Dipendenza energetica

Le tensioni a Hormuz sono già costate all’Europa 50 miliardi, solo in combustibili

La crisi del 2026 ha accelerato una trasformazione destinata a sopravvivere alla guerra: ferrovie verso Russia e Cina, porti caspici, collegamenti con l’Iraq stanno componendo una rete concepita non per sostituire Hormuz, impresa fisicamente impossibile, ma per impedire che una pressione marittima e finanziaria prolungata produca l’isolamento totale dell’Iran. Per l’Europa, e soprattutto per Italia, Francia, Germania e Regno Unito, la posta in gioco attraversa energia, inflazione, industria, porti, sanzioni e sicurezza delle rotte

Una porta container nello stretto di Hormuz nei pressi della spiaggia di  Bandar Abbas via REUTERS

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Lo Stretto di Hormuz ha rivelato il paradosso centrale della potenza iraniana: Teheran può condizionare l’arteria attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiati nel mondo, ma non può comprimerla senza colpire la propria economia. La crisi del 2026 ha quindi accelerato una trasformazione destinata a sopravvivere alla guerra: ferrovie verso Russia e Cina, porti caspici, collegamenti con l’Iraq stanno componendo una rete concepita non per sostituire Hormuz, impresa fisicamente impossibile, ma per impedire che una pressione marittima e finanziaria prolungata produca l’isolamento totale dell’Iran. Per l’Europa, e soprattutto per Italia, Francia, Germania e Regno Unito, la posta in gioco attraversa energia, inflazione, industria, porti, sanzioni e sicurezza delle rotte.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il collo di bottiglia

Nel 2024, secondo la U.S. Energy Information Administration, attraverso Hormuz sono transitati circa 20 milioni di barili al giorno di greggio, condensati e prodotti petroliferi: approssimativamente il 20% del consumo mondiale di liquidi petroliferi e oltre un quarto del commercio marittimo globale di petrolio. Dallo stesso passaggio è transitato quasi il 20% del Gnl mondiale, proveniente principalmente dal Qatar. Non esiste, a oggi, un’infrastruttura alternativa capace di assorbire volumi comparabili. Il 7 aprile 2026 l’EIA stimava che Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein avessero già ridotto complessivamente la produzione di 7,5 milioni di barili al giorno nel mese di marzo, perché il rallentamento delle esportazioni stava saturando gli stoccaggi. Per aprile l’agenzia prevedeva arresti produttivi per 9,1 milioni di barili giornalieri. Quando i depositi si riempiono, il problema passa dal mare ai pozzi: la produzione deve essere ridotta e la successiva riapertura dello stretto non restituisce immediatamente i barili perduti. Il 7 luglio 2026, dopo il memorandum del 18 giugno tra Washington e Teheran e la parziale ripresa dei transiti, l’EIA riteneva ancora che i flussi commerciali sarebbero tornati vicino ai livelli precedenti il conflitto soltanto verso la fine dell’anno, con il recupero della maggior parte della produzione interrotta rinviato all’inizio del 2027. Hormuz è dunque un moltiplicatore: un’interruzione marittima diventa crisi di stoccaggio, contrazione produttiva, riduzione delle scorte internazionali e infine inflazione importata.

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L’Europa paga anche senza comprare dall’Iran

La vulnerabilità europea non coincide con il volume di greggio iraniano acquistato direttamente. Il prezzo si forma su un mercato globale: se Cina, India, Giappone e Corea del Sud perdono carichi del Golfo, competono con i compratori europei per le forniture atlantiche, africane, mediterranee e americane. Il barile sottratto all’Asia rincara quello destinato a Rotterdam, Trieste, Marsiglia o Wilhelmshaven. Nel 2023 la dipendenza energetica dell’Unione dalle importazioni era ancora pari al 58%, secondo Eurostat. Nel 2025 l’Ue ha importato circa 435 milioni di tonnellate di greggio, per oltre 212 miliardi di euro. La crisi di Hormuz colpisce quindi un continente che ha diversificato i fornitori dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma non ha eliminato la dipendenza dal prezzo internazionale degli idrocarburi. La Commissione europea, nella previsione economica di primavera pubblicata il 21 maggio 2026, ha valutato uno scenario di interruzione prolungata nel quale il petrolio raggiungeva circa 180 dollari al barile nel quarto trimestre del 2026 e il gas europeo circa 80 euro per megawattora, contro valori di riferimento rispettivamente pari a 84,7 dollari e 42,2 euro. Non erano previsioni incondizionate, ma una misurazione dello shock possibile qualora la ripresa dei transiti fosse rimasta lenta. Un documento della Commissione del 22 aprile 2026 quantificava già in 24 miliardi di euro il maggiore costo sostenuto dall’Unione per le importazioni di combustibili fossili dall’inizio del conflitto. La cifra da maggio è quasi raddoppiato con un conto lineare che arriva a valere 50 miliardi, stando sempre ai numeri forniti da Bruxelles. 

L’esposizione italiana

Per l’Italia, Hormuz è un dossier industriale prima ancora che petrolifero. Il Paese dispone di una posizione geografica favorevole, raffinerie, porti, gasdotti mediterranei e capacità di rigassificazione; resta tuttavia esposto al costo internazionale del greggio e del Gnl. Istat ha registrato nel febbraio 2026 un deficit energetico di 3,466 miliardi di euro, pur inferiore ai 5 miliardi del febbraio 2025. Nello stesso mese l’avanzo dei prodotti non energetici si era ridotto da 9,444 a 8,409 miliardi. È la relazione da osservare: il rincaro dell’energia può consumare il vantaggio commerciale generato dalla manifattura. L’Italia possiede però un vantaggio strategico che deve essere trasformato in politica europea. Il suo sistema portuale, la connessione con il Nord Africa, il Corridoio meridionale del gas e i terminali Gnl possono farne una piattaforma di riequilibrio verso l’Europa centrale.

Francia, lo scudo nucleare non basta

La Francia affronta Hormuz da una posizione diversa. Nel 2024 il nucleare rappresentava il 41% del suo mix energetico primario, contro il 28% del petrolio e il 12% del gas; la produzione primaria era aumentata del 10,2%, raggiungendo 1.572 TWh, grazie soprattutto alla ripresa nucleare e all’idroelettrico. Questa struttura attenua la trasmissione del gas al sistema elettrico, ma non protegge trasporti, petrolchimica, aviazione, agricoltura e industria dai rincari petroliferi. Il bilancio energetico pubblicato dall’amministrazione francese il 4 marzo 2026 mostra una fattura netta di 57,7 miliardi di euro per il 2024: 43,7 miliardi per petrolio e biocarburanti e 17,4 miliardi per il gas, parzialmente compensati da 5,2 miliardi di saldo elettrico favorevole. La produzione nazionale di petrolio copriva circa l’1% dei consumi, mentre le importazioni raggiungevano 45,6 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Parigi dispone quindi di uno scudo elettrico più robusto, non di un’autonomia dagli idrocarburi. Il 13 marzo 2026 la Direction générale du Trésor ricordava che il gas naturale rappresenta circa il 70% del costo di produzione dei fertilizzanti azotati. Hormuz entra così nei prezzi agricoli europei non soltanto attraverso il carburante, ma attraverso ammoniaca, concimi, trasporto e assicurazione. La sicurezza energetica francese resta inseparabile dalla sicurezza industriale e alimentare dell’Unione.

Germania, il rischio industriale

Dopo la rottura del precedente modello fondato sul gas russo, Berlino ha diversificato approvvigionamenti e infrastrutture. Hormuz dimostra tuttavia che la sostituzione del gasdotto con il Gnl trasferisce una parte del rischio da una relazione bilaterale a un mercato marittimo globale esposto a stretti, porti, flotte e competizione asiatica. Il 29 maggio 2026 Destatis ha comunicato che i prezzi tedeschi all’importazione erano aumentati del 5,3% su base annua in aprile, il maggiore incremento registrato dal gennaio precedente.

Londra, autonomia relativa

Il Regno Unito possiede produzione nel Mare del Nord e un sistema commerciale flessibile, ma la sua autonomia è relativa. Il rapporto governativo sulla sicurezza degli approvvigionamenti, pubblicato il 17 dicembre 2025, indicava che nel 2024 le importazioni nette di petrolio primario erano aumentate dell’11,7% per compensare il declino della produzione domestica e l’aumento della domanda. Un documento governativo del 26 novembre 2025 rilevava che la produzione britannica di petrolio e gas del Mare del Nord era diminuita del 72% tra il 1999 e il 2023. Nel primo trimestre 2026, secondo Energy Trends del 30 giugno, le importazioni britanniche di Gnl erano aumentate del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre quelle via gasdotto erano diminuite dell’11%. La Norvegia restava il primo fornitore, con il 54% delle importazioni complessive di gas. Nel 2025 i porti britannici avevano movimentato 17 milioni di tonnellate di Gnl, il 22% in più dell’anno precedente. Londra è quindi meno dipendente dall’Europa continentale per la ricezione fisica dei carichi, ma non dal prezzo mondiale.

La via eurasiatica

La risposta iraniana prende forma a nord. L’International North–South Transport Corridor collega Russia, Azerbaigian, bacino caspico e Iran, con proiezione verso l’Oceano Indiano. L’accordo intergovernativo russo-iraniano risale al 2023; il 14 ottobre 2025 il governo russo confermava che l’Iran stava ancora svolgendo progettazione e rilievi preparatori. Un’opera finanziata e politicamente sostenuta non è ancora una linea operativa: fino al completamento, le merci devono passare tra strada e ferrovia, moltiplicando tempi, documentazione e controlli. I porti caspici aggiungono una seconda ridondanza. Il carico può muovere dal sistema Volga–Caspio verso l’Iran settentrionale senza avvicinarsi a Hormuz. Ma capacità portuale, pescaggio, flotta, condizioni meteorologiche e trasbordi impediscono di confondere questa soluzione con un’autostrada commerciale. Il suo valore risiede nella continuità di grano, metalli, macchinari, prodotti chimici e container, non nell’esportazione di milioni di barili. Il 22 luglio 2024 le autorità cinesi dello Zhejiang hanno annunciato il servizio ferroviario integrale Qom–Yiwu, organizzato con Kazakhstan, Turkmenistan e Iran. È una prova di fattibilità, non la dimostrazione di un’alternativa di massa al mare. La ferrovia può proteggere merci ad alto valore e componenti industriali; non replica i costi e la capacità di una petroliera.

Chabahar e l’Iraq

Chabahar è l’unico porto iraniano con un potenziale realmente trasformativo perché si trova sul Golfo di Oman, fuori da Hormuz. Il 13 maggio 2024 India Ports Global Limited e la Ports and Maritime Organization iraniana hanno firmato un contratto decennale per il terminal Shahid Beheshti. Il Governo indiano ha comunicato il 26 luglio 2024 stanziamenti cumulati per 4 miliardi di rupie, dei quali 2,0151 miliardi già utilizzati; nel 2023-2024 il traffico navale era aumentato del 43% e quello container del 34%. A ovest, la ferrovia Shalamcheh–Bassora può rafforzare commercio, pellegrinaggi e influenza iraniana nell’Iraq meridionale. Il 24 giugno 2024 il Consiglio ministeriale iracheno per l’Economia ha approvato la richiesta di affidamento della costruzione. Ma il valore del collegamento dipenderà dall’integrazione con la rete, i porti e la strategia logistica dell’Iraq: una linea bilaterale non è automaticamente un corridoio internazionale.

La scelta europea

L’Europa non può osservare questa trasformazione come uno scontro esclusivo tra Washington e Teheran. Il 29 settembre 2025 il Consiglio dell’Unione europea ha ripristinato misure economiche e finanziarie nei settori commerciale, bancario e dei trasporti, comprese restrizioni riguardanti la Banca centrale iraniana e importanti banche commerciali. Il 22 maggio 2026 ha inoltre ampliato la base giuridica per colpire persone ed entità coinvolte nelle azioni iraniane contro la libertà di navigazione a Hormuz. Teheran sta evidentemente rinunciando all’efficienza per acquisire capacità di resistenza. Per l’Europa, il rischio non è soltanto pagare di più l’energia. È scoprire che la propria sicurezza economica continua a dipendere da infrastrutture, rotte e decisioni strategiche controllate altrove.

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Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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