Carriere

Ricette per i manager: come far convivere motivazioni diverse in azienda

La grande sfida dei manager è quella di ottenere il meglio da tutti e di rendere possibile la convivenza tra persone con diverse motivazioni e interpretazioni del lavoro

di Lorenzo Cavalieri*

(AdobeStock)

4' di lettura

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All’interno dei gruppi di lavoro di solito emergono naturalmente due tipologie di persone: i “carrieristi/aziendalisti” e i “ventisettisti” (espressione coniata ironicamente a partire dalla consuetudine nel pubblico impiego di accreditare lo stipendio il 27 del mese). I primi ambiziosi, scrupolosi, motivatissimi, disposti a mettere il lavoro sempre in cima alle proprie priorità di vita, i secondi molto più liberi dall’ossessione della produttività e molto più attenti alla sfera dei propri diritti di lavoratori.

Questa classificazione rappresenta ovviamente una forzatura che risente di tanti pregiudizi e stereotipi. Tuttavia è utile per inquadrare una serie di dinamiche professionali che si possono incontrare nel settore pubblico come in quello privato, nella grande come nella piccola azienda, negli studi professionali, nei reparti delle fabbriche ed in quelli degli ospedali.

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La grande sfida dei manager è quella di ottenere il meglio da tutti e di rendere possibile la convivenza tra “carrieristi” e “ventisettisti”. Si tratta di una missione molto delicata perché ciascuna delle due categorie percepisce istintivamente l’altra come la causa dei propri mali: “Io mi spezzo la schiena tutti i giorni perché qui c’è chi non fa nulla o si limita al minimo sindacale” da un lato; “In questo ambiente non ci sono più valori e non c’è alcun rispetto perché conta solo la produttività e il dio denaro” dall’altro. Nel concreto si creano spessissimo fratture insanabili, barriere di incomunicabilità che impediscono di lavorare in modo efficiente in un clima sereno.

Se il manager si fida solo del “carrierista”

In situazioni simili quello che accade solitamente è che il manager più o meno consapevolmente faccia leva sui “carrieristi”. Non solo perché sono più performanti e disponibili al sacrificio, ma anche perché il manager essendo spesso diventato tale in quanto a sua volta “carrierista”, si percepisce in sintonia con questo approccio al lavoro. Per lo stesso motivo il manager è generalmente in difficoltà nella gestione dei “ventisettisti”. Li sente lontani dalla sua concezione del lavoro e deve impegnarsi a fondo per convincerli, sfidarli, spostarli dalle loro convinzioni e dai loro “paletti”.

Tipicamente i “ventisettisti” vengono quindi gestiti con due strategie: 1) il combattimento: minacce, azioni disciplinari, pressioni psicologiche; 2) l’accettazione fatalista: ti ignoro, ti esento da qualsiasi responsabilità, ti confino in un ambito limitatissimo di piccole mansioni semplici e ripetitive. Addirittura in caso di più “ventisettisti” nel gruppo creo un vero e proprio “ufficio affari inutili” dove il “ventisettista” possa trovare la propria zona di comfort.

Purtroppo entrambe le strategie approdano allo stesso risultato: il “ventisettista” non viene valorizzato, ma anzi diventa se possibile sempre più “ventisettista”.

Come far collaborare persone con motivazioni differenti

Ricette per i manager? La prima considerazione da fare è relativa alla definizione del problema. Il problema non è trasformare i “ventisettisti” in “aziendalisti carrieristi”. Il problema è facilitare la convivenza e la collaborazione tra persone che hanno sistemi diversi di motivazione e un modo diverso di interpretare il lavoro. In questa prospettiva il manager può agire su due fronti. In primo luogo deve cominciare a offrire segnali del fatto che per lavorare bene e fare carriera non è per forza necessario essere “carrieristi”. Se indico come unico modello virtuoso quello dello stakanovismo, del fermarsi sempre un’ora in più del dovuto, dell’essere sempre presenti agli eventi aziendali, del rispondere in tempo reale alle mail a qualsiasi ora nel week end, del collegarsi alla riunione improvvisata mentre si è in ferie o in malattia, del rinunciare sempre e comunque allo smartworking, allora non faccio che allontanare chi non si ritrova in una visione così lavoro-centrica della vita.

Parlare e ascoltare di più

In secondo luogo il manager deve avvicinare i “ventisettisti” con la presenza e la parola. Parlare e ascoltare di più. Affiancare di più. Responsabilizzare di più. Offrire aperture di credito. In molti casi il “ventisettista” ha semplicemente bisogno di gratificazioni diverse dall’aumento di stipendio, dallo scatto di inquadramento o dall’invito a pranzo dei grandi capi. Qualche volta ha solamente bisogno di capire meglio perché deve fare ciò che è chiamato a fare, o di cogliere il valore anche etico delle azioni che gli vengono richieste. Per il manager si tratta quindi di un grande sforzo di accompagnamento, molto “time consuming”.

Tanti leader aziendali sono convinti che non ne valga la pena: meglio affidare a cinque “fenomeni” il lavoro di dieci e lasciare gli altri cinque senza far niente. Non è il modo corretto di gestire questa sfida. E’ solo quello più sbrigativo e meno faticoso. E’ vero infatti che esistono “ventisettisti” cronici e irrecuperabili. Ma è anche vero che esiste una grande zona grigia di persone che possono spostarsi da una categoria all’altra in dipendenza da tanti fattori lavorativi ed extralavorativi. E il comportamento del manager è uno di questi. In fin dei conti tutti siamo stati o saremo “carrieristi” in qualche circostanza e in qualche ambiente e “ventisettisti” altrove. Superare questa classificazione diventa dunque l’inizio della soluzione del problema.

* Managing director della società di formazione e consulenza Sparring

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