Lo spirito del terzo portiere: che cosa il calcio insegna alle aziende per vincere la sfida della motivazione
Come la motivazione circolare dei terzi portieri nel calcio può ispirare dinamiche di motivazione nelle organizzazioni
di Enrico Bertolino e Andrea Beretta (*)
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Pietro Trabucchi nel suo libro OPUS scrive: “Noi non possiamo motivare gli altri, almeno non in modo istantaneo e semplice. Quello che possiamo fare realisticamente è evitare di demotivarli, è nutrire il terreno della passione altrui, piantare piccoli semi sperando che fiorisca o rifiorisca un po’ di passione. Consapevoli che il terreno preparato è solo un prerequisito”. Il che, scritto così, non è proprio motivante per chi tutti i giorni prova a motivare (ripetizione voluta) decine o centinaia di persone.
Motivare in modo continuativo e costante tutte le persone di un team e di un’organizzazione è, da sempre, la sfida prioritaria di ogni azienda e di ogni people manager. Perché, al di là di ogni retorica sulla centralità delle risorse umane e sul valore delle stesse, le persone con alta motivazione hanno un grip e una capacità di performance “diverse” e permettono alle imprese di perseguire e di raggiungere i loro obiettivi di business con maggior facilità o minor fatica. Oggi, peraltro, la sfida della motivazione diffusa e capillare è resa ancora più difficile da almeno tre fattori:
1) per la prima volta nella storia coesistono all’interno delle organizzazioni persone che appartengono a cinque diverse generazioni, con bisogni, culture, approcci al lavoro e stili di vita molto lontani tra loro;
2) la modalità di lavoro ibrida diffusasi post Covid, con la quale stiamo ancora facendo i conti e di cui non sappiamo ancora quali saranno le evoluzioni ma i cui effetti cominciano a farsi sentire non poco, per esempio sull’ingaggio, sul senso di appartenenza e sulla motivazione delle persone;
3) una sempre più diffusa e crescente richiesta di attenzione e di soddisfazione, da parte di singoli individui, dei loro specifici bisogni, a nostro avviso fallace perché le aziende non nascono con la mission di soddisfare i bisogni dei loro dipendenti e collaboratori.








