Referendum sui licenziamenti ingiustificati nelle piccole imprese: le ragioni del sì e del no
Il quesito referendario promosso dalla Cgil riguarda l’abrogazione del limite massimo di indennizzo quando un licenziamento di un dipendente di una Pmi è considerato illegittimo dal giudice. I professori Arturo Maresca (Università la Sapienza di Roma) e Franco Focareta (Università di Bologna) spiegano che effetti avrà
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I punti chiave
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In vista del referendum dell’8 e 9 giugno su cinque quesiti referendari, approfondiamo il secondo quesito sui temi del lavoro promosso dalla Cgil. Lo facciamo con i professori Arturo Maresca (Diritto del Lavoro all’Università La Sapienza di Roma) e Franco Focareta (Diritto del Lavoro, Università di Bologna). Il secondo quesito riguarda l’abrogazione del limite massimo di indennizzo nei licenziamenti ingiustificati nelle piccole e medie imprese.
Le ragioni del “sì”
Professor Focareta, perché sì all’abrogazione di queste norme e che impatto si avrebbe sul mercato del lavoro? «Perché la differenza di tutela troppo marcata tra i lavoratori dipendenti da imprese medio grandi e lavoratori addetti alle piccole imprese, cioè sotto i 16 dipendenti, incide sulle condizioni di vita dei lavoratori. Nelle piccole imprese, se un lavoratore viene licenziato in modo ingiustificato, ha una tutela da due mensilità e mezzo fino a un massimo di sei mensilità. Un costo ritenuto assolutamente inadeguato sia in termini di risarcimento del danno subito dal lavoratore, sia in termini di dissuasività rispetto a comportamenti scientemente arbitrari del datore di lavoro. Per la Corte costituzionale la differenza di tutela basata solo sul numero dei dipendenti di un’azienda non è un indice adeguato a distinguere anche la potenzialità economica dell’azienda. L’esito positivo del referendum, eliminando il limite massimo della tutela di sei mensilità, rimetterebbe ai giudici la possibilità di individuare un risarcimento adeguato per il lavoratore ingiustamente licenziato, in base a una serie di criteri che la legge già indica. Avremo decisioni basate sull’anzianità di servizio, sulla dimensione anche numerica dell’azienda, sulla potenzialità economica dell’azienda, ritrovando un punto di equilibrio più accettabile, per dare adeguata tutela al lavoratore e avere un effetto dissuasivo verso licenziamenti arbitrari e ingiustificati per i datori di lavoro».
Le ragioni del “no”
Professor Maresca, perché “no” all’abrogazione delle norme oggetto del referendum e quale sarebbe l’impatto di una vittoria del “sì”? «È facile, perché la Corte costituzionale - come diceva Franco Focareta-, ha ritenuto che il parametro per individuare le piccole imprese fondato soltanto sul numero dei dipendenti è incostituzionale. Il referendum lascia questo parametro e quindi il parametro incostituzionale resta anche dopo il referendum. Questo è il primo punto. Il secondo punto è che la norma, se passasse il referendum, avrebbe un effetto paradossale che il regime sanzionatorio del licenziamento per le piccole imprese sarebbe addirittura più favorevole rispetto a quello delle grandi imprese, per le quali esiste un tetto: 24 mesi, 36 mesi. Nelle Pmi non ci sarebbe alcun tetto, quindi si verrebbe a creare una disarmonia al contrario fra piccole imprese per le quali il giudice può stabilire quale che sia la misura del risarcimento, mentre nelle imprese più grandi ci sarebbe comunque un tetto. Questa è una disarmonia. Abbiamo visto che la Corte Costituzionale tiene conto di queste disarmonie per valutare la legittimità delle norme».








