Market Mover

Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
Ascoltalo ora4' di lettura
4' di lettura
Sono passati oltre 150 anni da quando nel 1857 fu posato il primo cavo sottomarino per le telecomunicazioni sul fondale dell’Atlantico, tra Terranova e l’Irlanda. Era usato per le comunicazioni via telegrafo, ma da allora quella tecnologia non ha mai smesso di evolversi. Il primo cavo per la linea telefonica fu posato nel 1956 e quello per la connessione a Internet nel 1988. Attualmente, sul letto degli oceani si conta una lunghezza che supera il milione di chilometri. È facile intuire quanto l’aspetto della sicurezza di tali dispositivi sia vitale per la tutela dei dati che viaggiano all’interno dei cavi, dal momento che lungo queste rotte subacquee viaggia il 95-99% del traffico Internet globale, oltre ai flussi di energia elettrica. Il problema che l’Unione europea è chiamato ad affrontare è quello che la rende più criticamente vulnerabile, ossia la sovranità della riparazione in caso di taglio, incidente o sabotaggio, giacché garantire la continuità dei dati e della sicurezza non significa solo prevenire un attacco, ma disporre del potere operativo, legale e logistico per ripristinare un cavo tranciato prima che un guasto degeneri in una crisi sistemica.
In tal senso, l’architettura della sicurezza subacquea europea sta vivendo una trasformazione fondamentale. Il 5 febbraio di quest’anno, la Commissione europea ha inaugurato una nuova stagione di interventi tramite il Cable Security Toolbox e il programma Connecting Europe Facility (Cef), mobilitando 347 milioni di euro per rafforzare le capacità di risposta. Secondo uno studio condotto da Francesco Paolo Bello (managing partner di Deloitte Legal), Bruxelles ha finanziato con 5,8 milioni la nascita dei primi Hub Regionali di Sicurezza, finalizzati a costituire le prime piattaforme permanenti per lo scambio di informazioni in tempo reale e il coordinamento delle minacce. Il primo, a cui sono stati destinati 2,5 milioni di euro, riguarda il Mar Baltico: il progetto è coordinato dalla Finlandia, cui si aggiunge il contributo di Estonia, Lettonia, Svezia, Danimarca e Germania. Il secondo progetto, invece, riguarda l’hub del Mediterraneo, affidato alla guida dell’Italia insieme a Grecia, Cipro e Malta. L’obiettivo, attraverso i bandi gestiti dall’agenzia HaDEA (l’Agenzia esecutiva europea per la salute e il digitale), è quello di finanziare moduli adattabili di riparazione installabili su navi predisposte entro 72 ore dall’arrivo in porto al fine di creare una riserva strategica capace di coprire bacini critici interessati dal continente europeo.
E veniamo ora al panorama mediterraneo, che interessa di gran lunga l’Italia. Sul piano normativo, la sfida principale risiede nel superare la frammentazione delle competenze legislative e nell’armonizzare la sinergia tra attori pubblici e privati. Dal momento che nel solo Mediterraneo sono presenti 850 infrastrutture critiche che comprendono 65 dorsali telecom, 47 cavi militari, sette interconnessioni elettriche, nove gasdotti e cinque oleodotti - con in più altri 235 nuovi progetti transfrontalieri previsti entro il 2030 -, il governo italiano ha risposto alle direttive europee istituendo l’Asas, ossia l’Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee, tramite la legge n. 9/2026. L’agenzia nasce per accentrare poteri finora dispersi tra numerose amministrazioni, con l’obiettivo di stabilire standard tecnici, accelerare le autorizzazioni e coordinare gli aspetti regolatori, in particolare per le infrastrutture a uso duplice (civile e militare). Paradossalmente, infatti, l’Italia dispone di una combinazione straordinaria: in primis c’è la sua posizione geografica; poi ci sono player quali Fincantieri, Sparkle e Prysmian, oltre alle competenze navali.
C’è poi un dato da considerare: la capacità fisica di manutenzione nell’area - rappresentata da Elettra e dalla nave posacavi Antonio Meucci, basata a Catania - fa capo al gruppo francese Orange. In una crisi simultanea nel Mediterraneo, chi ha il potere contrattuale e politico di far salpare la nave e verso quale guasto indirizzarla per primo? Al di là dei singoli proprietari… Catania dovrebbe diventare il centro di una riserva mediterranea permanente con navi prequalificate. In caso di un guasto ai cavi, la prima illusione è pensare che le assicurazioni possano bastare a garantire la continuità di un Paese. Un cavo può essere protetto da polizze per danni materiali, responsabilità civile, scafo e macchinari, business interruption, fino ai rischi di terrorismo e guerra. Ma una polizza indennizza un valore finanziario: non fabbrica un ripetitore di ricambio, non forma un giuntista specializzato e non obbliga un equipaggio civile a navigare in acque minate o sottoposte a guerra elettronica. Inoltre, il problema cruciale è l’attribuzione del danno. Un’ancora trascinata sul fondale può apparire un incidente casuale, rivelarsi un sabotaggio e infine essere collegata all’azione ostile di uno Stato. Senza considerare che riparare un cavo interrotto non è un’operazione istantanea. Una nave posacavi deve stazionare per giorni sul punto del guasto, muovendosi a bassissima velocità per recuperare i monconi dal fondo, effettuare le giunzioni e riposizionare la linea. Va da sé che, in un potenziale scenario di crisi o di guerra, una nave immobile diventa un bersaglio vulnerabile. Per aggirare il pericolo una soluzione sarebbe un’azione coordinata: la nave rimane civile, guidata dal comandante marittimo per la navigazione e dal cable superintendent per le operazioni tecniche, ma viene scortata da fregate militari, velivoli da pattugliamento, droni di superficie e sistemi antimine forniti dalla Marina Militare e dalla Nato.
La garanzia pubblica diventa qui il presupposto legale indispensabile. La domanda è: senza la copertura statale dei rischi e degli equipaggi, armatori e assicuratori si rifiuterebbero di autorizzare l’ingresso delle unità civili nella zona d’operazione. In tal senso, il bando europeo gestito da HaDEA mette sul piatto 40 milioni di euro (scadenza 8 ottobre 2026) per finanziare moduli di riparazione rapidi installabili entro 72 ore, affiancandosi ai 347 milioni già mobilitati dal Connecting Europe Facility tramite il Cable Security Toolbox. L’obiettivo nei prossimi anni è raggiungere una capacità strutturata: finanziare una missione d’emergenza, definire la priorità politica, mobilitare nave ed equipaggio e completare l’installazione dei moduli tecnici. Il tutto in pochi giorni.