Shein: «Quadruplicati i controlli per la sostenibilità». E rilocalizza parte della produzione
Il gigante dell’ultra fast fashion mette online tra i 3mila e i 6mila prodotti ogni giorno e nel Sustainability report 2021, a fronte di 700 audit, aveva valutato medio-alta la performance solo del 17% dei fornitori. Nel 2022 ha aumentato i controlli a 2.800
di Marta Casadei
4' di lettura
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Più di 53 miliardi di video con hashtag #Shein visualizzati su TikTok; centinaia di migliaia di nuovi prodotti di moda caricati ogni anno sul sito e 261 milioni di consumatori attesi nel 2025 secondo il Financial Times. Oltre a una valutazione che si aggirerebbe sui 100 miliardi di dollari (fonte: Bloomberg).
Il fenomeno Shein, azienda fondata da Chris Xu nel 2012 e oggi è tra le app di shopping più scaricata in Europa e Usa, nel corso dell’ultimo decennio è esploso entrando a gamba tesa in un segmento, quello del fast fashion, dominato da pochi big e alle prese con cambiamenti epocali. Tra cui la gestione di un modello di business fondato sul consumismo in un mondo sempre più orientato alla sostenibilità. Un problema che anche Shein sta provando ad affrontare, come spiega Peter Pernot-Day, global head of strategy and corporate affairs.
Secondo Chris Xu la missione dell’azienda è rendere la bellezza accessibile a tutti. Esperti di marketing invece hanno definito il vostro modello di business «fast fashion sotto steroidi». Mi spiega come funziona concretamente?
Il modello è basato su quello che chiamiamo “manifattura on demand”. Noi creiamo un design ne produciamo fino a 200 esemplari in tutto il mondo. Poi lo mettiamo online e vediamo se e quanti consumatori acquistano il capo. Lo produciamo in base alla domanda, altrimenti mettiamo quei pochi esemplari in saldo e non lo riproponiamo. Così tagliamo gli “scarti”, non dovendo indovinare cosa vorranno i consumatori.
Quanti prodotti lanciate?








