Analisi

Dal podio al successo: che cosa i Giochi Olimpici insegnano ai manager

Gli esperti di Hogan Assessments hanno studiato le performance degli atleti olimpici individuando tre fattori che fanno la differenza anche nel mondo del lavoro

di Gianni Rusconi

La svedese Sara Hector, a destra, e la norvegese Thea Louise Stjernesund si inchinano davanti all'italiana Federica Brignone, al centro, all'arrivo dello slalom gigante femminile, alle Olimpiadi invernali del 2026, a Cortina d'Ampezzo, Italia, domenica 15 febbraio 2026

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Un errore di valutazione, una frazione di secondo di ritardo e la linea sottile fra trionfo e rimpianto diventa definitiva. Le Olimpiadi, e quelle invernali non fanno eccezione, condensano in pochi istanti ciò che succede, con tempi più lunghi ma dinamiche simili, anche nelle carriere professionali: preparazione, gestione della pressione, personalità e capacità di esecuzione determinano chi sale sul podio e chi ne resta fuori.

Accade sulle piste e sulle pedane di ghiaccio, dove un gesto anticipato o una performance impeccabile cambiano inesorabilmente la traiettoria sportiva di un atleta. Ma accade ogni giorno nelle aziende, nei momenti in cui una decisione o una negoziazione possono segnare uno scatto in avanti o un brusco arresto del percorso di carriera di un manager.

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Con i Giochi di Milano-Cortina 2026 in pieno svolgimento, il parallelismo tra sport e management è tornato di stretta attualità e gli esperti di Hogan Assessments (società di livello internazionale specializzata nel campo delle analisi sulla personalità) hanno studiato le performance degli atleti olimpici individuando tre fattori che fanno la differenza anche nel mondo del lavoro. Il successo, questo l’assunto, non è frutto del solo talento ma di un equilibrio più complesso che combina disciplina e affidabilità nel lungo periodo, concentrazione assoluta nei momenti decisivi e capacità di competere senza compromettere la collaborazione. Leve che, in azienda, possono trasformare il potenziale in risultati misurabili. Ne abbiamo parlato con Allison Howell, nuova Ceo di Hogan Assesments.

I Giochi ci ricordano come un singolo errore possa vanificare anni di preparazione. Nel mondo del lavoro, quali errori può commettere un manager per non “salire sul podio”?

Uno degli errori più comuni è pensare che la competenza tecnica garantisca automaticamente il successo. Nei ruoli di leadership, infatti, il fallimento raramente deriva da una mancanza di skill specifiche, più spesso nasce dai comportamenti sotto pressione. Eccessiva sicurezza, atteggiamenti difensivi o incapacità di ascoltare possono erodere silenziosamente fiducia e credibilità. Un altro errore frequente è trascurare la consapevolezza di sé: gli high performer tendono a spingere ancora di più quando aumenta lo stress, ma senza comprendere come lo stress modifichi i loro comportamenti e li renda controllanti, impazienti o distaccati proprio nei momenti più critici. Nell’attuale contesto di complessità e incertezza, spesso falliscono quei leader che non sanno adattare il proprio stile alla situazione o alle persone.

Quanto conta “il team” per raggiungere gli obiettivi?

Nella leadership, come nello sport d’élite, il successo non è mai solitario. Come gli atleti lavorano con allenatori che forniscono feedback e correzioni, anche i leader hanno bisogno di chiari riscontri per imparare dagli errori e modificare la rotta, soprattutto quando la pressione è elevata. In sintesi, le carriere non si interrompono perché manca il talento, ma perché si gestiscono male la pressione, le relazioni o le reazioni nei momenti decisivi.

L’impegno è considerato un predittore chiave della performance. Ma come si distingue, dentro le organizzazioni, l’impegno autentico dalla semplice iperattività (favorita dal digitale) che spesso porta al burnout?

Il vero impegno si manifesta nella costanza e nella qualità, non nella visibile frenesia. L’iperattività riguarda il volume: più e-mail, più riunioni, più ore di lavoro; l’impegno riguarda invece lo scopo e la direzione e quindi scegliere le priorità giuste in funzione di un obiettivo e mantenere lo sforzo nel tempo. Le organizzazioni devono quindi andare oltre indicatori superficiali come la disponibilità continua o la velocità di risposta. Un dipendente realmente impegnato produce risultati affidabili, gestisce bene le proprie energie e sa quando fermarsi a riflettere; chi è sempre attivo ma esausto spesso reagisce agli stimoli invece di contribuire in modo strategico.

Che ruolo giocano i leader in questo ambito?

Hanno un ruolo cruciale. È loro responsabilità definire obiettivi chiari per i team e garantire che gli sforzi contribuiscano concretamente a tali traguardi. Inoltre, devono dare l’esempio premiando i risultati e non l’urgenza costante, riconoscendo che concentrazione e recupero sono parte integrante dell’alta performance. L’impegno sostenibile è disciplinato e intenzionale, il burnout è caotico e, alla lunga, controproducente.

Rimanere concentrati sotto pressione è un “task” sia per gli atleti sia per i manager. Quali comportamenti aiutano i leader a mantenere questa dote nei momenti di crisi e nelle decisioni strategiche?

Il primo comportamento è la preparazione. I leader che restano calmi sotto pressione raramente improvvisano, perché hanno già riflettuto sui propri valori, sui criteri decisionali e sui propri fattori di stress personali. Questo approccio richiede una profonda comprensione delle proprie tendenze comportamentali sotto stress o di fronte a ostacoli imprevisti ma è provato che tale preparazione crea stabilità psicologica quando gli eventi accelerano.

Il secondo è la regolazione emotiva. I leader efficaci riconoscono lo stress senza lasciarsene dominare, rallentano, cercano prospettiva ed evitano decisioni guidate dalla paura o dall’ego. La regolazione emotiva è una competenza allenabile che insegna al corpo a tenere sotto controllo le reazioni allo stress. Infine, occorre fare affidamento su relazioni di fiducia. Così come gli atleti dipendono da allenatori e compagni di squadra, i leader beneficiano di consiglieri che possano mettere in discussione il loro pensiero ed evitare la visione a tunnel: la lucidità sotto pressione non è un risultato individuale, ma il frutto di abitudini, strutture e persone che aiutano a mantenere l’equilibrio quando la posta in gioco è alta.

Le Olimpiadi combinano spirito competitivo e lavoro di squadra. Nelle aziende, dove a volte prevale la rivalità interna, come si costruisce un equilibrio virtuoso tra ambizione individuale e collaborazione?

L’equilibrio nasce dal modo in cui viene definito il successo. Se le organizzazioni premiano solo i risultati individuali, creano involontariamente silos e rivalità; quando invece il successo include risultati collettivi, obiettivi condivisi, performance di team e impatto di lungo periodo, l’ambizione si allinea alla collaborazione. Una cultura aziendale sanai incoraggia le persone a competere con le forze esterne, non con i colleghi: lavorare contro chi può aiutarti è controproducente.

Il leader può influenzare positivamente questa cultura?

I professionisti migliori desiderano migliorare sé stessi contribuendo a qualcosa di più grande del semplice riconoscimento personale. I manager più efficaci sono ambiziosi, ma non hanno mai successo da soli e comprendono che fiducia e cooperazione moltiplicano il talento, mentre la competizione interna, se non gestita, finisce per prosciugarlo. I leader devono dimostrare che la collaborazione non è debolezza ma intelligenza strategica.

Ultima domanda, guardando a Milano-Cortina 2026, c’è una disciplina olimpica invernale che rappresenta meglio, secondo lei, le qualità di cui un Ceo o un leader ha bisogno oggi?

Lo sci alpino è una grande metafora delle qualità della leadership. Racchiude autorevolezza, precisione e adattabilità. Uno sciatore deve impegnarsi completamente nel percorso adattandosi continuamente a terreno, visibilità e velocità, e questo sforzo è molto simile a ciò che affrontano oggi i leader, chiamati a prendere decisioni importanti in contesti mai completamente prevedibili. La discesa libera, in particolare, riflette il coraggio di assumersi la responsabilità, lo slalom rappresenta la padronanza tecnica e la rapidità di problem solving, il freestyle esprime creatività e fiducia in sé stessi. La leadership moderna richiede tutte e tre queste dimensioni: i Ceo di oggi assomigliano infatti più ad atleti multidisciplinari che a specialisti, perché devono combinare pensiero strategico e controllo emotivo, resilienza e innovazione, responsabilità individuale e lavoro di squadra.

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