Materie prime

Olio di sansa, al bivio tra uso alimentare e fonte bioenergetica

La sansa vergine è un sottoprodotto della lavorazione delle olive in frantoio, impiegata per produrre olio alimentare e biomasse. Assitol chiede il «food first» cioè che la sansa sia a uso energetico solo se non è possibile quello per i cibi

di Giorgio dell'Orefice

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Non ci sono solo i pannelli fotovoltaici sui terreni agricoli ad accendere in agricoltura il contrasto tra food e non food. La contrapposizione tra produzione agroalimentare e produzione energetica sta conoscendo infatti un nuovo capitolo tutto interno al settore dell’olio d’oliva.

Al centro delle polemiche non è la produzione di olio extravergine ma la produzione di olio di sansa. La sansa vergine è un sottoprodotto della lavorazione delle olive in frantoio, impiegata per produrre olio alimentare e biomasse, valorizzata dal lavoro delle aziende che la trasformano e ne estraggono un olio destinato all’alimentazione. Di olio di sansa in Italia se ne producono in media circa 20mila tonnellate, se ne importano 30mila e se ne esportano 40mila.

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L’olio di sansa viene infatti utilizzato nella frittura su scala industriale ma soprattutto viene esportato e utilizzato come apripista (grazie al suo gusto più neutro) sui nuovi mercati esteri, in primis asiatici, non ancora abituati al gusto e al sapore dell’extravergine. Questa produzione e la relativa filiera che gravita attorno ai sansifici (diffusi in Italia soprattutto Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) è ora messa in grave difficoltà.

A partire dagli anni ’10 del 2000 infatti sono proliferati i sostegni alle agroenergie e gli incentivi per destinare alla produzione di bioenergie prodotti da matrici agricole. Compreso quindi l’olio di sansa, che oggi viene in gran parte assorbito dalla produzione agroenergetica mettendo in seria difficoltà i sansifici e i loro lavoratori.

Secondo i dati di Assitol (l’associazione delle industrie olearie italiane), a partire dal 2018, le sanse lavorate nei sansifici sono passate dall’85% del totale a una quota del 50%. Segno evidente del rafforzamento della destinazione energetica. Per questi motivi Assitol, ha proposto vari ricorsi amministrativi con l’obiettivo di riportare in equilibrio il mercato dell’olio di sansa.

Sullo sfondo, come osservatori interessati, gli olivicoltori che trovano una nuova redditività grazie agli incentivi alle agroenergie o comunque grazie alla presenza di un’alternativa remunerativa, possono cedere le loro sanse ai sansifici a un prezzo più elevato. «Finalmente, nello scorso luglio – hanno spiegato all’Assitol – due sentenze del Consiglio di Stato hanno confermato il pesante quadro distorsivo creato a partire dal 2012. Ma soprattutto, i magistrati nelle due pronunce, hanno ribadito la necessità di seguire il principio del “food first” che prevede cioè che la sansa vergine possa essere destinata all’uso energetico solo dopo che le autorità responsabili abbiano accertato ‘che non siano possibili usi non energetici’. In sintesi, la sansa vergine può essere incentivata, ma dando assoluta precedenza all’utilizzo alimentare».

Prima di arrivare ai ricorsi amministrativi Assitol si era rivolta sia all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato che al Parlamento. «Il nostro obiettivo – ha aggiunto il presidente del gruppo olio di sansa di Assitol, Giuseppe Masturzo – è solo quello di garantire al nostro settore, storico e profondamente radicato al Sud, condizioni di libero mercato. Ci siamo dichiarati da subito disponibili a collaborare con le istituzioni e con i produttori di biometanoper definire un ragionevole periodo di transizione, con l’obiettivo di evitare contraccolpi negativi alla filiera olivicola-olearia. Ad oggi, però, nessuno ci ha convocati, anche solo per ascoltare le nostre ragioni».

Di fatto, la strada verso una normalizzazione del mercato della sansa si sta rivelando tutt’altro che in discesa. «Nell’attesa di avviare un dialogo costruttivo – ha proseguito Masturzo - è di pochi giorni fa il tentativo di inserire un emendamento nel Dl Terra dei fuochi, poi dichiarato improponibile, col quale sarebbe stato lo stesso produttore di biometano, destinatario degli incentivi, a certificare che, in relazione alla sansa vergine da lui usata, non siano stati possibili usi non energetici. In sostanza, il controllato avrebbe finito per fare anche di controllore di sé stesso escludendo dalle verifiche sia l’autorità pubblica che il Gse». «Chiediamo alle istituzioni – ha concluso il presidente del Gruppo Sansa - che la normativa sugli incentivi alle sanse vergini recepisca, in pieno e nella sostanza, il contenuto delle sentenze del Consiglio di Stato permettendoci di competere ad armi pari con il comparto delle bioenergie ed eliminando, una volta per tutte, le distorsioni che rischiano di uccidere il comparto».

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