Per Shein la sostenibilità è una sfida aperta: in un anno emissioni di gas serra cresciute di oltre l’80%
I risultati nel terzo report di sostenibilità appena pubblicato dal gigante del fast fashion, che ammette: «Abbiamo ancora molto lavoro da fare»
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Per assistere alla realizzazione dell’ipo più annunciata e attesa dell’industria della moda globale degli ultimi anni sembra che si debba iniziare a guardare verso il Paese dove tutto è iniziato e tutto si alimenta: è infatti alla Borsa di Hong Kong che, secondo il rumor riportato dal Financial Times lo scorso giugno, potrebbe approdare Shein, il colosso del fast fashion, nato a Nanjing nel 2012 e dal 2022 basato a Singapore, che ha conquistato milioni di consumatori in 150 Paesi del mondo grazie alla sua peculiare formula: costi bassissimi, catalogo infinito, ipervelocità del servizio, dalla produzione (basata perlopiù in Cina, nell’area di Guangzhou) alla consegna.
Sulle piazze “occidentali” in precedenza prese in considerazione, New York e Londra, si sono addensate nell’ultimo anno nubi di incertezza: negli Stati Uniti, nell’ambito delle tensioni commerciali e politiche con Pechino, di recente Shein è finita sotto la lente perché la sua tecnologia applicata a partner produttivi e commerciali americani potrebbe costituire una minaccia per la sicurezza nazionale. In Europa proprio in questi giorni sta scadendo il termine fissato dalla Commissione Europea, che il 26 aprile aveva inserito Shein nella lista delle “Very large online platforms” (VLOP), come tali obbligate ad adeguarsi alle stringenti regole del Digital Act, e si discute sull’innalzamento dei dazi per prodotti come quelli di Shein. E questo mentre si moltiplicano le normative - come quelle sull’ecodesign, la circolarità e la tracciabilità - con cui le istituzioni stanno cercando di costringere l’industria della moda a ridurre il suo ancora troppo grave impatto sul pianeta.
Pur restando convinta della sua formula - moda davvero democratica, prodotta on demand in base ai dati raccolti sugli stili e le tendenze preferite, dunque evitando sovrapproduzione - , anche Shein sa bene quanto sia cruciale investire in sostenibilità, e da tre anni pubblica un report dedicato a questi temi. Nel più recente, pubblicato pochi giorni fa, insieme alle dovute descrizioni di meritorie iniziative, ambiziosi programmi e indubbi progressi, spicca però un dato: «Le nostre emissioni in assoluto sono cresciute da 9,17 milioni di tonnellate di gas CO2 equivalente nel 2022 a 16,68 milioni nel 2023. Riconosciamo che abbiamo ancora molto lavoro da fare sul nostro impatto e siamo impegnati nel fare progressi», si legge in un paragrafo di pagina 31.
Il dato esprime una crescita di quasi l’82%, ma non è l’unico a essere preoccupante: fra 2022 e 2023, si legge sempre nel report, le emissioni di gas serra legate a operazioni dirette sono passate da 3.781 tonnellate a 7.514; quelle indirette, legate all’acquisto di elettricità, da 19.505 a 25.788 (Shein dichiara che il 72% dell’energia consumata proviene da fonti rinnovabili, rispetto al 68% del 2022); quelle prodotte dai trasporti dei prodotti, dalla produzione alla vendita al reso, da 3,2 milioni a 6,3; le emissioni della filiera di prodotti a marchio Shein da 5,8 a 10,2 milioni; i rifiuti industriali prodotti solo nelle facilities direttamente gestite da Shein da 352 a 6.045. La rete di produttori partner citata nel report è di 5.800, cifra che però comprende solo quelli che si occupano dei prodotti finiti a marchio Shein, dunque delle ultime fasi della filiera, e che hanno stipulato contratti direttamente con il gruppo.
Sul fronte delle fibre utilizzate nei suoi prodotti, quasi il 76% è di poliestere, di cui il 6% riciclato (anche se fra gli obiettivi della sua strategia di sostenibilità evoluShein, lanciata nel 2022, c’è quello di raggiungere il 31% entro il 2030); il cotone sfiora il 10%, seguito da viscosa (8%), di cui il 5% proveniente da cellulosa da fonti certificate.










