Carriere

Invidia e competizione sul lavoro, come gestirle al meglio senza danneggiare il clima aziendale

L’invidia ha effetti negativi sul benessere e sul clima aziendale, portando spesso a comportamenti di sabotaggio e a giochi politici. La soluzione è rifocalizzarsi su se stessi

di Lorenzo Cavalieri*

3' di lettura

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Gli studi sul management e sulla leadership hanno sviscerato i mille aspetti delle interazioni umane che determinano il funzionamento di un’organizzazione aziendale. Esiste una prerogativa dell’essere umano che condiziona in modo molto potente la vita lavorativa di tutti noi e di cui si parla troppo poco, l’invidia.

L’invidia dilaga in tutti gli ambienti professionali. Chi più chi meno ne siamo o ne siamo stati tutti affetti. Si presenta generalmente come un male “indicibile”. Infatti quando diciamo di una persona “lo invidio molto” quasi sempre non proviamo effettivamente invidia. La vera invidia, quella che ti fa incupire per i successi altrui e godere per gli altrui insuccessi (fenomeno che nella lingua tedesca ha una definizione precisa, schadenfreude), viene solitamente repressa. In azienda si parla più spesso di “spirito competitivo”, di “ambiente competitivo”, ma poi alla fine tutti sanno che l’invidia è della competizione sia carburante che prodotto di scarto.

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Personalmente in tanti anni di “confessioni” raccolte nei miei percorsi di coaching non ho mai sentito la frase “soffro di invidia”, oppure “invidio il collega X e questo sentimento mi fa stare male.” Di frequente invece mi capita di ascoltare sfoghi di questo tenore: “X è una persona che non stimo. Non capisco come possa ricoprire quel ruolo”; “Mi fa rabbia il fatto che X sia sempre stato così fortunato”; “X è una persona che per il successo venderebbe la madre”. Dietro queste espressioni si intravede il nostro inconsapevole e patetico tentativo di “travestire” l’invidia per sopportarla meglio. Per questo solitamente si tratta di un “sentimento tabù” al lavoro.

Un sentimento deleterio

Purtroppo non è un sentimento innocuo. Silenziosamente produce effetti per lo più deleteri, sia sul nostro benessere lavorativo che sul clima aziendale: non ti parlo, oppure limito all’essenziale la comunicazione con te, oppure cerco di sabotarti, oppure alimento un gioco di “trame politiche” per ridurre il tuo potere o indurti all’errore, oppure riduco il mio impegno per evitare che i miei sforzi concorrano al tuo successo. Questi atteggiamenti rappresentano solo parte di una ricchissima casistica di patologie organizzative da invidia. E a questi effetti occorre sommare ovviamente la quotidiana sofferenza emotiva sia di chi invidia che di chi è invidiato.

Esistono dei rimedi individuali e organizzativi? Intanto occorre partire dall’analisi delle componenti strutturali intrinseche dell’invidia. In primo luogo l’invidia ha un’anima virtuosa. E’ “fame di vita”, desiderio di vivere le esperienze significative che altri stanno vivendo o hanno vissuto. Non a caso è un sentimento che si assopisce nei momenti in cui ci sentiamo appagati e gratificati da qualche nostro successo. In secondo luogo tendenzialmente invidiamo persone rispetto alle quali più o meno consapevolmente percepiamo una somiglianza.

Parlarne è necessario

Se inquadriamo l’invidia in questo modo diventa più facile parlarne. Parlarne è l’unica strategia efficace per gestire e indirizzare positivamente questa “intossicata fame di vita”. Ammettere che proviamo una malsana invidia per un collega con cui ci sentiamo in competizione tanto che percepiamo che proveremmo soddisfazione per una sua sconfitta (la cosiddetta schadenfreude) è un atto di umiltà e sincerità molto liberatorio. Ci consente di elaborare razionalmente la realtà: ciascuno ha la sua storia, i suoi talenti, le sue “sliding doors”.

Se il mio collega ha un successo che io non ho, ricopre un ruolo che io non ricopro, o può fare cose che io non posso fare, ci saranno senz’altro colpe e meriti, ma si tratta sempre e comunque della risultante di tanti fattori, anche casuali, su cui non abbiamo il potere di intervenire, non lo abbiamo mai avuto e mai lo avremo. Qualcuno si è ritrovato a crescere nella zona più luminosa del giardino, qualcun altro all’ombra e al vento. Qualcuno ha ricevuto più acqua, qualcuno meno. In questi momenti di lucida consapevolezza si può addirittura passare dal “non lo reggo, mi fa rabbia che gli vada sempre tutto bene” al “lo stimo molto, è stato in gamba, se lo merita”. La linea di confine tra invidia e ammirazione è sempre molto sottile.

E infine non dimentichiamoci che il collega che invidiamo probabilmente nutre in modo per noi incomprensibile il medesimo sentimento nei confronti di qualcun altro. E allo stesso modo se guardiamo dietro di noi, da qualche parte troveremo un insospettabile che prova invidia nei nostri confronti e gode delle nostre disavventure. Relativizzare aiuta e ci riporta al cuore di questo sentimento: fame di vita. La terapia vera è una sola: rifocalizzarsi su se stessi e darsi da fare.

* Managing director della società di formazione e consulenza Sparring

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