Sbagliando si impara

Il paradosso della complessità: perché un mondo interconnesso ci fa più paura

Nonostante i progressi globali in salute, istruzione e povertà, la percezione di insicurezza cresce a causa di modelli decisionali obsoleti e incentivi a breve termine

di Alessandro Cravera*

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Stiamo vivendo all’interno di un paradosso, ma forse non ce ne rendiamo conto. Negli ultimi decenni la tecnologia e i processi di globalizzazione socio-economica hanno reso la realtà profondamente più interconnessa rispetto al passato. Le catene del valore attraversano continenti, le informazioni circolano in tempo reale ed è piuttosto evidente che le scelte locali producono spesso effetti globali. Stiamo quindi vivendo in una realtà in cui la complessità è la condizione ordinaria della nostra esistenza collettiva.

Come direbbe Francois Jullien, questo momento storico porta con sé una naturale propensione verso la consapevolezza dell’interdipendenza e, di conseguenza, dovrebbe favorire l’emergere di modelli di cooperazione su scala globale e un diffuso orientamento a strategie orientate al bene comune e alla sostenibilità. Dovremmo quindi vivere in un contesto che ci porta naturalmente a un futuro migliore, prospero e sereno.

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Eppure – e qui sta il paradosso - ci stiamo dirigendo in una direzione diametralmente opposta a quella naturale. Crescono populismi, sovranismi, autocrazie. Si rafforzano narrazioni identitarie e logiche di potenza. La conflittualità pubblica aumenta, il dibattito si polarizza, la fiducia istituzionale si erode. E in molte società, più che il desiderio di cooperare, emerge il bisogno di proteggersi dagli altri.

I dati ci dicono che viviamo in un mondo oggettivamente migliore rispetto al passato. L’aspettativa di vita globale è passata da circa 46 anni nel 1950 a oltre 72 anni oggi. Secondo la Banca Mondiale la quota di popolazione in povertà estrema è scesa da oltre il 35% negli anni ’90 a meno del 10%. L’alfabetizzazione mondiale supera l’85%. La mortalità infantile si è più che dimezzata in pochi decenni. Anche la violenza mostra una riduzione significativa: il tasso globale di omicidi è oggi intorno a 6 ogni 100.000 abitanti e in molte regioni del mondo è diminuito drasticamente negli ultimi trent’anni. Mai così tante persone hanno avuto accesso a cure mediche, istruzione, tecnologia, informazione.

E tuttavia la percezione diffusa è di insicurezza, vulnerabilità, ansia.

La domanda che dobbiamo porci è: perché? Perché viviamo all’interno di questo paradosso?

Una delle cause, spesso sottovalutata, è la crisi epistemologica dei modelli di governance, ovvero del modo in cui pensiamo e interpretiamo il governo della società. Abbiamo aumentato la complessità dei sistemi, ma i nostri “occhiali” per guardarli e i modelli per gestirli sono rimasti quelli di un secolo fa.

Continuiamo a utilizzare strumenti lineari per fenomeni non lineari, metriche semplici per realtà interdipendenti, logiche di ottimizzazione locale per sistemi che richiederebbero equilibrio dinamico.

Sistemi decisionali obsoleti

 Molti sistemi decisionali sono ancora centrati su target rigidi e di breve periodo, sottovalutando l’ammonimento della legge di Goodhart: quando una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona misura. La pressione al risultato immediato tende a distorcere il comportamento, favorisce l’esternalizzazione dei costi sul sistema e alimenta miopia temporale. Si massimizza ciò che è misurabile, mentre si trascurano resilienza, coesione sociale, sostenibilità.

Parallelamente, la ricerca di efficienza estrema riduce ridondanze e margini di sicurezza. Supply chain iper-ottimizzate, sistemi finanziari ad alta leva, organizzazioni orientate al just-in-time diventano più fragili agli shock. Si confonde così l’ottimizzazione con la salute del sistema. Ma nei sistemi complessi la stabilità non è massimizzazione: è regolazione continua.

Come intuito da Ulrich Beck, siamo passati da rischi esterni (la natura) a rischi prodotti dal nostro stesso successo tecnico ed economico. Il problema è che mentre il rischio è globale, la responsabilità resta locale o frammentata. Questa asimmetria genera l’ansia sociale che il populismo cavalca promettendo protezioni illusorie.

A questo si aggiunge un’architettura di incentivi che premia il breve termine: cicli elettorali brevi, reporting trimestrali, pressione mediatica costante. In un contesto così strutturato, anche leader consapevoli dei trade-off sistemici faticano a privilegiare sostenibilità e cooperazione di lungo periodo. Il sistema spinge verso la massimizzazione immediata, non verso l’omeostasi.

Quando la complessità cresce e la governance resta lineare, si produce uno scarto. Questo scarto genera diseguaglianze percepite, perdita di controllo, insicurezza identitaria. Le persone cercano allora risposte semplici a problemi complessi. Il populismo prospera dove la complessità non è abitata ma subita. E in questo contesto, le soluzioni forti e sovraniste promettono protezione e chiarezza a chi sta pagando il costo di questa governance inadeguata per un mondo complesso.

Non è quindi l’interdipendenza in sé a produrre conflitti, tensioni, diseguaglianze sociali ed economiche. È l’incapacità di governarla con strumenti adeguati. L’interconnessione è una condizione strutturale della nostra realtà, la cooperazione è invece un risultato politico e culturale. Senza un’epistemologia capace di leggere i sistemi come reti di relazioni, feedback e trade-off, l’interdipendenza continuerà ad essere percepita come minaccia e non come opportunità.

Per uscire da questo paradosso, la strada non può essere il ritorno ai confini identitari o all’isolamento. Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente che acquisisca consapevolezza della grande opportunità che abbiamo davanti a noi. Il giuramento di Ippocrate suggerisce: “Primum non nocere”. Nel management e nella politica, questo significa comprendere che un’azione che ottimizza il locale ma danneggia il globale è, in ultima analisi, un fallimento tecnico oltre che etico.

È urgente far evolvere la nostra capacità di governare la complessità. Solo riallineando modelli decisionali, sistemi di incentivi e cultura istituzionale alla natura interconnessa della realtà potremo trasformare l’interdipendenza in una leva di prosperità condivisa, anziché lasciarla diventare il terreno fertile della paura.

*Partner di Newton Spa

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