Spumanti

Le bollicine dei Monti Lessini puntano sulla forza del vitigno autoctono

A Verona Durello&Friends: tra Monti Lessini (metodo classico) e Lessini Durello (Charmat) prodotte complessivamente oltre un milione di bottiglie: +37% in 5 anni, con un giro d’affari di circa 6 milioni di euro per il solo metodo classico

di Emiliano Sgambato

Uva Durella, vitigno autoctono veneto su cui si basa la forza della proposta degli spumanti Doc Monti Lessini e Lessini Durello

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«Monti Lessini» sulle etichette delle bottiglie prodotte con il metodo Classico e «Lessini Durello» su quelle prodotte con metodo Martinotti-Charmat. È la novità che quest’anno debutterà ufficialmente sulle bottiglie della Doc Lessini Durello (dopo un iter di modifica del disciplinare durato una decina d’anni). Per i meno esperti, semplificando, la differenza sta tra la presa di spuma in bottiglia, metodo nato con lo Champagne e in Italia usato ad esempio per Franciacorta e Trentodoc, o in autoclave (come si fa, ad esempio, per il Prosecco).

In realtà i due prodotti - con caratteristiche e costi differenti - già da tempo sono presenti sul mercato con circa 400mila bottiglie di metodo Classico e oltre 700mila di Charmat, ma senza la distinzione di nome, ora invece obbligatoria. Fatto che creava non poca confusione tra i consumatori e a livello di comunicazione e strategia.
In comune i due spumanti hanno l’uva Durella, un vitigno autoctono della zona di origine vulcanica tra Vicenza e Verona dalla caratteristiche di spiccata acidità che lo rendono particolarmente adatto alle bollicine.

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Italianità del vitigno fattore chiave

L’italianità della Durella è una delle leve su cui sta puntando la strategia di crescita del Consorzio. Secondo una ricerca di Nomisma presentata a Verona nel corso della 23esima edizione di “Durello&Friends” - dove “gli amici” sono le altre bollicine italiane ai banchi d’assaggio con cui “l’unico metodo classico del veneto” vuole confrontarsi - «l’essere identitario di uno specifico territorio, la presenza di una denominazione di origine e la zona altimetrica (collina o montagna), rappresentano le caratteristiche distintive di un buon metodo classico rispettivamente per il 18%, 12% e 11% dei consumatori». Rilevante «la provenienza del vitigno: il fatto che sia autoctono è un plus fondamentale per il 17% dei consumatori». Meno rilevante (4%) appare invece «la prerogativa di un lungo affinamento sui lieviti, segno che un metodo classico di qualità può esprimersi anche in versioni leggere e fresche, prive di grande struttura».
«Affinché la curiosità si traduca in valore percepito e reale disponibilità a pagare - commenta Evita Gandini, head of market insights di Nomisma Wine Monitor - risulta però fondamentale la narrazione educativa del metodo, del territorio e della varietà: vitigni autoctoni, suoli vulcanici, versatilità e altitudine costituiscono gli elementi chiave da veicolare al consumatore».

Raddoppio in 10 anni e prospettive

La produzione della Doc in termini di bottiglie è cresciuta del 37% rispetto a 5 anni fa e più che raddoppiata in dieci anni, con un giro d’affari di circa 6 milioni di euro per il solo metodo classico, che ha un prezzo medio in cantina di 15 euro a bottiglia, che poi cresce nella ristorazione dove viene venduto circa il 70% della produzione (il 20% viene acuistato negli shop aziendali e solo una parte minoritaria nella grande distribuzione).

La quota di metodo classico è passata da un 6% del 2019 al 35% del 2024. E gli obiettivi per il futuro sono ambiziosi: «La Doc Monti Lessini punta a sedere al tavolo delle grandi denominazioni di origini da metodo classico italiane e ad essere un riferimento del nordest spumantistico da metodo classico essendo l’unica denominazione veneta destinata esclusivamente a questo tipo di produzione - dice Gianni Tessari, presidente del Consorzio che raggruppa 34 cantine -. Stiamo attraversando un momento piuttosto complesso a livello mondiale, tuttavia gli spumanti rappresentano una tipologia che risponde a logiche leggermente differenti rispetto ad altre. Per questo lavorare sulla valorizzazione del metodo classico e sulla vocazionalità spumantistica di precisi comprensori produttivi diventa strategico, non solo in un’ottica promozionale, ma anche in chiave strettamente commerciale. La nostra volontà è quella di far crescere sempre più la percentuale di metodo classico ed essere presenti nelle carte vini di tutta la Regione del Veneto. Il potenziale numerico è molto elevato tenuto conto che il comprensorio spumantistico cuba 600 ettari di varietà Durella, cioè circa sei milioni di bottiglie potenziali».

Le potenzialità della fascia media nei ristoranti

«Le bollicine, che pesano per un terzo del consumo di vino nel canale horeca, sono l’unico segmento in crescita anche grazie alle performance positive del Prosecco, che ormai vale il 47% delle vendite. Questo evidenzia che metà del mercato è fatto da altre tipologie di bollicine, che coprono sia la fascia più bassa sia quella più alta. Quindi - ragiona Bruno Berni, business development manager di Cfi Group, società specializzata in ricerche di mercato - anche un prodotto nuovo come il Monti Lessini può trovare il suo spazio. A due condizioni però. La prima è che si abbandoni la logica del puro sell-in. È fondamentale costruire un prodotto che intercetti i gusti del consumatore, con un posizionamento chiaro e coerente che però deve essere supportate con attività di sell-out e trade marketing. La seconda è che si scelga con chi lavorare nel canale horeca. I distributori di bevande sono duemila, apparentemente tutti uguali ma in realtà molto diversi per dimensione, per filosofia, per organizzazione e soprattutto per il ruolo che il vino gioca per loro».

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