Gimondi, campione tenace della bici in un’Italia povera ma bella
Una carrellata di campioni dello sport italiano che hanno appassionato generazioni di tifosi e che hanno lasciato il segno fino ad oggi
di Dario Ceccarelli
6' di lettura
6' di lettura
I miti sono miti perchè sono vicini anche quando sono lontani. Ci accompagnano come angeli custodi in servizio permanente. E Felice Gimondi, con quel nome così programmatico, sembra fatto apposta per entrare di diritto nella nostra galleria dei campioni degli anni Sessanta. La galleria dei miti dei boomers, quei miti sportivi che hanno accompagnato una generazione cresciuta con la pazza idea che tutto fosse possibile, a portata di desiderio, come avesse in tasca la lampada di Aladino.
Un campione e un uomo concreto
Solo più avanti sarebbe emersa la verità: che ogni desiderio ha un prezzo. E che i conti, prima o poi, bisogna pagarli. Ma questi sono discorsi che a Felice Gimondi, nato a Sedrina in provincia di Bergamo il 29 settembre 1942 e morto il 16 agosto 2019 a Taormina, sarebbero interessati poco. Da uomo concreto della Val Brembana il suo motto era “poche chiacchiere e menare”. Un manifesto programmatico che condensa bene il suo pensiero.
Pensiero maturato in una famiglia modesta ma intraprendente che lo ha costretto, fin da bambino a darsi da fare per realizzare i suoi obiettivi. Se voleva giocare all'oratorio, Felice sapeva che avrebbe dovuto aiutare la mamma, la signora Angela, nel suo lavoro di postina. Idem con il padre, il signor Mosè, che con un camioncino trasportava ghiaia nei cantieri.
Era un'Italia così: povera ma bella, almeno nei film. Di una povertà dignitosa, però. Senza lussi, ma con la carne in tavola una volta alla settimana. Prima il dovere e poi, forse, il piacere. E infatti Felice, prima di darsi al ciclismo, aiuterà la famiglia con tanti piccoli lavori. È il secondo di tre fratelli e con le mance si comprerà anche la bicicletta. Una bella bici da corsa color argento. Più avanti, solo dopo aver dimostrato, da allievo e da dilettante, che quella era la sua strada, Gimondi avrà il via libera dai genitori.
La fatica della bici
Adesso avviene il contrario: sono i genitori a insistere perchè i loro figli diventino “famosi”: calciatori, cantanti, candidati ai Talent Show o al Grande Fratello. Spingono meno invece per il ciclismo, pratica antica dove la fatica, anche con tecnologie moderne, è sempre tanta. Da dilettante, con la maglia della Sedrinese, Gimondi raccoglie una ventina di vittorie. La più bella al Tour dell'Avenir del 1964 che gli fa da trampolino per entrare da professionista nella Salvarani, un marchio di cucine che è una leggenda. “Una signora in cucina” diceva una famosa pubblicità dell'epoca con l'attore Enrico Maria Salerno che si fa bello con la moglie regalandogliene una lucente e super accessoriata. E Felice, perfetto corridore degli anni del boom, fa un debutto esplosivo arrivando terzo al Giro d'Italia del 1965, dietro a Italo Zilioli e al suo capitano, Vittorio Adorni, primo in maglia rosa.










