Mazzola-Rivera e quella staffetta perpetua tra due icone della Milano del calcio
Una carrellata di campioni dello sport italiano che hanno appassionato generazioni di tifosi e che hanno lasciato il segno fino ad oggi
di Dario Ceccarelli
7' di lettura
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Si inseguono senza volerlo. Quasi fossero legati da un filo invisibile. Quasi non potessero esistere separatamente. E ci hanno tanto contagiato con questa infinita rivalità che ormai facciamo fatica a non cadere nella trappola di metterli uno contro l'altro. Perfino quando c'è un compleanno da festeggiare, la prima domanda è sempre la stessa: ma lui ti ha già fatto gli auguri?
Parlando di miti dello sport, e del calcio italiano dei Sessanta con una coda nei Settanta, non si può prescindere da due protagonisti come Gianni Rivera e Sandro Mazzola. Due protagonisti che potrebbero anche separarsi, perché hanno storie personali così ricche che bastano e avanzano anche da sole. Due straordinari calciatori, certo. Due leader, anche. Ma soprattutto due rappresentanti di quella Milano effervescente e irripetibile dei derby tra Inter e Milan cantata da Adriano Celentano (“Eravamo in centomila allo stadio quel dì...”), di cui ancora adesso, per qualche prodigio del tempo, si avverte il suo vitalissimo splendore.
Predestinati al successo
Colpisce, riguardando le loro biografie, come fossero già nati “pronti”, quasi subito gettati nella mischia. Ora, prima che un giovane maturi, deve superare mille esami, mille master, mille giudizi e pregiudizi. Con Rivera e con Mazzola invece, è stato tutto molto rapido, nonostante una gavetta non facile, soprattutto per Sandro, che si portava addosso un cognome - Mazzola - non certo leggero. Era un predestinato speciale: figlio d'arte di papà Valentino, capitano del Grande Torino, vittima della tragedia di Superga (4 maggio 1949) in cui persero la vita tutti i giocatori granata tornando da una trasferta in Portogallo. Un temporale con un forte vento fece schiantare l'aereo sulla collina torinese. Erano in 31 e nessuno si salvò. Uno choc collettivo mai completamente elaborato.
Mazzola figlio d’arte
Sandrino Mazzola era la mascotte di quella indimenticabile squadra. Entrava al Filadelfia tenendo stretta la mano di papà Valentino. E i suoi primi gol li segnò a Valerio Bacigalupo, il portiere granata, che per farlo contento si buttava dalla parte opposta a quella dove tirava quel marmocchio che non smetteva mai di correre. Scomparso papà Valentino, il cielo gli regala un secondo papà. È Benito Lorenzi, indomabile attaccante interista detto “veleno”, perchè in campo non le manda a dire. «Sì, ma fuori era una bravissima persona. Molto religioso», racconta Sandro. «Era convinto che prendendosi cura di due orfanelli, io e mio fratello Ferruccio, Dio lo avrebbe ricompensato». E così, grazie a Lorenzi, Mazzola entra all’Inter. Superando però molte diffidenze: era alto e magro, più adatto a giocare a basket che a calcio. Ma la passione, e il ricordo del papà, è troppo forte. E nelle giovanili può contare su due maestri importanti: Giovannino Ferrari e poi Giuseppe Meazza. Che una volta lo sgrida di brutto perchè Sandrino in campo, aveva alzato la voce contro un suo compagno: «Ohei ti, pastina, ho vinto due mondiali, e non ho mai sognato di fare il pistola. Se te ciapi un'altra volta a criticà un compagn, col balùn ci fai una croce».
Il debutto in Serie A
No, nessuna croce, anzi. Il 10 giugno 1961 Mazzola junior debutta in serie A. E proprio contro la Juventus. Ma il presidente Angelo Moratti, per protestare per lo scudetto dei bianconeri “pilotato” dalla Federcalcio di Umberto Agnelli, ordina a Helenio Herrera di far giocare la squadra dei ragazzi nella partita di recupero. Contro la Juve di Omar Sivori finisce 9-1 per i bianconeri, però l'unica rete interista la realizza Mazzola su rigore, il suo primo gol ufficiale.










