Acquacoltura

La pesca d’allevamento per la prima volta supera quella tradizionale

Secondo la Fao il settore vale 300 miliardi, con prospettive di crescita nei prossimi anni. In Italia business da 550 milioni ma sono ancora pochi gli allevamenti in mare

di Alessio Romeo

In Italia ci sono solo 20 concessioni di allevamenti ittici in mare

2' di lettura

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Con un sorpasso storico destinato a consolidarsi in futuro, l’allevamento di pesci ha superato la pesca tradizionale. A confermarlo è l’ultimo rapporto Fao sull’acquacoltura, che con il 51% della produzione totale è ormai la principale fonte mondiale di specie ittiche, crostacei e molluschi destinati all’alimentazione umana, con un valore commerciale di 300 miliardi e una prospettiva di ulteriore crescita nei prossimi anni.

Il 62,6% della produzione (complessivamente 94,4 milioni di tonnellate) avviene in allevamenti su terraferma, il rimanente nei siti lungo le acque costiere. Delle 730 specie allevate il 60% è rappresentato da sole 17 varietà. La crescita media dal 2020 è stata del 7,6%, concentrata per oltre la metà nei pesci, seguiti dai crostacei e dai molluschi.

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In Italia il settore vale 400 milioni solo per l’itticoltura (l’allevamento di pesci in acqua dolce o in mare) a cui si aggiungono circa 150 milioni dagli allevamenti dei molluschi che hanno subito però un crollo lo scorso anno con la morìa delle vongole dovuta al granchio blu. La specie più allevata è la trota, con 30mila tonnellate, seguita da orate e spigole con 17mila. Da diversi anni l’Italia è il secondo produttore mondiale di caviale di storione dopo la Cina. L’itticoltura conta 800 siti produttivi concentrati per il 60% al Nord, il 15% al Centro e il 25% al Sud, dove vengono allevate più di 25 specie.

Ma mentre il settore registra crescite a doppia cifra in diverse aree del mondo, a livello nazionale è rimasto pressoché stagnante negli ultimi anni, stretto da crisi climatica, pandemica e geopolitica. Eppure il ruolo dell’acquacoltura è sempre più cruciale per garantire la sostenibilità della produzione, con la domanda mondiale di pesce che da decenni – indica il rapporto Fao – cresce a un ritmo doppio rispetto alla popolazione.

Inoltre, spiega il direttore dell’Associazione italiana piscicoltori Andrea Fabris, «gli allevamenti d’acqua dolce hanno anche un ruolo di sentinella ambientale. L’Italia importa il 75% del pesce consumato, con oltre 60mila tonnellate di salmone fresco, più tutto quello affumicato, che rappresenta una delle voci più importanti dell’import, costituito per la stragrande maggioranza da pesce allevato in paesi extra-Ue. In Italia invece biodiversità vuol dire anche ripopolamento dei fiumi con l’aiuto degli acquacoltori che rimettono in acqua, con un’attività controllata e complementare all’allevamento per il consumo, diverse specie».

Nelle future regolamentazioni europee ci saranno vincoli più stringenti per gli allevamenti con una serie di buone pratiche che oggi sono su base volontaria. Dall’autoproduzione dell’energia all’integrazione di diverse specie nello stesso allevamento, fino all’utilizzo di scarti e proteine microbiche per i mangimi ai sistemi a ciclo chiuso, l’acquacoltura sta già mettendo in campo soluzioni per ridurre ulteriormente il proprio impatto ambientale.

«Il mare dovrebbe essere una risorse infinita dove non c’è concorrenza, ma in Italia a livello politico e sociale la maricoltura non è ancora ben accettata: ci sono appena 20 concessioni su 8mila chilometri di costa – spiega ancora Fabris –. Dovremmo andare verso una pianificazione dello spazio marittimo che tenga conto delle potenzialità del settore. Il 2025 dovrebbe essere l’anno della ripartenza, anche grazie al nuovo fondo Ue: i bandi per l’acquacoltura sono andati subito esauriti, a conferma della richiesta di investimenti delle imprese».

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