Salumi

Levoni punta su sostenibilità e made in Italy per crescere all’estero

La strategia della storica azienda mantovana che fattura 160 milioni e ha il suo punto di forza in salumerie e gastronomie dove distribuisce il 60% delle sue numerose specialità

di Emiliano Sgambato

Fase di stagionatura dei salami Levoni

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Con cinquanta diversi tipi in produzione , che pesano per il 35% sul giro d’affari rispetto al 13% medio delle aziende del settore, il salame (su oltre 300 specialità in catalogo) è uno dei fiori all’occhiello di Levoni, azienda cremonese che il prossimo anno celebrerà 115 anni di storia e che nel 2024 ha fatturato 160 milioni.

Le radici e il bilancio d’impatto

«Siamo una realtà molto legata a una distribuzione di tipo tradizionale, in oltre 10mila salumerie – racconta Marella Levoni, della famiglia che guida l’azienda da quattro generazioni – e per questo nel tempo abbiamo sviluppato prodotti che soddisfino tutti i gusti, dall’affumicato del tipo ungherese dell’Alto Adige al piccante della Calabria».
La diversificazione del prodotto è quindi nel Dna dell’azienda e l’innovazione è soprattutto nel campo delle ricette, come l’ultima all’Amarone, oltre che nei formati, che però restano sempre nel solco della tradizione, come nel caso del salame lungo 1,5 metri, realizzato proprio in occasione delle festività natalizie, all’insegna della convivialità.

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«Però è fondamentale l’utilizzo di soli aromi naturali e materie prime selezionate– continua Levoni – a partire dalla miscela di spezie usate per le varie lavorazioni. I nostri prodotti sono tutti senza glutine e senza lattosio. E utilizziamo solo carne di suini al 100% nati, allevati e macellati in Italia, proveniente dai circuiti delle Dop Parma e San Daniele. Il macello è a sette chilometri dalla nostra sede e l’allevamento più lontano è al massimo a cinque ore di camion. Il benessere animale è fondamentale anche per la bontà dei prodotti, ma la nostra attenzione alla sostenibilità è a 360 gradi, anche per quel che riguarda le ricadute sul territorio di Catellucchio (vicino Mantova, ndr) a cui siamo legati da sempre. Ci sono famiglie c che lavorano con noi per generazioni».

Marella Levoni

Con queste premesse non è stato difficile raggiungere, pochi mesi fa, lo status di Società Benefit. «Non abbiamo certo dovuto stravolgere l’azienda, perché la certificazione ricalca gli stessi criteri che ci hanno sempre ispirato», afferma Levoni.
Nel primo Report d’Impatto sono state indicate le azioni e i progetti studiati in linea con tre direttrici fondamentali e i 17 obiettivi promossi dalla Ue. Sul fronte ambientale «è stato avviato un percorso di riduzione degli impatti lungo tutta la catena produttiva, lavorando su efficienza energetica, gestione idrica, uso responsabile delle risorse, valorizzazione dei sottoprodotti».

 Il secondo pilastro riguarda il benessere delle persone e il sostegno attivo alle comunità e ai territori. «Levoni - secondo il Report - ha evoluto il suo modello di welfare in un sistema strutturato, inclusivo e accessibile, che promuove la conciliazione vita-lavoro, la salute a tutto tondo, l’educazione, l’ascolto e la partecipazione. È presente nei territori anche attraverso iniziative che rispondono ai bisogni concreti delle comunità locali, in collaborazione con enti, associazioni e istituzioni. Investe nella formazione come leva di crescita individuale e collettiva».

Infine ma non da ultimo, la governance: «l’azienda opera in modo trasparente, con una gestione responsabile e partecipata. Ha rafforzato i meccanismi di controllo, introdotto strumenti di rendicontazione e adottato codici etici e di condotta condivisa lungo la filiera. La governance si orienta a lungo termine, valorizzando la continuità familiare come garanzia di visione, rigore e coerenza».

Italia in tenuta e crescita all’estero

Una filosofia che non ha mai portato a «strappi improvvisi», neanche dal punto di vista del business: «A piccoli passi, ma siamo sempre cresciuti e lo faremo anche quest’anno, nonostante gli aumenti di costi della carne e la crisi congiunturale, mantenendo la marginalità, anche se nel nostro settore questa è strutturalmente bassa», continua Marella Levoni, che è anche presidente Ivsi (Istituto italiano valorizzazione dei salumi).

Di fronte a un mercato domestico che difficilmente può fornire grossi spazi di crescita, l’obiettivo è allargare la quota export, nonostante i dazi e la perdurante chiusura dei mercati asiatici a causa della peste suina. «Nel 2025 la quota passerà dal 38 al 40% e per i prossimi tre anni – dice Levoni – abbiamo obiettivi di crescita del 15% all’anno negli Usa e del 2% in Europa, dove i mercati più importanti sono Francia (24%) e Gemania (17%). In Asia purtroppo perdura lo stop all’export a causa della peste suina».

Negli Stati Uniti Levoni possiede un impianto di confezionamento gestito da una società ad hoc: i salumi arrivano interi dall’Italia e oltreoceano vengono affettati e preparati nei formati richiesti dal mercato locale, ma questo comunque non influisce sull’importo dei dazi. «Nel nostro caso comunque stanno influendo poco - commenta Levoni - perché operiamo su un mercato premium che si sta rivelando in grado di assorbire la maggior parte degli aumenti».

Ristorazione e convivialità

Un altro canale da sviluppare potrebbe essere quello della ristorazione (attualmente vale il 10% contro il 30 della Gdo e il 60% del normal trade), «ad esempio nel mondo della pizza che sta crescendo molto e dove la qualità del topping e sempre più importante, ma anche per l’estero la ristorazione made in Italy è da sempre un biglietto da vista fondamentale - continua Levoni -. I salumi sono un alimento molto versatile, ma sono anche gioia, un momento di piacere che io paragono spesso al cioccolato, ed è su questo che il settore deve puntare oltre ogni aspetto più strettamente razionale di puro business. Dopo un po’ di tempo che non facevamo campagne di comunicazione, il nostro nuovo spot “A ogni modo, tuo”, si basa sul racconto corale della libertà personale e la convivialità legata al consumo di salumi».

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