L’intervista

Netflix punta sull’Italia: «Focus sulle storie locali e più investimenti»

Il co-ceo Ted Sarandos: «Abbiamo avuto un impatto di 1,1 miliardi sull’economia italiana. La questione dazi? Pronti a gestirla in ogni caso»

di Andrea Biondi

Il co-ceo di Netflix Ted Sarandos

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Dieci anni di presenza nel nostro Paese, oltre mille progetti italiani resi disponibili in tutto il mondo, un impatto economico di 1,1 miliardi e una prospettiva di ulteriore crescita. Ted Sarandos, 61 anni, co-ceo di Netflix, racconta come l’Italia sia diventata un tassello strategico per il servizio di streaming che guarda al futuro tra produzioni locali, nuove tecnologie e giochi. Al big del video on demand si guarda anche per gli sviluppi sullo sport live, dopo le indiscrezioni su un possibile impegno, come peraltro fatto da Amazon con la Champions League. Su questo fronte c’è il no comment. «Il nostro obiettivo – dice Sarandos parlando dell’offerta complessiva – è continuare a essere la scelta preferita dal pubblico, con storie di qualità e un’esperienza di visione sempre più personalizzata».

Dieci anni di Netflix in Italia. Che bilancio fa?

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È stato straordinario, per la rapidità con cui abbiamo avuto un impatto sul Paese e per il modo in cui siamo riusciti a coinvolgere consumatori e comunità creative. Per non parlare poi dell’impatto economico, con un valore aggiunto generato di oltre 1,1 miliardi di euro in quattro anni, dal 2021 al 2024. Abbiamo girato i nostri show e film originali in più di 100 città italiane e lanciato circa mille titoli italiani, tra originali e su licenza, in questi dieci anni. Aggiungo che oltre ai circa 120 dipendenti nel Paese, tra il 2021 e il 2024 abbiamo impiegato 5.500 persone nelle nostre produzioni. Non intendiamo fermarci. Negli ultimi tre anni abbiamo raddoppiato il nostro investimento in Italia. E continuerà a crescere.

Netflix è un attore globale. C’è spazio per crescere solo nei mercati emergenti o anche in quelli maturi come gli Usa?

Assolutamente sì. Negli Usa rappresentiamo solo il 10% del tempo televisivo e il 5% della spesa dei consumatori nei settori dell’intrattenimento. Questo significa che c’è ancora molto spazio per crescere, aumentando l’engagement e offrendo contenuti che conquistino nuove fasce di pubblico.

In un panorama sempre più competitivo, da Disney+ ad Amazon Prime Video, pensate di avere un vantaggio competitivo? 

Il nostro vantaggio nasce da una combinazione di diversi fattori: contenuti originali che le persone amano, tecnologia che aiuta a scoprire ciò che più si adatta ai gusti individuali e una portata globale che ci consente di investire in produzioni locali in 50 Paesi. Inoltre, a differenza di altri operatori che fanno molte cose, noi facciamo solo questo: raccontiamo storie. È il nostro mestiere, ed è ciò che ci consente di entrare in contatto diretto con il pubblico. Infine non va dimenticato che siamo partiti per primi.

Come pensate di bilanciare investimenti plurimiliardari e crescenti nelle produzioni, 18 miliardi di dollari quest’anno, con la necessità di mantenere i margini e soddisfare gli azionisti?

Il margine deriva dalla qualità dell’investimento. Quando realizzi progetti che la gente ama, lavorando con creatori capaci di portare quelle storie sullo schermo, crei valore. Più riusciamo a connettere le storie con il pubblico, più aumentano i ricavi e i margini. È un circolo virtuoso che unisce coinvolgimento, profitti e nuovi investimenti.

Dove concentrerete i vostri sforzi di crescita? I giochi saranno la prossima frontiera?

Siamo solo agli inizi, ma credo molto nelle potenzialità dei giochi. Le nuove generazioni vogliono un’esperienza più interattiva e avere un ruolo più attivo nei mondi narrativi che amano. Il gaming può rafforzare la nostra proprietà intellettuale, permettendo agli spettatori di vivere le storie anche tra una stagione e l’altra o tra un film e l’altro. Al momento i giochi sono disponibili solo su dispositivi mobili, ma presto arriveranno anche sulla Tv.

Come rispondete a chi dice che “estraete valore” senza restituire abbastanza al sistema locale, anche in termini di tasse?

Non so chi possa aver sostenuto una cosa del genere, tanto più che, come detto, abbiamo generato un valore aggiunto sull’economia italiana di oltre 1,1 miliardi di euro in quattro anni. Inoltre, paghiamo le imposte dovute in Italia. Siamo di fatto un grande contributore dell’economia locale.

Un tema in Europa è quello delle quote minime di produzione locale e di regole per i servizi di streaming. Come gestite un contesto normativo così frammentato?

Per noi l’importante è che qualsiasi sistema normativo sia semplice, equo e prevedibile. Se manca uno di questi elementi, un Paese diventa meno appetibile. Aggiungo che Netflix produce contenuti locali non perché è un obbligo, ma perché ha senso economico e culturale. Le storie locali sono ciò che il pubblico vuole.

E la competizione con la Tv tradizionale, da Rai a Mediaset?

Competiamo in tutto il mondo con la Tv lineare, ma crediamo che la scelta e il controllo portati dallo streaming siano ciò che i consumatori desiderano. Internet ha reso possibile un nuovo livello di libertà: scegliere cosa guardare, quando e dove. Questo è il valore aggiunto che offriamo. Comunque noi siamo partner delle realtà che ha citato, perché collaboriamo e acquistiamo contenuti per la nostra offerta.

Il presidente Trump ha ipotizzato di applicare dazi o barriere alle produzioni di film e serie non statunitensi. Cosa ne pensa e quale impatto potrebbe avere su un player globale come Netflix?

Lo scenario è ancora poco chiaro. Noi ci concentriamo su quello che siamo in grado di controllare e gestire. E questa è certamente una di quelle cose che non possiamo controllare, ma che possiamo gestire, qualunque sia l’esito.

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