Sbagliando si impara

Perché le abitudini sono la vera chiave del cambiamento organizzativo

Le abitudini radicate guidano i comportamenti organizzativi più delle intenzioni, e modificarle efficacemente è essenziale per trasformare la cultura aziendale e consolidare nuovi modelli operativi

di Elisabetta Del Mare*

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Gran parte della mia vita professionale si è sviluppata attorno a una domanda che, nel tempo, ho imparato a considerare meno ovvia di quanto sembri: quando cambia davvero un’organizzazione?

Quando si parla di change management, l’attenzione si concentra quasi sempre su strategie, valori, nuovi comportamenti attesi. Sono elementi indispensabili, naturalmente. Ma l’esperienza mi ha insegnato che, nella pratica, spesso non bastano.

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Nel lavoro con manager e organizzazioni mi è capitato molte volte di osservare una dinamica ricorrente. I piani di cambiamento vengono progettati con grande cura, si discutono visioni e obiettivi, si definiscono nuovi modelli organizzativi, valori, driver, comportamenti da agire. Poi però arriva la quotidianità — e le persone continuano a lavorare esattamente come prima.

Ho imparato che il motivo è più semplice di quanto immaginiamo.

Il vero motore del comportamento organizzativo non sono le intenzioni dichiarate, ma le abitudini.

Gran parte di ciò che facciamo al lavoro non nasce infatti da decisioni razionali prese ogni volta da zero. Nasce da schemi appresi nel tempo, che diventano progressivamente automatici. È un processo che la psicologia cognitiva descrive come un vero e proprio “cerchio dell’abitudine”, e che nelle organizzazioni finisce spesso per radicarsi quasi come un tratto del loro DNA.

Il meccanismo delle abitudini

Ogni abitudine nasce da una sequenza relativamente semplice. All’inizio c’è una fase di sperimentazione: una persona prova una risposta a una situazione nuova. Se quella risposta produce un risultato percepito come utile o soddisfacente, il cervello tende a conservarla.

Con il tempo quella risposta non viene più scelta consapevolmente: viene richiamata in modo quasi automatico. È qui che il processo diventa circolare. Uno stimolo attiva una routine e la routine produce una gratificazione che rafforza il comportamento.

Il giornalista e studioso Charles Duhigg ha sintetizzato questo processo individuando quattro elementi fondamentali: il segnale, che attiva il comportamento; la routine, cioè l’azione abituale; la gratificazione, che rafforza il meccanismo; e infine il bisogno, che rende quella gratificazione significativa.

Una volta consolidato, questo circuito diventa sorprendentemente resistente al cambiamento. Non perché le persone non vogliano cambiare, ma perché il comportamento non passa più attraverso un processo intenzionale.

Il punto critico del change management

Ed è proprio qui che molti programmi di change management incontrano le maggiori difficoltà. Quando si vuole modificare un comportamento diffuso — il modo di comunicare, di prendere decisioni, di collaborare, lo stile di leadership — l’istinto organizzativo è spesso quello di cercare di eliminare l’abitudine.

In realtà, nella maggior parte dei casi, è molto più efficace modificarne la struttura.

Il principio non è distruggere il cerchio, ma riutilizzarlo. Si mantiene lo stimolo, si conserva la gratificazione e si modifica la routine. In questo modo una vecchia e ormai inefficace abitudine può trasformarsi in una risorsa.

C’è però un elemento decisivo, spesso sottovalutato: la credenza. Perché una nuova abitudine si consolidi davvero, le persone devono percepire che il cambiamento ha un senso e produce valore.

Come ricorda John Kotter, uno dei principali studiosi del cambiamento organizzativo, «le trasformazioni falliscono non per mancanza di strategie, ma perché i nuovi comportamenti non diventano parte della cultura».

Quando le abitudini diventano cultura

È qui che le abitudini rivelano la loro dimensione più profonda. Non sono solo comportamenti individuali: sono mattoni della cultura organizzativa.

Il modo in cui si comunica, lo stile di leadership, le relazioni tra le persone, come si gestisce un errore o si condivide un risultato: tutto questo, nel tempo, diventa abitudine.

E quando un’abitudine si diffonde, produce qualcosa di ancora più importante: identità.

Creare una nuova abitudine in un’organizzazione significa infatti creare un comportamento condiviso. Non è solo una soluzione operativa: è un momento in cui si rafforza un modo comune di lavorare e di interpretare il proprio ruolo.

Le abitudini che cambiano le organizzazioni

Per questo motivo parliamo spesso di “abitudini chiave”: pratiche quotidiane che, una volta modificate, producono cambiamenti a catena nel funzionamento dell’organizzazione.

Il compito della consulenza — e più in generale della leadership — non è allora semplicemente introdurre nuove regole, ma saper riconoscere queste abitudini. Capire quali indeboliscono il sistema e quali invece meritano di essere rafforzate. Il cambiamento culturale non avviene in fretta, prende forma attraverso la costruzione progressiva di nuovi cerchi virtuosi: sequenze di azioni che, ripetute nel tempo, diventano parte naturale del modo di lavorare. Le strategie indicano una direzione, la leadership avvia il percorso.

Ma sono le abitudini quotidiane a determinare dove un’organizzazione arriverà davvero.

*Consulente Senior di Newton Spa

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