Come i giovani manager possono sfidare i pregiudizi e diventare dei buoni capi
Nonostante sia pacifico che ruolo, responsabilità e remunerazione non debbano per forza essere legati all’età, resta profondamente radicato culturalmente un sentimento di “ingiustizia” quando si verificano situazioni che vedono i più giovani a guidare i team aziendali (e non solo)
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Tradizionalmente il compenso, l’inquadramento, le responsabilità crescono con l’anzianità. Tendenzialmente i capi sono anagraficamente più “maturi” dei loro collaboratori. Il “maestro” è da sempre più anziano del “garzone di bottega”.
Questo meccanismo ancestrale ovviamente deve fare i conti con tre limiti: le competenze, l’impegno e la loro risultante ovvero la performance.
Nonostante sia pacifico che ruolo, responsabilità e remunerazione non debbano per forza essere legati all’età (anagrafica o “aziendale”) resta profondamente radicato culturalmente un sentimento di “ingiustizia” quando si verificano situazioni del tipo “il mio capo potrebbe essere mio figlio”, soprattutto quando “sulla carta” il giovane ha gli stessi titoli dell’anziano. Abbiamo tutti pronunciato o ascoltato tante volte frasi come “dopo tanti anni di lavoro non è un ragazzino a dirmi cosa devo fare o se posso o no prendere ferie e permessi”.
In un mondo in cui si è affermata la regola non scritta per cui dopo una certa età è difficile fare carriera (soglia anagrafica che viene individuata generalmente intorno ai 50 anni) e in cui le politiche pensionistiche aumenteranno il numero di over 60 al lavoro, la configurazione “rovesciata” sarà sempre più una criticità organizzativa con cui fare i conti.
Sarebbe interessante analizzare perché la maggior parte delle persone viva con disagio la presenza di un capo più giovane. Forse proiettiamo sul nostro responsabile un universo simbolico che ha a che fare con l’autorità genitoriale, dunque avere un “genitore” più piccolo ci manda in corto circuito. O forse per alcuni l’essere subordinato ad un “pivello” significa avere la certificazione di un fallimento personale e/o della sopravvenuta impossibilità di fare carriera.








