Qualche idea dove mangiare sulle Dolomiti e dintorni: dai masi alla cucina d’autore
In montagna i prodotti del territorio affiancano nuove proposte gourmet
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I punti chiave
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Si sale in quota non solo per trovare riparo dal caldo asfissiante, ma anche per cercare una cucina capace di raccontare il territorio, i suoi prodotti e le persone che lo abitano. Un fenomeno che trova una delle sue espressioni più interessanti in Alto Adige, dove il mondo contadino si è integrato con le tendenze della cucina contemporanea ed è diventato parte integrante dell’offerta gastronomica.
Chiedilo al Sole
Una prima bussola con cui orientarsi è “Masi con gusto”, la guida ai sapori contadini di Gallo Rosso, che raccoglie le migliori osterie contadine altoatesine contraddistinte da un marchio di qualità. Il disciplinare impone, tra gli altri criteri, che oltre l’80% dei prodotti provenga dal maso o da altre aziende agricole altoatesine e che in cucina siano serviti esclusivamente piatti preparati in casa, senza prodotti precotti. E i clienti ricercano sempre più la vera autenticità, anche nel piatto.
I masi del Gallo Rosso
Tra gli indirizzi che raccontano questa filosofia ci sono Griesserhof a Varna, storico maso vinicolo tra Bressanone e Novacella, dove la cucina altoatesina incontra i vini prodotti in azienda e la storica Stube; Burgerhof a Bressanone, maso biologico dove il menu segue le stagioni e arrivano in tavola anche le carni provenienti dall’allevamento della famiglia; Ebnicherhof sul Renon, immerso nei castagneti, con una cucina fatta di canederli, zuppa d’orzo, salumi, carni e dolci della tradizione; Huberhof a Fiè allo Sciliar, antico maso biologico appartenente alla stessa famiglia dal 1774, oggi ristrutturato nel rispetto della struttura storica.
A Caldaro, il Luggin-Steffelehof aggiunge alla tavola anche una dimensione agricola particolarmente forte: la famiglia coltiva vigneti e frutteti con metodo biologico e trasforma direttamente parte della produzione. Il risultato è una cucina che non cerca di imitare la gastronomia gourmet, ma che proprio nella sua autenticità trova oggi un nuovo valore: pane, speck, crauti, formaggi, canederli, erbe spontanee, succhi, confetture e vini diventano la fotografia commestibile di un paesaggio.
La storia della Gitschhütte (a 2.210 metri)
Per capire quanto la ristorazione di montagna sia ancorata nella memoria collettiva, basta salire sulla Gitschhütte, a 2.210 metri sul monte Gitschberg, sopra Maranza. La storia della struttura comincia nel 1971, quando esisteva soltanto una semplice costruzione in legno e il turismo sciistico era agli inizi. Alla fine degli anni Novanta la gestione cambia più volte, fino all’arrivo, nel 2006, di Meinrad Unterkircher, che ancora oggi firma l’accoglienza della baita. Nel 2012 la struttura viene distrutta da un incendio e ricostruita, riaprendo nello stesso anno. Oggi la Gitschhütte conserva volutamente l’anima della vecchia malga: cucina altoatesina, strudel di mele, piatti sostanziosi e quella dimensione conviviale che appartiene alle grandi escursioni. È il genere di ristorazione in cui il panorama non è un elemento decorativo, ma parte integrante del pranzo.







