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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Ciò che sta accadendo nell’area del Mediterraneo-Medioriente-Golfo Persico ha alcuni tratti contingenti e altri strutturali, destinati a cambiare cioè il volto della politica e della geografia dell’area nei prossimi decenni. Di certo la forza d’urto del conflitto con l’Iran in questa fase sta monopolizzando l’attenzione, anche per le sue conseguenze economiche del conflitto, che si faranno sentire a maggior ragione nei prossimi mesi, dopo la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb e il pesante danneggiamento dell’oleodotto East-West in Arabia Saudita. Ma uno dei punti di attenzione più importanti è già lo scontro, sempre meno strisciante, tra Israele e Turchia, molto più carico di conseguenze geopolitiche di lungo termine. Sono ormai lontani gli anni della collaborazione industriale e militare, quando la convergenza di interessi mediata dagli Stati Uniti aveva portato i due Paesi a inaugurare progetti faraonici di cooperazione. Il più celebre aveva il nome altisonante di «Waterpipe for peace», un enorme acquedotto che avrebbe dovuto portare acqua dal bacino del Tigri-Eufrate fino al deserto del Negev, in Israele. L’industria aerospaziale israeliana, IAI, ha concluso con le aziende turche più di trenta accordi di collaborazione tra il 1999 e il 2015. Lo scopo comune, per Tel Aviv e Ankara, era contenere le ambizioni espansionistiche dell’Iran nella regione, prevenirne la minaccia nucleare e limitare l’aggressività degli allora dittatori sparsi un po’ in tutta la regione. Le due democrazie dell’area che, assieme, affermavano valori e interessi comuni. Si tratta di un’era geologica fa.
Israele e Turchia sono oggi avversari e sono destinati probabilmente ad un’inevitabile risoluzione dei conti nel prossimo futuro. Erdogan ha assunto la causa palestinese come un vessillo politico e ideologico fortissimo, trovando consenso e cemento nell’opinione pubblica turca, sempre meno secolarizzata. Israele è alla ricerca disperata di una sponda geopolitica affidabile, ora che il suo capitale diplomatico globale è fortemente eroso. Il ritorno della Turchia in Siria, dove è garante del nuovo governo e della ricostruzione post Assad, e in Iraq, dove la questione curda è stata definitivamente sotterrata e abbandonata, gettano Israele nell’ombra di un accerchiamento fisico, prima ancora che strategico. La risposta israeliana non si è fatta attendere ed è fondata sul più classico assunto per cui «il nemico del mio nemico è mio amico». I governi di Israele e Grecia, infatti, hanno perfezionato un accordo militare poderoso denominato «Scudo di Achille» e che prevede la fornitura da parte di Israele di un sistema di difesa missilistica multistrato, in grado di ripercorrere le orme del più celebre Iron Dome, da tempo operativo in Israele, garantendo alla Grecia una difesa profonda da ogni possibile minaccia missilistica. La tensione tra Grecia e Turchia si era infatti solo assopita negli ultimi anni, pronta ad esplodere nuovamente su questioni delicate e cruciali come l’immigrazione, lo status di Cipro Nord e i diritti di esplorazione ed estrazione di gas naturale nel Mediterraneo orientale.
Israele trasferirà alla Grecia materiale bellico «a scaffale», ovvero già prodotto e stoccato da IAI, trasferirà in sub-fornitura parte delle componenti ad aziende greche ma soprattutto aiuterà Atene a sofisticare un vero e proprio scudo difensivo a più livelli, inclusa la difesa anti-drone. Paradossalmente, è una forma di protezione che i membri europei della Nato non posseggono, se non in parte. Una protezione che arriva da un Paese extra-UE ed extra-Nato. L’accordo si estende anche a Cipro, in un momento in cui la Grecia sta investendo molto nella propria difesa. Nell’aprile 2025 il governo Mitsotakis ha presentato in Parlamento un piano per la più importante riforma delle Forze Armate nella storia moderna del Paese. Oggi le stime prevedono un incremento degli investimenti militari pari a circa 28 miliardi entro il 2035, utili anche all’acquisto di 40 caccia F-35 dagli Stati Uniti e fregate da Francia e Italia.
Chiaramente, come qualsiasi progetto complesso, ci vorranno anni prima della definizione e di una piena operatività dello scudo. Nel frattempo, tutto potrà cambiare e modificarsi, in coerenza con la fluidità costante e sistemica della geopolitica in questo quadrante. Ma questa mossa è una vera e propria operazione di ingegneria geopolitica, in grado, se realizzata, di ridimensionare fortemente le ambizioni turche, riducendo notevolmente la profondità di Ankara nel Mediterraneo orientale. Israele si impone come il garante di questa operazione, senza dimenticare che nei giorni caldi del viaggio della Flottilla verso Gaza fu proprio la Grecia a provvedere allo sbarco e al rimpatrio degli attivisti. La politica di potenza è spesso gestita con altri mezzi. E in Medioriente ogni mezzo è valido.