Intelligenza artificiale

Meta inizia l’addestramento dell’Ai sui post e commenti pubblici. Ecco come opporsi

L’inizio sarà graduale. I dati saranno quelli relativi alle interazioni con l’IA su Instagram e Messenger, non quelli su WhatsApp

di Alessandro Longo

4' di lettura

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In queste ore gli utenti europei Meta cominceranno a ricevere notifiche — in app e via email — che spiegano come l’azienda userà i loro dati per addestrare l’intelligenza artificiale.

Lo fa sapere Meta oggi con un annuncio che cade in una fase molto delicata dei rapporti tra Meta e l’Europa (le istituzioni e i suoi cittadini). Qualche giorno fa l’arrivo dei Meta AI su Instagram, Whatsapp, Facebook ha sollevato molte polemiche per l’impossibilità di disattivare il servizio e anche per i dubbi, appunto, riguardo ai dati utilizzati.

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Oggi Meta fa chiarezza sul punto. Spiega anche che l’utilizzo di dati per l’AI non riguarda Whatsapp.

Per il resto, «la tipologia di dati che cominceremo a utilizzare e come questo migliorerà l’IA di Meta e l’esperienza complessiva degli utenti. Queste notifiche includeranno anche un link a un modulo attraverso il quale sarà possibile opporsi in qualsiasi momento all’utilizzo dei propri dati in questo modo».

«Abbiamo reso questo modulo facile da trovare, leggere e compilare, e rispetteremo tutte le richieste già ricevute di non utilizzare i dati, così come quelle che verranno inviate in futuro», scrive l’azienda.

Meta userà contenuti pubblici condivisi da utenti adulti dell’Unione Europea sulle sue piattaforme, come post e commenti pubblici su Facebook e Instagram. Sfrutterà anche le interazioni con Meta AI — come domande e richieste fatte all’assistente.

Ma «non utilizziamo i messaggi privati scambiati con amici e familiari per addestrare i nostri modelli di IA generativa. Inoltre, i dati pubblici provenienti da account appartenenti a persone nell’UE di età inferiore ai 18 anni non verranno utilizzati a fini di addestramento».

Obiettivo, migliorare la qualità e la precisione dei modelli.

«Lo scorso mese abbiamo lanciato Meta AI nell’UE, il primo passo per rendere disponibile gratuitamente la funzione chat di Meta AI in tutta Europa, tramite le app di messaggistica che le persone già conoscono e amano: WhatsApp, Instagram e Messenger di Facebook» .

«Crediamo di avere la responsabilità di costruire un’intelligenza artificiale che non sia solo accessibile agli europei, ma realmente pensata per loro. Ecco perché è fondamentale che i nostri modelli di IA generativa vengano addestrati su una varietà di dati che gli permettano di comprendere le incredibili e variegate sfumature e complessità che caratterizzano le comunità europee». Ossia: «ciò include tutto, dai dialetti, ai modi di dire fino alle conoscenze locali e ai modi distintivi in cui i diversi Paesi usano l’umorismo e il sarcasmo nei nostri prodotti. Si tratta di un aspetto particolarmente importante in un momento in cui i modelli di intelligenza artificiale stanno diventando sempre più avanzati, con funzionalità multimodali che comprendono testo, voce, video e immagini».

Meta evidenzia che questo addestramento viene già fatto dai sui concorrenti, «tra cui Google e OpenAI, che hanno già utilizzato dati degli utenti europei per addestrare i propri modelli di IA. Siamo orgogliosi del fatto che il nostro approccio sia più trasparente rispetto a quello di molti altri operatori del settore». E che il ritardo nel lancio è stato dettato proprio dalla volontà di rispettare pienamente il quadro normativo europeo. «Siamo dispiaciuti che ci sia voluto quasi un anno per arrivare a questo punto, accogliamo con favore la chiarezza fornita sia dalla Irish Data Protection Commission (IDPC) che dallo European Data Protection Board (EDPB), che ci ha permesso di compiere questo passo successivo», scrive l’azienda.

Meta prova così a contemperare due esigenze. Spingere sull’AI e soddisfare i requisiti stringenti dell’Ue, spesso sostenuti anche dai cittadini (come dimostrano appunto le polemiche su Meta AI). Meta punta a rafforzare la propria presenza nel mercato dell’intelligenza artificiale generativa, dove è in ritardo rispetto a concorrenti già affermati. Il modello Llama di Meta è unico per la sua natura open source (limitatamente ai pesi usati nelle reti neurali), ma è giudicato dai benchmark indipendenti (come quelli di Artificial Analysis) meno performante rispetto a OpenAi Gpt, Anthropic Claude, Google Gemini, su compiti di ragionamento complesso, multimodalità, comprensione contestuale in testi lunghi.

Qualche giorno fa Meta ha criticato Chatbot Arena, la piattaforma open-source che confronta i modelli linguistici tramite votazioni anonime degli utenti, perché il suo nuovo modello LLaMA 3-70B è stato classificato sotto GPT-4, Claude 3 Opus e Gemini 1.5, e solo a livello di GPT-3.5. Secondo Meta, i benchmark tecnici mostrano prestazioni superiori, e il ranking di Arena non riflette il reale valore del modello. La comunità accademica ha difeso Arena, sostenendo che misura le preferenze umane reali, più rappresentative dell’esperienza d’uso quotidiana.

Va anche considerato che la partita di Meta sulla privacy non è da considerarsi vinta definitivamente.

Solo a dicembre 2024 è arrivata una forma di via libera a questo addestramento AI: l’Edpb ha confermato la conformità del piano iniziale di Meta con gli obblighi legali, permettendo così di procedere.

Il metodo scelto da Meta — ovvero un meccanismo di opposizione (opt-out) invece che di consenso esplicito (opt-in) all’uso dei dati per addestrare — resta però controverso. Organizzazioni come Noyb, fondata dall’attivista Max Schrems, criticano questo approccio, sostenendo che non è conforme allo spirito del regolamento privacy Gdpr, il quale privilegia il consenso esplicito, libero e informato da parte dell’utente. Secondo questi critici, un’informativa via email o notifica non è sufficiente per garantire un consenso realmente consapevole.

Questa tensione, tra big tech che devono spingere sull’AI e l’Europa, non potrà che acuirsi che i due blocchi Usa e Ue non troveranno un accordo sui dazi commerciali.

Insomma, partita apertissima e le big tech in Europa ora camminano su un filo di lana sottile tra spinte innovative, norme e diritti.

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