Il Capo di Stato maggiore

Portolano: «In Libano ruolo cruciale dell’Italia nella missione Onu a difesa della tregua»

A Shama, nella base Millevoi, il passaggio di consegne alla guida del Settore Ovest della missione delle Nazioni Unite Unifil. Da una parte la Brigata “Sassari”; dall’altra la Pozzuolo del Friuli, che subentra

di Andrea Carli

Gen. Portolano: militari all'estero preziosi per difesa e stabilità

5' di lettura

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Sulla scia di una delicata tregua in Libano conquistata a fine novembre dopo 14 mesi di duri scontri tra Israele e i miliziani sciiti di Hezbollah, l’Italia con oltre mille militari è chiamata, sotto l’ombrello Onu, a evitare che le armi riprendano la parola. Dopo la proroga al 18 febbraio dell’accordo di cessate il fuoco, gli sfollati nel Sud del Paese si sono messi in viaggio per fare ritorno nelle loro case, o in quello che ne rimane.

Basta poco perché tutto precipiti di nuovo. Il generale Luciano Portolano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, lo sa bene. Questa mattina a Shama, nella base Millevoi, ha preso parte al passaggio di consegne alla guida del Settore Ovest della missione delle Nazioni Unite Unifil. Da una parte la Brigata “Sassari”; dall’altra la Pozzuolo del Friuli, che subentra.

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Negli ultimi mesi la missione ha registrato momenti di massima allerta, con razzi lanciati contro il quartiere generale del contingente italiano, soldati rimasti feriti dalle schegge e ore trascorse nei bunker in stato di allerta. In quelle ore concitate i peacekeeper sono stati presi di mira dalle parti in conflitto.

Generale, la situazione è ancora quella?

Nell’ultimo periodo, i nostri militari si sono trovati a operare in un contesto caratterizzato dall’escalation delle tensioni tra Israele e Hezbollah e dal conseguente deterioramento delle condizioni di sicurezza, sfociate poi in un conflitto aperto. Non sono mancate situazioni critiche in cui il nostro contingente è stato spesso esposto al rischio concreto di un coinvolgimento negli scontri. Tuttavia i soldati italiani hanno continuato a presidiare le aree assegnate, anche quelle più esposte lungo la Blue Line (la linea di demarcazione tra Libano e Israele, ndr.) , assolvendo con determinazione i loro compiti ed evitando così ulteriori episodi di escalation. Malgrado le attività di monitoraggio e i pattugliamenti siano stati ridotti nei momenti più difficili della crisi in relazione alle esigenze di protezione del contingente delle Nazioni Unite, la missione Unifil continua a svolgere un ruolo cruciale per il consolidamento del cessate il fuoco tra Israele e Libano e l’implementazione della risoluzione 1701 dell’Onu. Oggi le attività operative sono in ripresa, con un rinnovato slancio di partecipazione da parte delle Forze Armate libanesi che stanno progressivamente tornando ad aumentare la loro presenza nel Sud del Paese.

L’esperienza maturata in Libano potrebbe essere replicata nella Striscia di Gaza?

L’entrata in vigore del cessate il fuoco, avvenuta lo scorso 19 gennaio, rappresenta un’importante opportunità per aumentare l’assistenza umanitaria destinata alla popolazione civile. La Difesa ha aderito all’iniziativa umanitaria internazionale che prevede la consegna di aiuti e generi di prima necessità, nonché l’evacuazione dalla Striscia di casi medici gravi tramite l’impiego di elicotteri. Proprio pochi giorni fa, 2 elicotteri NH90 dell’esercito sono decollati dalla base aerea “King Abdullah II” di Zarqa, in Giordania, dando inizio all’operazione congiunta “Un ponte per Gaza”, che vede la partecipazione di personale e di assetti aerei della Giordania e dell’Italia. L’operazione consiste nel rischierare in Giordania la Task Force “Levante”, un’unità interforze della Difesa italiana composta da un velivolo C-130J dell’Aeronautica militare e due elicotteri NH90 dell’aviazione dell’esercito. Questa operazione si inserisce nel più ampio quadro di iniziative già intraprese a favore della popolazione palestinese. Tra queste, il trasporto di beni di prima necessità con velivoli dell’Aeronautica, l’assistenza sanitaria fornita da Nave Vulcano della Marina Militare e i trasferimenti in Italia di bambini palestinesi bisognosi di cure mediche, grazie ad assetti aero-navali messi a disposizione dalla Difesa.

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Quale futuro prevede per le missioni Onu?

Quanto alle sfide prossime - proprio l’Italia ha avuto un ruolo chiave perché si avviasse una riflessione concreta sul “futuro del peacekeeping” che porti ad adeguare le missioni ai contesti attuali e futuri, molto diversi da quelli degli ultimi anni. Tutto questo, grazie alle iniziative di stimolo continuo e formale alla stessa Onu, avviate proprio dal Ministro della Difesa Crosetto già 2 anni fa, prima ancora che questa esigenza di un adeguamento delle operazioni che le Nazioni Unite sono in grado di fare fosse evidente a tutti.

Anche la Ue si è mossa.

Il Consiglio Affari Esteri ha annunciato, il 27 gennaio scorso, la riattivazione della missione EUBAM-RAFAH, conosciuta come European Union Border Assistance Mission, presso il valico di Rafah, aperto proprio in queste ore. La missione è stata avviata su richiesta di Israele e dell’Autorità palestinese, con il pieno sostegno dell’Egitto, ed è una misura concreta per sostenere il recente accordo di cessate il fuoco nella striscia di Gaza. L’obiettivo primario è di coordinare e facilitare il transito giornaliero fino a 300 feriti e malati, garantendo assistenza e protezione a persone vulnerabili in un contesto di emergenza umanitaria. In quest’ambito, la Difesa ha disposto l’invio di 7 Carabinieri, che sono già operativi. Questo personale è integrato nella Forza di Gendarmeria Europea (EUROGENDFOR), a supporto della missione, e si aggiunge ai 2 italiani già presenti.

A che punto è l’addestramento delle forze di sicurezza palestinesi a Gerico?

La missione è ripresa. Le forze di sicurezza palestinesi sono un elemento essenziale di stabilità dell’area, e, laddove le condizioni di sicurezza dovessero consentirlo, siamo pronti ad aumentare la presenza di addestratori, in risposta ad eventuali esigenze sul campo.

Il contesto globale è caratterizzato da nuovi conflitti regionali. La pace non è più scontata. Servono sempre più risorse. Su quali soluzioni puntate?

La tecnologia sta cambiando l’approccio verso la gestione e la prevenzione delle minacce, in un contesto divenuto sempre più ibrido e asimmetrico. Per quanto riguarda i maggiori programmi d’investimento della Difesa, il crescente impiego di sistemi a pilotaggio remoto (APR) ha imposto l’acquisizione di diverse tipologie (in termini di dimensioni e performance) di sistemi in grado di interoperare in scenari complessi. Sono in corso programmi di sviluppo nazionali e non: gli APR di classe “mini e micro” in grado di operare in ambienti soggetti a interferenze elettromagnetiche; gli APR di classe “leggeri” preposti alle attività di sorveglianza e al supporto informativo, per le grandi unità dell’esercito; gli APR strategici per completare la flotta dell’Aeronautica. L’Italia partecipa al programma europeo Eurodrone, sviluppato da governi e industrie di Italia, Francia, Germania e Spagna.

La sfida si chiama “caccia di sesta generazione”. 

Il Global combat air programme (Gcap) è un sistema di sistemi, basato su tecnologie e piattaforme di combattimento aereo di futura generazione per operazioni multi-dominio. Per l’industria nazionale è un’opportunità per sviluppare tecnologie innovative e abilitanti: Intelligenza Artificiale, bassa osservabilità, intelligenza distribuita, realtà virtuale, propulsione alternativa. Queste tecnologie trovano applicazione anche in campo civile con ricadute e benefici per tutto il Paese. Il modello di cooperazione coinvolge anche centri di ricerca e università e vede la partecipazione di Leonardo, MBDA IT, Elettronica e Avio Aero, assieme a numerose piccole e medie imprese nazionali.

Intanto l’Ucraina chiede i Samp/T per difendersi dagli attacchi russi.

È un assetto di assoluto rilievo strategico della difesa aerea e missilistica. Attualmente la Difesa italiana è impegnata nel Programma di aggiornamento del Samp/T che, nella versione New Generation di imminente introduzione in servizio per Esercito e Aeronautica, sarà in grado di contrastare un più ampio ventaglio di minacce balistiche e convenzionali.

Negli ultimi mesi il Mar Baltico è stato teatro di incidenti sospetti alle infrastrutture sottomarine. Le minacce arriveranno sempre più dagli abissi? 

Alla luce degli attuali scenari, occorre disporre di specifiche capacità in grado di operare nelle profondità dei mari, per garantire la sorveglianza delle infrastrutture subacquee e fronteggiare possibili minacce in quella dimensione. La Difesa punta a sviluppare programmi per la sorveglianza della dimensione subacquea (Underwater Situational Awareness), attraverso la progettazione e sviluppo di una vasta gamma di unità navali, veicoli e sensori, tra cui Autonomous Underwater Vehicles, permanentemente dislocati sul fondo grazie a specifiche stazioni di ormeggio, ricarica energetica e data download, le cosiddette “docking station”.

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