Lavoro agile

Meno burocrazia per attrarre i nomadi digitali in Italia

Non basta fornire connessione veloce e spazi di co-working. Servono incentivi, iter snelli per i visti e un’offerta abitativa adeguata

di Camilla Colombo e Camilla Curcio

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Con il computer sottobraccio e un bagaglio di competenze da condividere, i nomadi digitali continuano a spostarsi per il mondo per sfuggire a una routine logorante e sperimentare forme di lavoro in cui l’equilibrio tra vita privata e professionale non resti solo una promessa. Un modello che, soprattutto dopo il Covid, ha trasformato in mainstream una tendenza che riguardava perlopiù nicchie ristrette di lavoratori. Coinvolgendo non solo grandi città ma anche piccoli centri dove vivere costa meno.

L’evoluzione post-pandemia

«Dopo la pandemia, il nomadismo digitale ha vissuto un vero e proprio exploit», spiega Alberto Mattei, presidente dell’Associazione italiana nomadi digitali, che poco tempo fa ha pubblicato il Quarto rapporto sul nomadismo digitale in Italia, in collaborazione con la Venice school of management dell’Università Ca’ Foscari. «Se prima l’identikit del nomade digitale corrispondeva a quello di giovani professionisti freelance con lavori quasi esclusivamente connessi al mondo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, quindi più avvezzi a operare da remoto, col lockdown ci siamo trovati tutti a lavorare da casa. Molti lo hanno fatto ritornando nei luoghi d’origine. Tante persone hanno capito di non voler più fare la vita d’ufficio e le aziende hanno sperimentato su larga scala il lavoro a distanza. Iniziando a riconoscere i vantaggi di un modello, che garantisce ai dipendenti flessibilità nella gestione del tempo e libertà nella scelta dei luoghi di lavoro, migliorando la produttività e riducendo i costi aziendali».

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Ed è in questo perimetro che i contorni della mobilità professionale sono cambiati: «Il fenomeno è diventato globale e inclusivo», nota Mattei. «Trasformandosi in una leva strategica che i datori possono sfruttare per attrarre e trattenere i talenti: più che benefit come telefono e auto, i dipendenti cercano realtà e contratti che consentano di lavorare ovunque e organizzare in autonomia il tempo, concentrandosi sugli obiettivi senza l’obbligo della presenza fisica e senza sacrificare il benessere personale».

Numeri e destinazioni più attrattive

Anche i numeri lo confermano, seppure sia ancora complicato fare una mappatura precisa: secondo Nomads.com, una delle piattaforme di riferimento, i nomadi digitali nel mondo si stimerebbero in circa 80 milioni, includendo anche chi adotta questo stile di vita in maniera parziale o intermittente. Le stime più conservative, invece, virano su cifre più contenute, tra 35 e 40 milioni. Quanto agli italiani, sarebbero circa 800mila (circa l’1% del totale).

Guardando ai luoghi più attrattivi, le rilevazioni di Nomads.com e Statista premiano Spagna e Portogallo, mentre l’Italia sta pian piano guadagnando punti: la domanda c’è ma restano diverse criticità.

«Il nostro Paese, in termini di qualità della vita, cultura, tradizioni enogastronomiche e paesaggi ha enorme attrattività. Eppure è ancora in gran parte fuori dai circuiti scelti dai professionisti», chiosa Mattei. «Questo perché, per portarli qui, non bastano una buona connessione o spazi di co-working: serve un ecosistema di servizi umani, fisici e digitali che li faccia sentire integrati. Riuscire ad attrarli con strategie coerenti significa portare in Italia competenze ed esperienze che mancano, generando nuova vitalità economica e sociale».

Integrazione win-win

Creare le condizioni per siglare un’appartenenza comunitaria è, quindi, uno dei punti chiave. «Soprattutto al Sud, dove l’abitudine all’ospitalità è più radicata che altrove, l’accoglienza diventa un forte driver d’attrattività. Accanto a uno stile di vita accessibile e un clima più mite», aggiunge Marco Traina, fondatore e ceo di BeetCommunity, co-living di Palermo nato nel 2018 e ceo e co-fondatore dell’Italian Nomad Fest, primo festival nazionale dedicato ai nomadi digitali.

«Le amministrazioni devono investire sul nomadismo digitale guardando alle chance che genera, anche al netto di un cash flow inizialmente ridotto: ripopolamento di aree svuotate dall’esodo di chi va via alla ricerca di un futuro e potenziale scudo all’overtourism. Se uno straniero resta più a lungo diventa parte del tessuto sociale, sostiene l’economia locale, i costi di gestione dei servizi scendono perché spalmati su periodi più ampi e non si assiste a quel che è successo, ad esempio, a Venezia o a Barcellona, coi quartieri storici invasi da turisti ma abbandonati dai nativi e trasformati in vetrine, costi gonfiati e perdita dell’identità territoriale».

Politiche fiscali poco incentivanti

In questo quadro, le politiche fiscali italiane restano poco incentivanti. Soprattutto rispetto a quelle varate nel resto d’Europa tra visti speciali e aiuti economici (in Spagna, ad esempio, vari governi locali hanno attivato programmi di agevolazioni: è il caso dell’Estremadura, che offre fino a 15mila euro a chi si trasferisce). «Seppur con diverse combinazioni, buona parte dei Paesi europei usa, sul fronte della leva fiscale, due ingredienti: tassazione agevolata, se non dedicata, e richieste di visto più snelle. Elementi che però non bastano se le procedure sono contorte come in Italia», chiarisce Federica Origo, professoressa ordinaria di Politica economica all’Università degli studi di Bergamo. «Sul fronte degli incentivi bisogna fare di più. Ad esempio estendendo i sostegni per impatriati e rientro dei cervelli a questi lavoratori ugualmente qualificati».

Il nodo della burocrazia

La burocrazia, quindi, resta uno dei nodi più difficili da districare. «Bisognerebbe rendere più accessibili le procedure per il visto, riducendo passaggi e tempi anche con piattaforme online», chiude Mattei. «Poi aggiornare le norme sui canoni di locazione: oggi i contratti non rispondono alle esigenze del medio termine e gli affitti temporanei sono spesso limitati a categorie specifiche, diventando più ostacolo che opportunità. Oltre agli incentivi fiscali, occorrono misure legate alla qualità della vita. E per rendere strutturale il fenomeno serve studiare un’offerta che coniughi regole, servizi e modelli abitativi adeguati».

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