Made in Italy

Oltre i dazi di Trump, la filiera agroindustriale teme anche le contromisure europee

L’analisi di Areté sui possibili impatti: emblematico il caso dei cereali dove l’Italia rischia di pagare due volte, come esportatore di pasta e importatore di grano

di Alessio Romeo

Nel 2024 le esportazioni di pasta verso gli Usa hanno toccato la cifra record di 700 milioni di euro

3' di lettura

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Non solo dazi. Oltre al sicuro danno delle tariffe, l’agroalimentare italiano, che importa materie prime ed esporta trasformati, rischia di subire la beffa delle contromisure europee nella guerra commerciale globale. Mentre a tutti i livelli si fanno i conti sul possibile impatto delle nuove barriere degli Stati Uniti sul commercio mondiale in generale e sull’export Made in Italy in particolare, a preoccupare la filiera agroindustriale ci sono anche, e in alcuni casi soprattutto, le possibili contromisure alle restrizioni imposte dagli Usa.

Il caso più emblematico è quello della pasta, che ha appena festeggiato il record delle esportazioni messo a segno nel 2024 a coronamento di una lunga crescita, con gli Stati Uniti primo mercato extra Ue da 700 milioni su 4,3 miliardi di export totale. Essendo l’Italia deficitaria per il 40% circa di grano duro, materia prima utilizzata per la produzione di pasta, il settore rischia di pagare due volte. Oltre al danno (già visibile) sull’export insomma, la beffa di un possibile aumento del costo dell’import. Paradossalmente, senza neanche il beneficio di un aumento dei prezzi dovuto alle restrizioni tariffarie.

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Un’analisi realizzata da Areté, società di studi economici specializzata nell’agribusiness, ha stimato i possibili impatti dei dazi sui fondamentali e sui prezzi delle principali materie prime agroindustriali. L’impatto delle tariffe, sottolinea lo studio, potrebbe essere sia diretto (soprattutto sulle produzioni con elevate quote di scambio con gli Stati Uniti), ma anche indiretto, complici i movimenti di dollaro e petrolio. Con il prezzo del greggio sotto i 56 dollari al barile, ai minimi dal 2021, l’euro è tornato sopra la soglia degli 1,09 dollari.

«Sui mercati dove gli Stati Uniti sono importanti importatori netti, come nel caso di cacao e caffè, con prezzi ai massimi storici – spiega Enrica Gentile, amministratore delegato di Areté – i dazi potrebbero avere effetti inflattivi sul mercato interno ma non su quello globale, dove anzi il rallentamento della domanda interna, unito a dollaro debole ed energetici in calo, potrebbe avere effetti ribassisti. A pagare il costo dei dazi in questi casi sarebbero insomma i consumatori americani. Diversi invece i casi in cui gli Usa sono importanti esportatori: frutta secca, ma anche mais, soia ed altri, dove le possibili contromisure dei principali partner commerciali potranno sortire effetti anche molto diversi».

Resta fondamentale quindi capire quali saranno le contromisure messe in campo dall’Unione europea, che intanto comunque continua a ribadire di essere favorevole all’apertura di un negoziato. Le decisioni Ue saranno determinanti per stabilire gli eventuali impatti delle tariffe sui mercati agroindustriali. 

Il discorso fatto sui cereali però può essere esteso anche alla soia, materia prima chiave per l’industria mangimistica italiana che è deficitaria all’80% e di cui gli Stati Uniti sono tra i tre grandi produttori globali insieme a Argentina e Brasile. Gli Usa sono inoltre, ricorda l’analisi, i principali produttori ed esportatori mondiali di mais. E se, allo stato attuale, i dazi potrebbero avere un effetto limitato sul mercato di questo prodotto, l’impatto più rilevante potrebbe essere un aumento dei costi di produzione o un effetto sostituzione a favore proprio della soia. Mentre sul mercato del grano duro potrebbe crescere ulteriormente il ruolo del Canada.

Le conseguenze più visibili sui prezzi interni riguarderebbero i settori della frutta secca e dei cosiddetti coloniali, nei quali il ruolo degli Stati Uniti sul mercato globale è predominante, come produttore ed esportatore nel primo caso e come importatore nel secondo. Gli Usa sono infatti un’area chiave di produzione ed esportazione di alcune delle principali referenze della frutta secca, con il 78% della produzione globale di mandorle e l’85% dell’export, i 53% e il 62% sul mercato dei pistacchi, il 27% e il 45% su quello delle noci.

L’Ue, importatore netto di frutta secca, soprattutto dagli Usa (da cui importa il 92% del proprio fabbisogno di mandorle, l’86% dei pistacchi e il 54% di noci) potrebbe quindi beneficiare di un aumento dell’offerta oltre che della recente svalutazione del dollaro. Anche qui sarà fondamentale monitorare le eventuali contromisure.

«Gli Usa sono un importatore rilevante per molti prodotti food e per diverse materie prime, e un esportatore cruciale per altre. La situazione è ampiamente diversificata e gli impatti varieranno non solo da un mercato all’altro e in funzione delle strategie che infine adotterà il governo Trump, ma anche – spiega ancora Gentile – in base a se e come risponderà ognuno degli altri player importanti a livello mondiale su quel mercato specifico, e dall’evoluzione che seguiranno dollaro ed energetici nei prossimi mesi. In generale – conclude – per gli operatori è cruciale la diversificazione e, dove possibile, l’accesso agli strumenti informativi e la velocità di reazione, perché aumenteranno gli elementi di complessità su mercati già volatili e difficili».

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