Non basta “crederci”: perché le competenze tecniche superano motivazione e attitudine
Non basta la motivazione per il successo: solo formazione rigorosa e pratica costante garantiscono risultati concreti e sostenibili nel tempo
di Luca Brambilla* e Carlo Facheris**
4' di lettura
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Il palcoscenico è illuminato. Un uomo in giacca dal taglio sartoriale cammina con un microfono ad archetto. La sua voce, enfatica, scandisce: “Se puoi sognarlo, puoi farlo! Tutto ciò che ti serve è crederci!”. La folla applaude. Tutti escono dalla sala sentendosi invincibili, ma a distanza di due settimane nessuno di loro è riuscito a ottenere benefici concreti. Non il guru, però, che per quella serata ha incassato 500 euro a persona.
Benché fatturi miliardi di euro ogni anno, il mercato dei corsi motivazionali raramente porta risultati a chi li segue, spesso generando un effetto alone che rischia di sporcare anche la reputazione della formazione di qualità.
Perché il mercato motivazionale funziona
Le principali ragioni per cui questo modello di business risulta redditizio sono tre.
Innanzitutto ha un vantaggio strutturale molto marcato, ossia vendere un prodotto attraente e carico di illusioni. Viene promesso un successo immediato a basso sforzo in cui la motivazione supera la competenza: basta crederci e possedere la giusta attitudine. Una chimera che si scontra prepotentemente con la realtà, visto che per raggiungere gli obiettivi servono ore di studio, pratica deliberata e implementazione di feedback spesso difficili da digerire.
In secondo luogo il modello si indirizza a un target ben preciso, descrivibile come “coloro che non sanno di non sapere”: individui con competenze tecniche limitate che contestualmente sottovalutano la reale difficoltà degli obiettivi prefissati. David Dunning e Justin Kruger pubblicarono, nel 1999, uno studio ormai classico della psicologia cognitiva. Sottoposero studenti della Cornell University a test su logica, grammatica e umorismo, chiedendo loro di autovalutare la propria performance. Dai risultati emerse che proprio gli studenti che avevano ottenuto i punteggi più bassi si stimavano tra i migliori. Esiste dunque un effetto psicologico che porta a sovrastimare la preparazione e il proprio sapere in campi dove si ha una conoscenza solo superficiale.








