Sbagliando si impara

Responsabilità e cambiamento, cosa dipende davvero da noi nei contesti complessi

In ambienti dinamici e imprevedibili, la capacità di assumersi responsabilità e orientare le proprie azioni secondo valori personali è fondamentale per influenzare positivamente il cambiamento

di Lorenzo Fagiani*

(AdobeStock)

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Le aziende sono degli organismi complessi. Operano in sistemi fatti di variabili interconnesse, trade-off continui da governare e decisioni che devono essere prese in velocità, tenendo insieme il presente e gli impatti sul futuro.

A rendere questo sistema ancora più difficile è il contesto in cui le aziende agiscono: un contesto interno, già complesso di per sé, e un contesto esterno che evolve rapidamente, accelera i mercati, ridisegna i confini dei business e costringe le organizzazioni a cercare nuovi modelli, nuove sinergie, nuovi ecosistemi.

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E non esiste novità senza cambiamento.

Alcuni cambiamenti sono dettati dalla nostra volontà: siamo noi che decidiamo di comunicare con un certo tono, di usare certe parole, siamo noi che scegliamo di dire di sì o di no, siamo noi che decidiamo come stare nelle relazioni, sempre noi che decidiamo se fare “solo il nostro” o se ci assumiamo anche altre responsabilità. Potremmo definirli cambiamenti personali.

Altri cambiamenti, invece, ci accadono.

Accadono quando veniamo acquisiti da un altro gruppo, quando un ramo d’azienda viene ceduto, quando alcune funzioni si accorpano o un team viene sciolto e ridistribuito.

Accadono quando l’azienda cambia posizionamento sul mercato, sposta il focus dal prodotto al servizio o decide di entrare in un nuovo mercato.

Accadono anche nelle cose più operative: nei processi che cambiano, nei nuovi gestionali da imparare, nelle procedure che diventano più standardizzate.

Che fare quando il cambiamento accade?

E quando le cose ci accadono, quando non possiamo esercitare un vero controllo, come decidiamo di orientare le nostre risposte e le nostre energie? Quali domande ci facciamo e con quali lenti leggiamo il contesto intorno a noi?

Tra i principi chiave della natura dell’uomo ne possiamo identificare uno che ci aiuta a capire cosa guida le nostre risposte. La prima e fondamentale regola di una persona efficace: la regola della proattività.

Questa parola è oggi comune e inflazionata nella letteratura e nelle pratiche manageriali. Credo sia utile fermarci un momento e capire la profondità di quanto un concetto come questo possa restituire e provare a comprendere meglio perché alcuni di noi sono più propensi ad assumersi delle responsabilità e alcuni meno. Essere proattivi significa qualcosa in più del semplice prendere l’iniziativa. Significa riconoscere che, come esseri umani, siamo responsabili delle nostre risposte. Il nostro comportamento non è una funzione delle condizioni in cui viviamo, ma delle decisioni che prendiamo. Possiamo subordinare impulsi e sensazioni ai valori, ed è in questo spazio che si gioca la nostra capacità di influenzare ciò che accade.

La “responsabilità” - letteralmente “abilità di risposta” - è la capacità di scegliere la nostra risposta o reazione. Le persone proattive accettano questa responsabilità, non biasimano per il proprio comportamento circostanze, situazioni o condizionamenti ma lo riconducono ad una scelta consapevole, fondata sui valori.

Se la nostra vita dipende dal condizionamento e dalle situazioni è perché noi, per una decisione cosciente o per inadeguatezza, abbiamo scelto di permettere che siano queste cose a controllarci. E nel compiere questa scelta, diventiamo reattivi. Le persone proattive non sono meteoropatiche: se piove o splende il sole non fa differenza. Il punto di partenza è un valore, e se il loro valore è quello di lavorare con un’ottima qualità, non dipende dal favore o meno del tempo.

Mossi dai valori, non dalle situazioni

La capacità di subordinare un impulso a un valore è l’essenza della persona proattiva. Chi è reattivo è spinto dai sentimenti, dalle circostanze, dalle situazioni. Chi è proattivo è mosso dai propri valori: valori profondamente ponderati, scelti e interiorizzati. Anche le persone proattive sono influenzate dagli stimoli esterni – fisici, sociali e psicologici – ma la loro risposta agli stimoli, consci o inconsci, è una scelta che si basa su un valore.

Purtroppo, quando la tendenza è quella di non assumersi responsabilità emerge con forza una lettura reattiva del contesto e delle situazioni. Quante volte, alla macchinetta del caffè, durante un pranzo o un meeting, abbiamo ascoltato quel collega dire: “questa roba andrebbe spiegata a chi decide”, “chi sta sopra non ha idea di cosa succede davvero”, “noi paghiamo scelte prese altrove”.

Perché lo facciamo? Perché abbiamo un atteggiamento più reattivo e meno proattivo, perché per anni e anni ci siamo spiegati la nostra infelicità nel nome di circostanze contingenti o altrui comportamento, perché è più facile. D’altra parte, finché una persona non riesce a dire con convinzione profonda e onestà: “Io sono ciò che sono per le scelte fatte ieri”, non può nemmeno dire: “Adesso scelgo in modo diverso”.

L’aspetto interessante è che nella nostra vita privata, non quella lavorativa, la natura proattiva e quindi la capacità di influenzare il sistema intorno a noi si manifesta in modo cristallino.

Ci cancellano il volo per le vacanze prenotate con tanta fatica e impegno. Rimaniamo lì passivi o facciamo di tutto per trovare una soluzione? Abbiamo messo la macchina in doppia fila per cinque minuti, torniamo e troviamo il vigile che si sta annotando la targa per multarci. Rimaniamo lì passivi o facciamo di tutto per trovare una soluzione?

Nella vita privata, davanti all’imprevisto, questa scelta la facciamo ogni giorno.

Il pacco che aspettavamo da giorni risulta “consegnato”, ma non c’è traccia di nulla. Rimaniamo lì passivi o facciamo di tutto per trovare una soluzione? Il Wi-Fi di casa smette di funzionare proprio quando ne abbiamo più bisogno. Rimaniamo lì passivi o facciamo di tutto per trovare una soluzione?

Forse vale la pena fermarsi un attimo su questo punto: non perché sia giusto essere proattivi, ma perché conviene. Conviene a chi vuole lavorare meglio, stare meglio nel proprio contesto e ridurre quella sensazione di frustrazione che, giorno dopo giorno, finisce per logorare più delle difficoltà oggettive.

Forse la questione non è cambiare il contesto, ma smettere di subirlo. Non per senso del dovere, ma per una forma elementare di convenienza personale.

*Consulente di Newton Spa

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