di vita, per una presunta manchevolezza nel punire un prete). Attorno al tema della pedofilia si è consumato nel 2018 una sorta di goffo tentativo di colpo di stato da parte di un ex nunzio, l’arcivescovo Viganò, ultraconservatore legato ad ambienti della desta americana trumpiana, che ha chiesto le dimissioni del Papa per una sua presunta copertura verso il cardinale McCarrick. Tutto naturalmente finito in nulla, senza risposte ufficiali di Bergoglio, perché non c’era nulla di fondato.

 

Famiglia e divorziati, l’opposizione tradizionalista

Un tema centrale, nella prima fase del pontificato, è stato quello della famiglia su cui il Papa ha convocato un Sinodo effettuato in due anni. Il tema diventato centrale nel racconto mediatico è stato subito quello della riammissione o meno ai sacramenti dei divorziati risposati esclusi dalla comunione, una battaglia sposata anche da chi in Chiesa non va neppure per sbaglio o per ammirare un affresco. Ma tant’è. Dopo un scontro aperto e la ricerca di soluzioni, il Papa ha avviato un percorso di riammissione per i divorziati risposati, per i quali “ci sono divieti che si possono superare”. Quindi, valutando caso per caso, potranno ricevere la comunione e fare i padrini e i catechisti in Chiesa. Non una regola generale, però, ma un discernimento affidato ai confessori come chiesto dai è stata la decisione presa da Papa Francesco nella sua attesa esortazione apostolica post sinodale Amoris laetitia che conclude un cammino di riflessione durato oltre due anni che ha visto la consultazione dei fedeli e dei vescovi di tutto il mondo. Una decisione preceduta da una contestazione di 13 cardinali conservatori, che in avvio di Sinodo avevano diffuso una lettera (poi parzialmente smentita) in cui si denunciava una sorta di manipolazione del consesso verso ipotetiche soluzioni preconfezionate da parte del Papa, un fatto di per sé gravissimo perché nel gruppo figuravano diversi porporati anche con incarichi di Curia, dei “ministri” in sostanza. E dopo arriva anche la contestazione aperta di quattro cardinali con i loro “dubia”, con la richiesta di una sorta di correzione verso la totale inammissibilità ai sacramenti dei divorziati. Ma da Francesco nessuna reazione. Altri “dubia” arriveranno nel 2023 alla vigilia del Sinodo sulla sinodalità (prima tappa di due fasi) sempre da cardinali dell’ala oppositrice, ma a questi risponderà. Poi a fine 2023 arriva un altro documento che farà discutere: Fiducia Supplicans. E’ una dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede che riguarda la possibilità di benedire coppie omosessuali e altri tipi di coppie non regolari secondo la dottrina cattolica. Tale possibilità è dichiarata lecita, ma ribadendo che la benedizione non è da intendersi come un’approvazione di queste situazioni irregolari, permanendo immutato l’insegnamento della Chiesa circa la sessualità e il matrimonio. È stata la prima dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede dai tempi della Dominus Iesus nel 2000. È uno dei primi documenti pontifici che è stato dichiarato non applicabile da una o più conferenze episcopali (specie in Africa, ma anche dagli Usa molte contestazioni).

Viaggi 

Il primo fu a Lampedusa, già nel luglio 2013, nei giorni di varie morti in mare, anche se la strage più tristemente nota è del 2 ottobre di quell’anno, quando morirono 365 persone. Il tema die migranti è stato spesso al centro di suoi viaggi, a Lesbo in Grecia - approdo naturale della rotta orientale da Siria e Afghanistan – ma anche al confine tra Messico e Usa, a Ciudad Juarez. All’inizio del pontificato aveva detto che si sarebbe mosso poco, ma poi le cose sono rapidamente cambiate, ed è andato costantemente in giro. Infatti è stato in Usa, in molti paesi dell’America Latina – compresa Cuba - in Canada, e poi in Africa più volte – Sud Sudan compreso – in Asia, dallo Sri Lanka alla Thailandia, dal Giappone al Myanmar, in Corea del Sud e poi nelle Filippine, dove ha celebrato, a Manila, la messa con la maggiore massa di fedeli mai calcolata (anche se certamente a spanne): 7 milioni. Ma anche in Medio Oriente, Israele, Palestina, Giordania, Egitto e ad Abu Dhabi, dove fu siglato insieme ai capi dell’islam sunnita la dichiarazione di fratellanza. Insomma, in totale ha compiuto complessivamente 40 viaggi apostolici in 58 diverse nazioni cui si aggiungono 36 visite pastorali in 41 differenti città o frazioni d’Italia. Ma è stato molto poco in Europa continentale: quindi niente Francia (la visita al Consiglio d’Europa a Strasburgo non conta), niente Germania, niente Spagna né Regno Unito. Solo una puntatina in Belgio – con tanto di contestazioni – e Lussemburgo, forse il luogo più distante dalle periferie tanto battute. Il motivo? Vuole andare nel sud del mondo, nel “global south” da cui proviene. Ma in Argentina, il suo paese, di cui ha mantenuto e rinnovato il passaporto? Niente. Perché? La ragione l’ha detta e ridetta: una sua visita sarebbe strumentalizzata dal potere del momento, sarebbe un elemento perturbatore troppo grosso, specie in un paese perennemente in crisi economica e dalla politica fragile (con la quale tra l’altro non è mai andato d’accordo, ma su questo nessuno aveva dubbi). E l’elezione del narco-capitalista Milei non ha aiuta certo un riavvicinamento, anche se ostenta benevolenza verso il presidente che in campagna elettorale lo ha insultato in ogni modo.

Encicliche e documenti chiave

Il primo è Evangelii Gaudium, una esortazione apostolica legata ad un Sinodo che diventa il “Manifesto” del pontificato. C’è dentro tutto il suo pensiero e i suoi programmi, parla di conversione del papato, di riforma delle strutture (che aveva già avviato), le critiche al sistema economico: “Questa economia uccide” – scrive - fa prevalere la “legge del più forte, dove il potente mangia il più debole”. L’attuale cultura dello “scarto” ha creato “qualcosa di nuovo”: “gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’. Parole-chiave che ricorreranno continuamente, assieme al rifiuto di una “chiesa mondana” dedita al carrierismo interno, e poi lo spazio ai giovani e alle donne, fino ad arrivare alla “chiesa povera per i poveri”, cuore di tutto il suo messaggio. Ma c’è anche la condanna dell’aborto, anche se promuove sempre l’accoglienza di chi è passato da quella esperienza, così come per le famiglie separate. E poi il tema della misericordia, cui dedicherà il Giubileo Straordinario del 2016, con oltre 20 milioni di pellegrini arrivati a Roma. Nel 2015 arriva l’enciclica Laudato Si’, dedicata alla cura del creato e delle persone (torna il tema dello “scarto”), quindi al tema dell’ecologia. Messaggi fortissimi, contestati dalla destra americana soprattutto. Infine nel 2020 Fratelli Tutti, il cui nucleo p rappresentato dalla fraternità e dalla amicizia sociale, a partire da riflessioni circa la pandemia da COVID-19 del 2020. Uno dei testi che ne costituiscono la base è il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, che venne sottoscritto insieme col grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019. Poi nel 2023 arriva Laudate Deum, la seconda tappa del percorso “ecologico” del Papa, nel più ampio concetto di ecologia integrale, che mette insieme la dignità umana, la pace, il Creato. E’ stato il suo messaggio alla Cop28, alla quale non ha potuto partecipare, facendola leggere al suo segretario di Stato cardinale Parolin. E la salute è stato un elemento presente negli ultimi anni: operazione al colon, poi per occlusione intestinale, la parziale immobilità per dolori al ginocchio, fastidi polmonari. Ma mai si è fermato, lo aveva sempre detto.

L’argentino e l’America di Trump

Il suo rapporto con la politica mondiale è sempre stato improntato al massimo dialogo, alla via “pastorale” che supera la diplomazia tradizionale. E così ha pregato contro lo strike in Siria nel 2013, ha riannodato i fili del dialogo tra Usa (c’era Obama) e Cuba, ha aperto un canale con la Cina, ha parlato con tutto l’Islam. I rapporti qualche volta sono stati più faticosi in Europa, specie con la Francia, con l’Italia ha rotto lo storico cordone politico-elettorale, e lo si è visto con le leggi approvate, specie per unioni civili e fine vita, che mai sarebbe accaduto con la Dc (o solo con il cardinale Ruini). Gli Usa sono un capitolo a parte. I vescovi americani sono in larga parte dei fieri conservatori e nel 2024 hanno appoggiato l’elezione di Donald Trump, cementando il consenso attorno al tema dell’aborto. Ma poi molti di loro sono rimasti spiazzati dall’ordine esecutivo sulle “deportazioni” dei migranti, contro cui si sono espressi presuli che avevano dato il doro voto convinto al tycoon. E infatti è stata accolta con un certo favore (ma non entusiasmo) la lettera che Francesco ha scritto contro la politica di Trump sulle migrazioni, aprendo un nuovo capitolo.

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