Intelligenza artificiale

Meta Ai sta entrando nei nostri smartphone senza consenso, può farlo?

Molti i contrasti possibili con le regole europee sulla protezione dei dati personali: dalla carenza di trasparenza al mancato consenso esplicito per i dati soggetti a trattamento speciale

di Chiara Ricciolini

3' di lettura

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Meta Ai è entrato nei nostri smartphone senza chiedere il permesso. Si tratta dell’assistente virtuale del gruppo di Zuckerberg che utilizza Llama 3.2, il large language model di Meta. Adesso è sbarcato anche in Unione europea, dove però potrebbe entrare in contrasto con il General data protection (Gdpr), il regolamento che disciplina il trattamento dei dati personali nell’Unione.

Un sistema inseparabile dall’app

L’assistente virtuale Ai si trova integrato direttamente dentro le app di Whatsapp, Instagram e Facebook, e non è possibile disinstallarlo. Se l’utente non intende utilizzarlo può solo astenersi dall’usare la chat o disinstallare completamente l’app. Meta Ai non può leggere le conversazioni private delle altre chat, perché i messaggi sono crittografati. Il suo utilizzo però è finalizzato all’assistenza degli utenti nell’elaborazione di contenuti destinati anche alle proprie chat private. Se si domanda a Meta Ai “come posso utilizzarti?” risponderà: “Posso aiutarti a generare testi come email, messaggi o persino intere storie” oppure “posso tradurre testi da una lingua all’altra”.

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Il possibile contrasto con le normative europee

«Un automatismo implicito di utilizzo potrebbe essere problematico per le normative europee - commenta Gabriele Faggioli, responsabile scientifico dell’Osservatorio cybersecurity & data protection del Politecnico di Milano -. Se l’aggancio obbligato all’app verrà ritenuto non corretto le autorità dovranno intervenire per obbligare Meta a disporlo».

Meta Ai raccoglie dati personali e li condivide con partner selezionati, aziende di cui però l’identità è sconosciuta. Il fine sarebbe quello di “migliorare le risposte del modello di linguaggio”, come dichiara l’assistente stesso interrogato sul tema. «Su questo dovrebbero essere date informazioni più di dettaglio. Se non c’è un’indicazione specifica delle aziende o delle categorie di soggetti con cui ci può essere la condivisione questo è un altro profilo su cui l’autorità potrebbe intervenire».

Questo sistema di raccolta dati potrebbe poi entrare in contrasto col principio di “minimizzazione del dato”, uno dei pilastri del Gdpr, secondo il quale il fruitore può raccogliere e utilizzare solo i dati necessari a perseguire uno scopo definito.

Tutta la responsabilità scaricata sull’utente

L’utente è l’unico responsabile della condivisione dei propri dati personali: se non vuole che Meta li usi non li deve condividere nella chat Ai. Secondo Faggioli «ci potrebbe essere un problema in termini di trasparenza e di difficoltà per l’utente nel capire la complessità e le conseguenze di utilizzare questo strumento».

Si tratta infatti di un “consenso implicito” perché sono le azioni dell’utente a implicare il consenso alla raccolta, all’uso e alla condivisione dei dati. «Le autorità potrebbero non ritenere congruo un meccanismo di automatismo non basato sul consenso esplicito considerando la potenza dello strumento».

Ma nella chat con Meta Ai l’utente potrebbe fornire molti dei propri “dati soggetti a trattamento speciale”, come l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, l’orientamento sessuale. Sono proprio questi i dati che secondo il Gdpr devono essere soggetti a “consenso esplicito” ottenuto con una comunicazione che l’utente fornisce attivamente attraverso una dichiarazione chiara e non equivocabile.

Una strategia di mercato aggressiva

Nonostante le possibili criticità con i regolamenti europei, l’assistente virtuale di Meta è ormai a disposizione anche per noi europei. «Non è raro che operatori nordamericani si muovessero nel mercato europeo e solo dopo le autorità considerassero le loro pratiche incongrue», prosegue Faggioli.

«In particolare per procedure che non portano l’utente a considerare bene gli elementi invasivi dello strumento». Una delle strategie di queste aziende è spesso quella di forzare la situazione per poi aspettare l’intervento delle autorità e adeguarsi ai correttivi del legislatore. «Se l’autorità dovessero ritenere che la procedura adottata nella raccolta dati non è legittima, a quel punto sanzionerà», conclude.

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