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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Mentre Grecia e Israele siglano un accordo da 3 miliardi di euro per dare all’Egeo uno scudo multistrato e, chiaramente in chiave anti Erdogan, la Turchia prosegue con lo sviluppo dell’offerta militare. La nuova capacità di Ankara si misura nella possibilità di collegare sensori, droni, munizioni guidate, elettronica, produzione seriale ed esportazioni in un’unica architettura sovrana. La famiglia TOLUN, sviluppata da ASELSAN e integrata sul drone Bayraktar AKINCI, rappresenta questo passaggio: dalla vendita di singole piattaforme alla costruzione di un ecosistema militare-industriale capace di generare influenza politica. Nei prossimi anni la Turchia potrebbe diventare il principale interlocutore non statunitense dell’Europa per sistemi senza pilota e armamenti a costo sostenibile. Ma la sua ascesa dipenderà da una variabile decisiva: la capacità di trasformare dimostrazioni tecniche ed esportazioni record in affidabilità operativa, interoperabilità Nato e relazioni stabili con Italia, Francia, Germania e Regno Unito.
TOLUN non è un missile da crociera, ma una munizione planante guidata della classe delle 250 libbre. La distinzione è sostanziale. La sua portata dipende dalla quota, dalla velocità e dalla posizione della piattaforma di lancio; non possiede quindi, da sola, la capacità di penetrazione strategica di un vettore propulso. Il valore militare nasce dall’architettura complessiva: navigazione inerziale e satellitare, sistemi di missione, collegamenti dati, pianificazione degli attacchi e disponibilità di velivoli in grado di avvicinarsi allo spazio aereo conteso. La famiglia comprende configurazioni differenziate per bersagli di superficie, mezzi e personale, edifici e strutture protette. Il contenitore multiplo SADAK-4T consente di trasportare quattro munizioni, aumentando il numero di obiettivi ingaggiabili per sortita. La variante penetrante, associabile alla spoletta ASAF, risponde all’esigenza di colpire infrastrutture fortificate; le configurazioni con spoletta di prossimità o ritardata ampliano invece la flessibilità contro obiettivi distribuiti e strutturali. L’impiego dall’AKINCI riduce il costo dell’attacco rispetto a una missione condotta da un caccia pilotato. Non elimina, tuttavia, la vulnerabilità del vettore alle difese aeree moderne. La resistenza dichiarata alle interferenze satellitari deve inoltre essere distinta dall’immunità: in un ambiente caratterizzato da spoofing, disturbo multibanda e degradazione dei collegamenti dati, la precisione dipende dalla qualità dell’unità inerziale, dall’aggiornamento del bersaglio e dalla resilienza dell’intera catena di comando.
Secondo il Ministero del Commercio turco, le esportazioni nazionali della difesa e dell’aerospazio hanno superato 10 miliardi di dollari nel 2025, contro 248 milioni nel 2002. La quota mondiale è salita all’1,8%, collocando la Turchia all’undicesimo posto. Ankara non offre più soltanto droni: propone radar, comunicazioni, sensori elettro-ottici, guerra elettronica, munizionamento, veicoli, addestramento e manutenzione. I risultati semestrali 2026 di ASELSAN, guidata dall’amministratore delegato Ahmet Akyol, indicano ricavi per 88,5 miliardi di lire turche, nuovi contratti per 4,9 miliardi di dollari e un portafoglio ordini di 23,2 miliardi. La società ha dichiarato 804 milioni di dollari destinati alla ricerca e sviluppo e 323 milioni a capacità produttiva e serializzazione. Il punto strategico non è la crescita nominale, esposta all’inflazione turca, ma la trasformazione degli ordini esteri in flussi valutari, investimenti e apprendimento industriale. Questo modello consente ad Ankara di convertire un contratto militare in accesso diplomatico, presenza tecnica e conoscenza dei requisiti operativi di Paesi africani, mediorientali e asiatici. È una forma di influenza meno visibile di una base militare, ma più persistente di una vendita isolata.
La sovranità turca, va detto, non coincide con l’autarchia. Nel 2025 gli scambi di beni tra Unione europea e Ankara hanno raggiunto il record di 217,6 miliardi di euro: Ankara è diventata il quinto partner commerciale dell’Unione, con il 4,2% del commercio extra Ue. Il 42,7% delle esportazioni turche di beni è diretto verso il mercato europeo, mentre il 35,3% delle importazioni proviene dall’Unione. L’industria della difesa cresce dunque lungo una frontiera ambigua: Ankara vuole componenti, capitali e accesso al mercato europeo, ma cerca contemporaneamente di ridurre la possibilità che una decisione straniera interrompa le proprie operazioni. Il precedente resta il sistema russo S-400, che il 14 dicembre 2020 determinò sanzioni statunitensi contro la Presidenza turca delle industrie della difesa e l’esclusione dal programma F-35.
Per Roma, la crescita turca costituisce insieme un’opportunità industriale e una questione di governo strategico. Il 6 marzo 2025, nella sede di Leonardo a Roma e alla presenza del ministro della Difesa Guido Crosetto, l’amministratore delegato Roberto Cingolani e il presidente di Baykar Selçuk Bayraktar hanno firmato il memorandum che ha condotto alla costituzione di LBA Systems. La società è partecipata al 50% da Leonardo e al 50% da Baykar, ha sede in Italia e punta a progettare, produrre e sostenere sistemi aerei senza pilota. Leonardo stima in circa 100 miliardi di dollari il mercato europeo dei droni da combattimento, sorveglianza armata e attacco profondo nel prossimo decennio. I termini industriali sono illustrati nella comunicazione ufficiale Leonardo–Baykar. La complementarità è evidente: Baykar porta piattaforme, rapidità progettuale, esperienza esportativa e produzione competitiva; Leonardo apporta radar, sensori, protezione elettronica, sistemi di missione, certificazione e accesso ai programmi europei. L’Italia può così diventare l’interfaccia attraverso la quale tecnologie turche entrano in configurazioni compatibili con gli standard Nato e con i requisiti europei. Il vantaggio presenta però condizioni precise. Roma deve preservare la titolarità degli algoritmi di missione, la sicurezza dei dati, la tracciabilità dei componenti e il controllo sulle riesportazioni. Deve inoltre impedire che la collaborazione trasferisca capacità critiche senza un ritorno equivalente in proprietà intellettuale, occupazione qualificata e libertà operativa. La partita non riguarda semplicemente la produzione di droni: riguarda chi controllerà sensori, aggiornamenti software, certificazione degli armamenti e informazioni raccolte dalle flotte future. Se governata con rigore, LBA Systems può rendere l’Italia il centro europeo dell’integrazione tra piattaforme turche ed elettronica occidentale; se governata debolmente, può ridurla al ruolo di certificatore e fornitore di sottosistemi.