Gestione Aziendale

Ceo sotto pressione: come l’urgenza modifica il ruolo dei leader aziendali

Un rapporto BCG evidenzia come i Ceo siano sempre più assorbiti da emergenze quotidiane, con impatti su decisioni, relazioni con il board e sostenibilità del ruolo nel tempo

di Gianni Rusconi

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C’è un cambio di paradigma silenzioso ai vertici delle imprese globali, che si può sintetizzare con il seguente assunto: l’urgenza sta progressivamente sostituendo la strategia. E non si tratta di una percezione isolata, bensì di una tendenza strutturale, oltre che misurabile. Lo dice con chiarezza il recente rapporto di BCG Insomnia Index, realizzato su un campione di circa 500 amministratori delegati su scala internazionale e integrato con l’analisi del turnover nell’S&P 1200. Ebbene, oltre il 70% dei Ceo oggetto di indagine dichiara livelli di stress riconducibili a una soglia clinicamente elevata, con un punteggio medio di 66,7 su 100. Un livello di pressione quindi importante, che ha fondamenta sia quantitative che qualitative: il 57% degli intervistati afferma infatti che le questioni di breve termine assorbono una quota sproporzionata del proprio tempo, mentre il 60% prevede condizioni operative “sfidanti” o “molto sfidanti” nei prossimi mesi.

Leadership sotto esame

In un contesto segnato da shock esterni ricorrenti (geopolitici, economici, regolatori) il ruolo del Chief Executive Officer è interessato da un significativo slittamento, evolvendo da architetto della direzione strategica a gestore di un flusso continuo di priorità contingenti.

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Due le dinamiche che emergono in modo evidente dal rapporto: da un lato aumenta il rischio di sovraccarico decisionale, dall’altro, si riduce la capacità di mantenere una visione di lungo periodo. Il comune denominatore di queste due tendenze è l’assunzione della componente “stress” a condizione strutturale, con il conseguente deterioramento delle qualità delle decisioni, sotto forma di restringimento del campo visivo, di riduzione della flessibilità cognitiva e della maggiore propensione verso scelte difensive o, al contrario, impulsive.

La leadership aziendale si trova quindi a operare in una logica reattiva, dove la visibilità si accorcia e la pianificazione si comprime: in altre parole, la pressione non incide solo sul benessere individuale delle persone che guidano le organizzazioni, ma direttamente sulla capacità delle stesse di generare valore nel tempo. Una tensione, si legge ancora nello studio di BCG, che riflette una trasformazione profonda del ruolo dei consigli di amministrazione, che negli ultimi anni hanno rafforzato competenze e capacità di lettura dei fenomeni complessi (intelligenza artificiale compresa) aumentando il livello di scrutinio sulle scelte del management. Le domande rivolte ai Ceo, in termini concreti, sono più informate, più granulari e più frequenti, riducendo gli spazi di autonomia implicita che in passato caratterizzavano questo ruolo.

Le “tensioni” interne al top management

In un contesto generale segnato dal fattore “urgenza”, sono dunque le relazioni a determinarne l’intensità. Per i Ceo, lo stakeholder più stressante (con un livello medio di pressione pari a 60 su 100) è il Cda e il dato è particolarmente significativo se letto insieme a un apparente paradosso: il 94% degli amministratori delegati si dichiara pienamente o generalmente allineato con il proprio board, eppure due su tre afferma di avere oggi molto più da dimostrare rispetto a soli sei mesi fa. Secondo gli esperti, è il segnale di una relazione che resta solida ma al contempo sempre più esigente, anche per effetto di board più coinvolti nella definizione delle strategie operative. Meno impattanti, su livello di preoccupazione e ansia dei Ceo, sono i dipendenti, con un punteggio medio di 57,8 su 100, e il senior leadership team.

C’è però un’altra forma di pressione che sta emergendo con forza internamente al top management: il 57% dei Ceo europei, infatti, prevede cambiamenti nel proprio leadership team nei prossimi sei mesi, a dimostrazione di una crescente instabilità anche ai livelli più alti dell’organizzazione. Oltre un amministratore delegato su quattro, nello specifico individua nel Chief Financial Officer la principale minaccia alla sicurezza nel proprio ruolo, seguito dal Chief Operating Officer. Un dato che riflette una dinamica nuova, ovvero sia la maggiore prossimità al board di alcune figure chiave per il presidio dei driver di performance, prossimità che rende queste stesse figure potenziali alternative credibili alla guida aziendale. Il Ceo si trova così al centro di una rete di relazioni sempre più esigenti, in cui supporto e pressione tendono a sovrapporsi: lo studio descrive efficacemente questa condizione definendo il leader dell’organizzazione come un “emotional shock absorber”, e cioè un soggetto chiamato a fare da punto di assorbimento delle tensioni alimentate dalle divergenze fra azionisti, management e forza lavoro.

Il paradosso dei rischi: tra percezione e realtà

Uno degli elementi più rilevanti che emergono dall’analisi BCG è inoltre il disallineamento tra rischi percepiti e rischi effettivi. L’attenzione dei Ceo è infatti concentrata sulla performance immediata – con obiettivi di crescita e gestione dei costi che restano le principali fonti di stress, con punte rispettivamente di 73,8 e 64 su 100 – ma questa focalizzazione, seppure riflesso di priorità naturali, alimenta il pericolo di lasciare in secondo piano altri fattori strutturali altrettanto critici. Il caso degli investitori attivisti è in tal senso emblematico. Pur collocandosi tra le ultime posizioni nella classifica delle preoccupazioni, la loro azione è associata a un aumento del 24% della probabilità di turnover del Ceo. La relativa sottovalutazione di questo fenomeno suggerisce che molti leader tendano a considerarlo un rischio eventuale, piuttosto che una variabile strutturale da gestire in modo proattivo, anche attraverso la costruzione di una base azionaria coerente con la strategia di lungo periodo.

Un secondo elemento di riflessione riguarda le risorse umane. Nonostante il crescente dibattito su engagement e retention, meno del 40% dei Ceo europei considera una priorità il malcontento dei dipendenti, nonostante sia certificabile come una riduzione del 10% nella crescita netta della forza lavoro incrementi del 12% il rischio di uscita dell’amministratore delegato.

Anche l’intelligenza artificiale, infine, si inserisce in questo quadro di disallineamento. Pur essendo centrale nelle strategie aziendali e sotto la responsabilità diretta del 75% dei Ceo, questa tecnologia si colloca solo al nono posto tra le fonti di stress. L’84% dei leader, in particolare, si dichiara più “energizzato” che sotto pressione rispetto all’AI, evidenziando un approccio ancora orientato all’opportunità. Nelle aziende di grandi dimensioni, tuttavia, cresce la pressione a generare valore nel breve: oltre il 40% degli amministratori delegati segnala un’urgenza elevata nel dimostrare ritorni concreti dagli investimenti nelle soluzioni basate su algoritmi, aprendo al rischio che tale tematica potrebbe rapidamente spostarsi dalla dimensione strategica a quella esecutiva, con un conseguente aumento ulteriore della pressione. Il pattern ricorrente, in sintesi, è che la focalizzazione e la concentrazione sull’immediato lasci fuori fuoco quei fattori che determinano la sostenibilità della leadership nel medio-lungo periodo.

Tra performance e legacy: la sostenibilità del ruolo

Accanto alle dinamiche operative e relazionali, lo studio mette infine in luce una questione di sostenibilità del ruolo di Ceo nel tempo. Il livello medio di esaurimento emotivo è elevato (si attesta a 58,6 su 10) e cresce all’aumentare della difficoltà di recupero dopo periodi di pressione intensa: esiste cioè una correlazione diretta tra intensità dello stress e tempi necessari per ristabilire condizioni di equilibrio. La solitudine, in questo ambito, rappresenta un tratto ricorrente della posizione apicale, che per sua natura riduce gli spazi di confronto reale e la possibilità di condividere apertamente dubbi e incertezze. Il Ceo è diventa così il punto di convergenza di tutte le aspettative, con margini limitati di validazione esterna e con la tendenza ad accentuare isolamento e autocensura.

In tal senso, anche il tema della legacy assume contorni più complessi. Se il 72% dei Ceo si dichiara fiducioso rispetto all’impatto di lungo periodo delle proprie scelte, resta una quota significativa (pari a circa il 30%) che esprime incertezza. La crescente polarizzazione dei contesti sociali e organizzativi rende infatti più difficile definire cosa costituisca una “legacy positiva” e la costruzione di un impatto duraturo non può più limitarsi ai risultati finanziari o a operazioni straordinarie, ma richiede la capacità di rafforzare competenze, engagement e modelli operativi all’interno dell’organizzazione. In ultima analisi, la sfida per i Ceo che si delinea dal rapporto di BCG non è solo gestire la pressione operativa, ma evitare che questa ridefinisca il perimetro del ruolo. Quando la gestione della performance assorbe l’intera agenda dell’AD, il rischio è che venga meno la funzione distintiva dell’essere leader, che rimane quella di orientare l’impresa nel tempo. La capacità di riallineare breve e lungo periodo diventa quindi non solo una questione di efficacia manageriale, ma una leva diretta e necessaria di stabilità e competitività.

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