Medio Oriente

Libano, uccisi tre soldati indonesiani. Italia in pressing per cambiare le regole di ingaggio di Unifil

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiarito di aver ordinato all’esercito di «ampliare ulteriormente» una zona di sicurezza nel Paese dei Cedri

di Andrea Carli

Un soldato italiano della missione Unifil nel Libano del Sud AP

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L’uccisione di tre soldati indonesiani di Unifil nell’arco di poche ore, vittime del fuoco incrociato tra l’esercito israeliano e i miliziani di Hezbollah, ha riaperto il dibattito sulla necessità di rimettere mano alle regole d’ingaggio della missione delle Nazioni Unite. Un dibattito che diventa ancora più di attualità considerando lo scenario complessivo: il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiarito di aver ordinato all’esercito di «ampliare ulteriormente» una zona di sicurezza nel Paese dei Cedri, allo scopo di neutralizzare definitivamente la minaccia di invasione (da parte dei militanti di Hezbollah) e di tenere il fuoco dei missili anticarro lontano dal confine».

Ministri della Difesa di Italia e Francia: «Forte preoccupazione per gli attacchi contro Unifil»

Lunedì 30 marzo il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, e il ministro delle Forze Armate e dei Veterani della Repubblica Francese, Catherine Vautrin, hanno avuto un colloquio telefonico dedicato alla grave crisi in Libano.

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I due, spiega una nota della Difesa, «hanno espresso forte e profonda preoccupazione per il deterioramento del quadro di sicurezza nell’area, con particolare riferimento ai recenti attacchi che hanno colpito il personale di Unifil, causando la morte di tre peacekeeper e il ferimento di altri. Hanno sottolineato con forza l’inaccettabilità di tali episodi e i crescenti rischi a cui è esposto il personale impegnato nella missione.

Nel corso del confronto - si legge ancora nel documento - è emersa una piena convergenza sulla rilevanza strategica di Unifil. È stato sottolineato come la stabilità del Libano costituisca un pilastro imprescindibile per l’equilibrio dell’intera area del Mediterraneo, confermando che Italia e Francia continueranno a operare in stretto coordinamento per garantire la sicurezza del personale internazionale, la tutela della pace e il sostegno alle autorità libanesi».

Crosetto: «Colpire i contingenti Onu non è tollerabile né accettabile in alcun modo»

In un post pubblicato su X Crosetto ha sottolineato che «colpire i contingenti delle Nazioni Unite non è tollerabile né accettabile in alcun modo. Le forze Onu sono in Libano per garantire la pace. Chi attacca i caschi blu non colpisce singoli contingenti: colpisce la comunità internazionale nel suo insieme e i principi che garantiscono la convivenza tra Stati».

Italia in pressing per adeguare le regole di ingaggio della missione

L’Italia, che dallo scorso 24 giugno ha il comando della missione, con il generale di divisione Diodato Abagnara - che ricopre il ruolo di Head of Mission e Force Commander - da tempo è in pressing affinché le Nazioni Unite si muovano quanto prima in quella direzione. La missione Onu (United Nations Interim Force in Lebanon), nel caso in cui non dovessero esserci novità nei prossimi mesi, e allo stato attuale non sembrerebbe, è stata prorogata fino al 31 dicembre 2026, lasciando il 2027 come anno per lo smantellamento definitivo.

Le risoluzioni 425 e 426 del Consiglio di sicurezza

Unifil è stata istituita dal Consiglio di sicurezza nel 1978 con le risoluzioni 425 e 426. Nel 2006, lo stesso Consiglio di sicurezza ha rafforzato il mandato della missione nel Sud del Libano affidandole, tra gli altri compiti, quello di monitorare la cessazione delle ostilità. Sotto Unifil operano circa 8.500 caschi blu provenienti da quasi 50 paesi.

Meloni: se la missione viene prorogata vanno riviste le regole

Nei giorni scorsi la premier Giorgia Meloni, intervenuta al Senato nella replica alla discussione generale sulle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente, ha spiegato che su Unifil ci sono delle «perplessità: da una parte, riteniamo che nell’attuale contesto la missione rimanga importante ma sapete che le regole di ingaggio che ha avuto in questi anni non sarebbero sufficienti ad affrontare la crisi attuale.

Il dibattito - ha aggiunto - deve essere di questo genere: io sono più che favorevole e ho segnalato quello che non condividevo dell’iniziativa degli Usa rispetto a Unifil, ma se volessimo prorogare la missione dovremmo rivedere le regole. Ma è un tema su cui non abbiamo trovato grande convergenze».

Le regole di ingaggio attuali

Allo stato attuale, la cornice giuridica di riferimento per le regole di ingaggio della missione Unifil è la Carta Onu, lo Statuto delle Nazioni Unite adottato il 26 giugno 1945 a San Francisco, entrato in vigore il 24 ottobre 1945.

La missione rientra in particolare in quelle di “peacekeeping”, ovvero operazioni che sono autorizzate dal Consiglio di Sicurezza per sostenere i paesi in transizione dal conflitto alla pace. I “caschi blu”, personale civile, di polizia e militare fornito dagli Stati membri, operano con il consenso delle parti, imparzialità e uso limitato della forza.

Unifil non rientra invece nell’ambito del “peace enforcing” (letteralmente “imposizione della pace”), sotto il cui ombrello è autorizzato l’uso della forza. Il capitolo sesto della Carta Onu fornisce la base giuridica delle operazioni di peacekeeping; il settimo di quelle di “peace enforcing” .

Quando Unifil può ricorrere alla forza

Domanda: i caschi blu possono ricorrere alla forza? La risposta è che, poiché Unifil opera in base al Capitolo VI della Carta delle Nazioni Unite, le forze di pace sono autorizzate a farlo solo in situazioni molto specifiche e limitate (definite al paragrafo 12 della risoluzione 1701). In particolare, le forze di pace possono sempre ricorrere alla forza per legittima difesa al fine di proteggere il personale, le strutture, gli impianti e le attrezzature delle Nazioni Unite.

Oltre alla legittima difesa, Unifil può anche ricorrere alla forza, nei limiti dei propri mezzi e delle proprie capacità, per raggiungere alcuni obiettivi ben circoscritti: garantire che l’area operativa della missione non sia utilizzata per attività ostili di alcun tipo (principalmente a sostegno e in coordinamento con le Forze Armate Libanesi); resistere ai tentativi con mezzi coercitivi di impedire alle forze di pace di svolgere i propri compiti nell’ambito del mandato autorizzato dal Consiglio di sicurezza; proteggere il personale, le strutture, gli impianti e le attrezzature delle Nazioni Unite; garantire la sicurezza e la libertà di movimento del personale delle Nazioni Unite e degli operatori umanitari.

E, fatta salva la responsabilità primaria del Governo del Libano, proteggere i civili sotto minaccia imminente di violenza fisica.

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