Innovazione

Agricoltura, la frontiera dei biostimolanti vale 5 miliardi in Europa

Le imprese italiane sono state pioniere nel settore dei nuovi fertilizzanti ma ora rischiano di finire nel mirino dei big internazionali del settore

di Giorgio dell'Orefice

I biostimolanti migliorano il terreno  rendendo le piante più forti

3' di lettura

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Chi ha mai immaginato che si potesse migliorare la produzione agricola facendo ricorso alle alghe? O che strumenti di resilienza si potessero individuare a partire da commodity come riso, soia, piante aromatiche ed erba medica? O che, ancora, invece di combatterli si potessero selezionare batteri in grado di migliorare la produttività delle piante e la qualità dei prodotti?

È la nuova frontiera dei biostimolanti, promettente segmento della ricerca nel settore dei fertilizzanti e dei mezzi tecnici di supporto alla produzione agroalimentare individuati all’interno del ventaglio di strumenti disponibili in natura (partendo da materie prime di origine vegetale o animale) favorendo inoltre un importante salto di qualità anche sul terreno della sostenibilità ambientale delle produzioni.

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La sfida della sostenibilità

La sfida, sempre più ambiziosa, è ormai chiara a tanti: aumentare la produzione agroalimentare per una popolazione mondiale in crescita e in un quadro di cambiamento climatico riducendo al tempo stesso l’impatto ambientale. Una sfida articolata alla quale è possibile dare risposta solo affidandosi alla ricerca scientifica perché solo mediante la ricerca è possibile individuare strumenti e metodologie per preservare la produzione agricola da eventi atmosferici estremi e stress ambientali (temperature elevate, siccità, salinità eccessiva), diffondere le tecniche agricole in territori in passato considerati poco vocati, aumentare la resilienza delle piante, la loro produttività e la qualità dei prodotti nelle aree invece nelle quali la produzione agroalimentare è consolidata.

Come agiscono i biostimolanti

I biostimolanti agiscono lungo due direttrici: o migliorando direttamente le performance vegetali oppure favorendo un generale miglioramento della “rizosfera” ovvero l’habitat nel quale la pianta vive. Quindi il terreno che circonda le radici e che contiene acqua, sali minerali, composti organici e una molteplicità di microrganismi che possono interagire con le radici stesse della pianta, modulandone il nutrimento, la crescita e la resistenza agli stress ambientali.

«I biostimolanti – ha commentato il presidente di Assofertilizzanti, Paolo Girelli - attualmente, rappresentano una quota rilevante del mercato dei fertilizzanti, ma si tratta di una tipologia di prodotti in intensa e rapida evoluzione, sostenuta dai notevoli investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle aziende del settore. Negli ultimi 10 anni, l’offerta di questa tipologia di formulazioni è cresciuta a un ritmo di oltre il 10% annuo, con un turnover di 5 miliardi a livello europeo e – stimiamo – di 7-800 milioni di euro a livello italiano. I biostimolanti sono soltanto un esempio dell’impegno costante dei produttori di fertilizzanti nel mettere a punto e rendere disponibili preparati di elevata qualità per supportare la crescita dell’agricoltura».

Le ricerche in corso

Sono diverse le ricerche in corso che puntano su formulazioni biostimolanti a base di alghe e microrganismi che stimolano l’assorbimento di acqua e nutrienti mediante le radici o che ottimizzano la composizione microbica del terreno favorendo batteri utili alla pianta: sostanze che stimolano la germinazione dei semi promuovendo, quindi, lo sviluppo di germogli, radici, fusto e frutti; composti che stimolano l’azione antiossidante aumentando le difese da stress ambientali. Senza dimenticare il miglioramento delle proprietà nutrizionali dei vegetali come, ad esempio, il contenuto di proteine, amidi e composti antiossidanti.

Il ruolo dell’Italia e le norme Ue

«Per una volta – prosegue Girelli - registriamo un dato positivo anche sul fronte normativo: i biostimolanti sono già contemplati dalla normativa comunitaria con Regolamento 1009 del 2019. Un aspetto che semplifica il quadro e fornisce certezza alle imprese che possono registrare e immettere in commercio i loro prodotti senza che debbano essere recepiti in normative nazionali. Non manca, tuttavia, non qualche criticità. Le imprese italiane sono state pioniere di questo settore già a partire dagli anni ’90. Come testimoniato le molte pubblicazioni scientifiche italiane in materia. Un percorso avviato da una rete di piccole e medie imprese che oggi sono molto appetibili e che rischiano di finire nel mirino di grandi player internazionali mentre sarebbe importante che la produzione e la ricerca in questo settore continuino ad avere un solido presidio in Italia».

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