Ortofrutta, troppa offerta in Europa e costi elevati: margini a rischio
Gli operatori sono preoccupati dal surplus causato dal mercato russo non più in grado di assorbire la produzione: così i prezzi rischiano di abbassarsi
di Silvia Marzialetti
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Non solo siccità e aumento dei costi di produzione: la chiusura dei mercati dell’est Europa e l’inevitabile riassetto dei flussi commerciali a livello mondiale, allarmano il comparto dell’ortofrutta, alle prese con un eccesso di offerta.
Marco Salvi, presidente di Fruitimprese, richiama l’attenzione in particolare sui 4 milioni di tonnellate di ortofrutticoli provenienti da Turchia, Egitto, Sudafrica e Sudamerica, destinati tradizionalmente alla Russia. «È chiaro che se questa situazione di belligeranza e svalutazione del rublo persiste, i prodotti si riverseranno in Europa, causando una forte pressione».
Così mentre a Rotterdam si cominciano a vedere i primi container provenienti dal Sudafrica, sono già un caso le mele bielorusse, moldave e serbe, un tempo destinate al mercato russo – erano 230mila le tonnellate nel 2019 dalla Bielorussia, 200mila quelle dalla Moldavia – che cercano nuovi spazi. O le pere di provenienza belga e olandese, che invadono il mercato italiano con costi inferiori ai prodotti locali. Lo stesso meccanismo rischia di ripetersi con le produzioni estive, reduci da un 2021 in forte calo.
Tra siccità e caro energia
«Abbiamo già avuto esperienza dell’embargo russo del 2014, che improvvisamente ha chiuso il Paese di Putin all’ortofrutta italiana ed europea – commenta Paolo Bruni, presidente di Cso –. La conseguenza è stata una netta contrazione della redditività».
Al nodo dei mercati dell’Est si aggiungono le politiche perseguite da alcuni Paesi come l’Egitto «dove – come ricorda Davide Vernocchi, coordinatore Ortofrutticolo di Alleanza Cooperative Agroalimentari – non si riesce più a esportare un chilogrammo di ortofrutta».
Per le aziende – strette tra il cappio dei costi di produzione e la siccità – diventa complesso impostare un budget credibile, a causa dell’incertezza dilagante. «Se i dati ufficiali dell’inflazione oscillano tra il 6 e l’8% , nel caso specifico delle nostre aziende, che sono tra le più energivore, il range è tra il 20 e il 25%», prosegue Vernocchi.








