Difesa

Presenza e ruoli delle forze italiane nelle missioni militari in Medio Oriente tra crisi e cooperazione

I militari italiani dispiegati in Medio Oriente si trovano “in mezzo” alla crisi regionale scoppiata con la guerra tra Israele e Stati Uniti da una parte e l’Iran dall’altra

di Andrea Carli

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Gli attacchi alla base in Kuwait di Ali al Salem e a Camp Singara, a Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, che si sommano a una situazione di tensione “strutturale” delle base Unifil in Libano, al centro delle tensioni tra l’Idf ed Hezbollah, pongono l’accento sul fatto che i militari italiani dispiegati in Medio Oriente si trovano “in mezzo” alla crisi regionale scoppiata con la guerra tra Israele e Stati Uniti da una parte e l’Iran dall’altra. Iraq, Kuwait, Libano, Palestina ed Egitto: ecco dove si concentra la presenza italiana.

Iraq

L’Italia è tra i paesi europei più presenti in Iraq e continua a svolgere un ruolo rilevante sia nella cornice della coalizione anti-Daesh sia in quella della Nato Mission Iraq. Il nome della missione italiana è Operazione Prima Parthica, avviata il 14 ottobre 2014 e oggi agli ordini del colonnello Stefano Pizzotti. Il baricentro operativo italiano è Erbil, dove Camp Singara ospita il comando del contingente nazionale terrestre, ma una presenza italiana è anche a Baghdad, soprattutto nell’ambito della Nato Mission Iraq e delle strutture di supporto diplomatico e operativo come Union III e il Baghdad Diplomatic Support Center. Solo nel 2025 a Camp Singara sono stati addestrati in tutto oltre 1.200 militari curdi. Del contingente italiano a Erbil fa parte anche il Task Group Griffon, uno squadrone composto da 60 militari e alcuni elicotteri a disposizione della coalizione per il trasporto di personale e materiali nelle varie basi presenti nell’area settentrionale dell’Iraq. L’operazione Prima Parthica però non è solo addestramento militare. Il contingente italiano, infatti, è impegnato anche nelle attività di cooperazione civile e militare per sostenere la popolazione attraverso donazioni e attività benefiche. Per quanto riguarda i numeri, attualmente il contingente è stato fortemente ridotto. A fronte di un’autorizzazione parlamentare 2025 data per 1.270 unità, a quanto ha affermato nelle ultime ore il ministro della Difesa Guido Crosetto, il personale già ridimensionato in via precauzionale, ammonterebbe al momento a 141 unità che si stanno ridislocando temporaneamente; 102 soldati sono stati riportati in Italia, altri 75 sono stati spostati in Giordania.

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Kuwait

Da giorni anche la base di Ali al Salem in Kuwait è finita nel mirino dei droni lanciati da pasdaran ed esercito iraniano. La presenza dell’Italia, con il Task Group Typhoon schierato nella base aerea, è sempre nell’ambito dell’operazione “Prima Parthica”. Qui l’Italia schiera 320 militari dell’Aeronautica con una coppia di velivoli da combattimento Typhoon nell’ambito delle operazioni a sostegno del governo iracheno contro lo Stato Islamico, continuano le operazioni di evacuazione de personale italiano con l’impiego di aerei da trasporto KC-767 dell’Aeronautica. La base ospita anche ingenti forze statunitensi. A seguito degli attacchi con droni, il contingente italiano è stato in gran parte evacuato in Arabia Saudita dove erano stati trasferiti al 6 marzo 239 militari italiani.

Libano

In Libano l’Italia partecipa a tre missioni: Unifil, Mibil e MTC4L (Military Technical Committee for Lebanon). La gran parte dei soldati italiani che operano nel paese dei cedri sono caschi blu (1.160 su 1.300 militari complessivi). Per quanto riguarda Unifil (United Nations interim force in Lebanon), il generale di divisione Donato Abagnara da giugno dello scorso anno è capo missione e comandante della missione ( in tutto 7.300 soldati da una cinquantina di paesi). Missione che, sviluppata sotto l’ombrello delle Nazioni Unite, si avvia alla chiusura. Lo scorso 28 agosto il Consiglio di sicurezza ha esteso il mandato fino al 31 dicembre. L’anno prossimo sarà quello dello smantellamento. Intervenuta in replica alla discussione generale sulle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente, la premier Giorgia Meloni ha ammesso su Unifil ci sono delle «perplessità: da una parte, riteniamo che nell’attuale contesto la missione rimanga importante ma sapete che le regole di ingaggio che ha avuto in questi anni non sarebbero sufficienti ad affrontare la crisi attuale. Il dibattito deve essere di questo genere: io sono più che favorevole e ho segnalato quello che non condividevo dell’iniziativa degli Usa rispetto a Unifil, ma se volessimo prorogare la missione dovremmo rivedere le regole. Ma è un tema su cui non abbiamo trovato grande convergenze», ha aggiunto Meloni. La presidente del Consiglio ha spiegato di essersi sentita con Netanyahu, manifestandogli «la contrarietà dell’Italia a qualsiasi escalation» fermo restando il diritto di Israele alla sua difesa «agli attacchi di hezbollah». In Libano, ha continuato, «sono presenti oltre mille soldati italiani della missione Unifil (tra Shama, Al Mansouri e Naqura gli italiani sono 1.300, ndr). La sicurezza del personale va garantita in ogni momento, reiteriamo la richiesta ad Israele». Sul tema è intervenuto anche il Consiglio supremo di difesa. Nella nota divulgata al termine della riunione che si è svolta venerdì 13 marzo, si legge che «il Consiglio ritiene allarmanti le continue gravi violazioni della risoluzione n. 1701 del 2006 e il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al contingente di Unifil, attualmente a guida italiana. Anche in relazione alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di concludere la missione Unifil - si legge ancora nel documento - resta ineludibile garantire la sicurezza della Linea Blu, favorendo l’incremento delle capacità delle Forze Armate Libanesi».

Per quanto riguarda invece la seconda missione, Mibil (Missione Militare Bilaterale Italiana in Libano), mette in campo programmi di formazione e addestramento in favore delle LAF/Forze di Sicurezza libanesi e la costituzione di un Centro di addestramento nel Sud del Libano, dove sviluppare le attività formativo/addestrative. Attualmente la consistenza massima annuale autorizzata dall’Italia per il contingente nazionale impiegato nella missione è 160 militari, 7 mezzi terrestri e 1 mezzo navale.

Infine, MTC4L (Military Technical Committee for Lebanon): il Comitato Tecnico Militare per il Libano è un’iniziativa multilaterale guidata dall’Italia, istituita nel mese di marzo 2024. È attualmente composto da 7 membri (Italia, Germania, Spagna, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea) e 13 membri associati (Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Cipro, Egitto, Giappone, Qatar, Paesi Bassi, Regno dell’Arabia Saudita, Repubblica di Corea, Unifil e UNSCOL4). Rimane aperto alla partecipazione di altri soggetti, inclusi partner regionali, come i restanti paesi del Golfo. Il Comitato opera nei settori infrastrutturali, di capacity-building, di supporto e finanziari.

Qatar e Bahrein

In Qatar sette soldati su dieci dell’operazione Orice hanno raggiunto l’Arabia Saudita mentre in Bahrein si trovavano i cinque della Combined task force Mar Rosso e sono stati tutti ritirati.

Palestina

L’Italia, ha spiegato di recente il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani, è in prima linea per la formazione delle Forze di sicurezza palestinesi. Intervenuto il 17 febbraio alla camera, Tajani ha chiarito: «Siamo presenti all’interno del Centro di coordinamento civile-militare con una squadra di 3 diplomatici e 8 militari. Il Centro è impegnato ad assicurare le attività di assistenza umanitaria e i servizi essenziali alla popolazione della Striscia. I nostri Carabinieri, già attivi in Cisgiordania da oltre dieci anni attraverso la missione bilaterale Miadit, inizieranno presto in Giordania l’addestramento di 50 funzionari di sicurezza palestinesi da dispiegare nella Striscia di Gaza. Partecipiamo - ha aggiunto Tajani in quell’occasione - alle missioni dell’Unione Europea Eupol Copps di addestramento della polizia palestinese e nella missione Eubam Rafah, in cui sono presenti 8 Carabinieri. La missione ha avuto un ruolo chiave per favorire la riapertura del valico. Rafforzeremo nelle prossime settimane la nostra presenza», ha concluso il responsabile della Farnesina.

Egitto

L’Italia opera nell’ambito della Multinational Force and Observers, un’organizzazione internazionale indipendente per il mantenimento della pace tra la Repubblica Araba d’Egitto e lo Stato d’Israele, sancita dal Trattato di Pace firmato il 26 marzo 1979 presso la Casa Bianca tra i leader di Egitto e Israele, alla presenza del Presidente statunitense Carter in qualità di garante. La MFO è insediata nella fascia orientale della Penisola del Sinai (denominata “area Charlie”) e oggi consta di una base principale nel Sud del Sinai (South Camp), situata direttamente sul mare presso la città di Sharm el Sheikh, di una base nel Nord del Sinai (North Camp), nei pressi della città di El Gorah, posta a circa 45 km dal mare e circa 35 km dal confine Israeliano, e da diversi siti remoti dislocati, da Sud a Nord, lungo la fascia orientale della Penisola del Sinai. L’Italia partecipa alla missione fin dalla sua istituzione, con personale e mezzi della Marina Militare. Attualmente sono presenti complessivamente 78 uomini.

Le operazioni Ue di sicurezza marittima

L’Italia assumerà la prossima settimana il comando della forza navale di Aspides, con la nave Rizzo, attualmente nel Mar Rosso davanti alle coste dello Yemen, per scortare in sicurezza il traffico mercantile europeo. L’Operazione Aspides è la missione diplomatico militare di sicurezza marittima dell’Unione europea, nata nel 2024 in risposta agli attacchi Houthi contro le navi nel Mar Rosso. Allo schieramento partecipano anche Belgio, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi e Svezia. Nello stesso quadrante c’è attualmente anche la nave Bianchi, che però è invece impegnata nella missione Atalanta, per il pattugliamento anti pirateria lungo le coste della Somalia. È possibile che le due missioni vengano rafforzate, così come prevede la risoluzione di maggioranza appena approvata in Parlamento.

Nel Consiglio Affari Esteri di lunedì 16 marzo a Bruxelles i ministri dei Paesi membri discuteranno della possibilità di modificare il mandato di Aspides così da consentirle di operare nello Stretto di Hormuz. Allo stato attuale la missione ha un “mandato non esecutivo” per lo Stretto di Hormuz, oggi bloccato dagli iraniani, dopo l’attacco sferrato da Israele e Usa.

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