Sbagliando si impara

Borges, Shakespeare e la capacità di fare innamorare degli obiettivi

L'innamorarsi dell'obiettivo, non delle soluzioni, è la chiave per coinvolgere profondamente i collaboratori. Il discorso dell’Enrico V di Shakespeare

di Alberto Fedel*

 Kenneth Branagh, Enrico V Alamy Stock Photo

7' di lettura

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Partiamo dal momento in cui il/la “Boss” annuncia gli obiettivi del nuovo anno.

Platee a numerosità variabile, media altrettanto variabili (in presenza o, per dire, via Teams), slides, video, hostess, sale riunioni, giardini, alberghi, cene, apericene, strette di mano e “mi raccomando”.

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Ma il tema resta sempre lo stesso: come si “vende” un obiettivo comune (dell’azienda, di un Comune, di una scuola, di un Ospedale, di un asilo nido)?

Siccome ho assistito a circa una decina di migliaia di eventi in cui qualcuno doveva convincere qualcun altro ad impegnarsi per rendere possibile la realizzazione di un qualche “sol dell’avvenir” (absit qualunque riferimento ideologico), credo di avere capito alcune cosucce.

In positivo e negativo.

Prima dei suggerimenti partirei da Borges e dalle conseguenze che comporta una meraviglia scritta da questo premio Nobel per la Letteratura mancato (troppo morbido con i dittatori argentini per riceverlo, purtroppo per lui, ma è un’altra storia).

• “Poi riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me …”. (Jorge Luis Borges, da Il giardino dei sentieri che si biforcano).

Cioè: qui e ora, io e solo io, qui e ora. Che cosa significa per me qui e ora questa roba che mi proponi? Quell’obiettivo che propone il boss “accade a me”, realmente accade solo a me. Quindi, è importante che mi si spieghi che cosa significa per me, non per l’asilo nido o per l’azienda. Cosa significa per me?

Prima lezione: è vero che io sono il “Boss” che parla a tutti e quindi mi vedo un gruppo davanti e quindi mi viene di parlare a tutti.

Ma se lo faccio sbaglio.

È sbagliato.

Io devo parlare a ciascuno. Individualmente. Ne ho trecento davanti contemporaneamente ma non sto affatto parlando a una platea di trecento persone ma a trecento singoli “uno” a cui le cose accadono “realmente” intimamente solo a ciascuno di loro.

E come fare?

Qui ci aiuta Shakespeare (il Nobel non c’era).

Qui si impara dall’Enrico V. La mattina della battaglia di Azincourt (guardate la splendida versione cinematografica di Kenneth Branagh nel suo film).

Il famoso discorso di San Crispino.

Per contestualizzare: sbarcato in Francia con un esercito relativamente poco numeroso, Enrico V batte ripetutamente i francesi, in particolare conquistando la importante città di Harfleur.

Ma poiché la lotta ha decimato e prostrato le truppe inglesi, decide di ritirarsi a Calais, quando gli si para davanti l’esercito francese con uno schieramento cinque volte più numeroso.

La notte prima della battaglia, travestito da soldato, si aggira nell’accampamento per conoscere i veri sentimenti delle sue truppe; in questo modo sente i suoi uomini disperarsi per la morte certa che li attende, esprimere dubbi sulla sua buona fede… insomma, tutto l’esercito è molto demoralizzato.

(E vendiglieli ora i tuoi obiettivi, Boss…).

Il mattino seguente coglie al balzo le parole di uno dei suoi nobili che si lamenta perché ci sarebbero voluti almeno altri diecimila di quegli inglesi rimasti in patria per avere qualche probabilità di vittoria… In questo clima Enrico parla.

L’esordio è potentissimo:

“Chi è mai che desidera questo? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino; se è destino che si muoia, siamo in numero sufficiente a costituire per la patria una grave perdita; e se siamo destinati a sopravvivere, meno siamo e tanto più grande sarà la nostra parte di gloria. In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più (…)

Qui c’è già un primo individuale beneficio possibile (la più grande parte di gloria). Tutto succede solo a me, direbbe Borges.

“Piuttosto, Westmoreland, fa’ proclamare in tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di combattere se ne vada a casa: gli daremo il passaporto e gli metteremo in borsa denari per il viaggio. Non vorremmo morire con alcuno che temesse di esserci compagno nella morte.”

Ebbene: è ovvio che Enrico non vuole affatto che l’esercito se ne vada a casa, eppure è quello che dice. Come mai?

Fatevi queste domande:

• In una situazione in cui il rapporto di forza è di 5 contro 1, come devono essere la motivazione e la determinazione di quell’uno per avere qualche probabilità di farcela? Ovviamente altissime. E allora un uomo demotivato e scoraggiato non solo è inutile ma anche – come la famosa mela marcia – controproducente per il morale degli altri… è proprio meglio che se ne vada.

• E inoltre: se sono depresso perché sono sicuro di morire fra poco, con che attenzione ascolterò la prolusione del re? Se anche dicesse cose molto persuasive, Enrico sa bene che non essere ascoltati (perché si ascoltano piuttosto le proprie paure e la propria disperazione) è l’anticamera del fallimento di quell’unica occasione che ha per convincerli a restare… Ebbene: vi tranquillizzo, potete andarvene con il lasciapassare e i soldi nella borsa… però adesso, allora, per pochi minuti mi ascolterete davvero.

A questo punto disegna con le parole un primo scenario possibile: rimanere vivi.

• “Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiniano: chi sopravviverà e tornerà a casa, si leverà in punta di piedi e si farà più grande al nome di San Crispiniano. Chi non morirà oggi e vivrà sino alla vecchiaia, ogni anno, la vigilia, festeggerà con i vicini e dirà: “Domani è San Crispiniano”: poi tirerà su la manica e mostrerà le cicatrici e dirà: “Queste ferite le ebbi il giorno di San Crispino”.

Alcune regole da portarsi a casa:

• quando ci si riferisce al futuro (un futuro roseo di cui si vuole convincere gli interlocutori) esattamente come fa Enrico V è meglio, per così dire, “fissare degli appuntamenti” piuttosto che dire genericamente “vedrete che nel futuro sarete felici di aver vissuto questo giorno”: il battere e ribattere sul nome dei santi Crispino e Crispiniano ottiene lo scopo di estrarre il futuro dalla nebbia in cui è avvolto agli occhi di chi ascolta: ogni anno alla vigilia… vi sto assicurando che ogni anno, in un giorno preciso, sarete orgogliosi e soddisfatti. L’immagine è più vivida, più forte, più veritiera.

• Non usa il plurale (coloro) ma il singolare (chi sopravviverà): è la regola quando si voglia parlare a ciascuno e non, genericamente, a tutti… Favorisce il fatto che i singoli si identifichino con quell’uno, quell’unico che ciascuno di noi è… e che sopravviverà alla battaglia.

• Raccontare è meglio che fare predicozzi: Enrico non dice “vedrai che bello sarà poter dire io c’ero” ma descrive un anziano che festeggerà con i vicini, dirà una frase precisa “domani è san Crispiniano” e poi tirerà su le maniche e mostrerà le cicatrici: la visualizzazione è più potente che il puro ascolto di parole, anche se il concetto è il medesimo.

Dopo aver menzionato l’ipotesi a (vivere) vediamo l’ipotesi b (morire).

“I vecchi dimenticano: egli dimenticherà tutto come gli altri, ma ricorderà le sue gesta di quel giorno... e fors’anche un pochino di più. E allora i nostri nomi, che saranno termini familiari in bocca sua, re Enrico, Bedford e Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester, saranno ricordati di nuovo in mezzo ai bicchieri traboccanti: questa storia il buon uomo insegnerà a suo figlio. E il giorno di San Crispino e San Crispiniano non passerà sino alla fine del mondo senza che vengano menzionati i nostri nomi”:

Ok, penserà il soldato, prima mi hai detto che da vecchio avrò quell’appuntamento ogni anno alla vigilia con l’orgoglio di essere stato qui, ma se per caso muoio? Sai, ho moglie e figli, il mutuo da pagare…

Ebbene, il tuo nome verrà pronunciato fino alla fine del mondo, insieme a quelli di re Enrico, Bedford, Exeter…

Certo, è un po’ il premio di consolazione… meglio che niente… ma vorrei pensarci ancora un poco… sai, la moglie, il mutuo…

La conclusione del discorso toglie, come vedremo, ogni dubbio:

“Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli; poiché chi oggi spargerà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile sia la sua condizione questo giorno la nobiliterà: molti gentiluomini che dormono ora nei loro letti in Inghilterra malediranno se stessi per non essere stati qui oggi, e non parrà loro neanche di essere uomini quando parleranno con chi avrà combattuto con noi il giorno di San Crispino.”

Di nuovo un beneficio individuale (chi verserà il suo sangue sarà mio fratello) ma soprattutto una terza immagine fortissima e fondamentale: puoi restare e vivere (e allora ogni anno alla vigilia ti sentirai felice), oppure puoi restare e morire (e allora il tuo nome verrà menzionato per sempre), oppure puoi andartene ma – come i molti gentiluomini che dormono nei loro letti – maledirai te stesso per non essere rimasto qui con noi.

Provate ad immaginare la scena: nello stesso pub dove un altro dice: io c’ero e poi brinderà mostrando le ferite, voi vi sentirete dei vermi… e questo, di nuovo, non in un generico futuro (sapete, come dicono certe mamme brontolone: vedrai che quando sarai grande te ne pentirai) ma concretamente, ogni anno, alla vigilia del giorno dei santi Crispino e Crispiniano… Se è così, meglio morire…

La storia dirà che Enrico V vinse la battaglia.

Certo, non la vinse solo per questo discorso (che tra l’altro non è suo ma di Shakespeare), ma anche e certamente per la sua grande perizia di stratega militare.

Però.

Ha forse parlato della strategia?

No.

Ha forse parlato delle soluzioni che aveva escogitato per la battaglia?

No.

E qui forse c’è la lezione: non bisogna innamorarsi della soluzione che si propone, e parlare di quella, ma occorre innamorarsi e far innamorare dell’obiettivo che ci e si propone.

Perché la soluzione che si propone - specie oggi - non è sempre “perfetta” (è tutto così complesso e aleatorio).

Ma soprattutto perché se si riesce a far innamorare dell’obiettivo le persone non si domanderanno se l’obiettivo sia raggiungibile o no, ma solo come fare per raggiungerlo.

In un rapporto 1 a 5 - come nell’Enrico V – è meglio sia questa la domanda che guida ciascuno.

*Partner Newton

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