Ristorazione

Langosteria accelera con Buonocore Hospitality Group e punta a 200 milioni di fatturato nel 2030

Bhg riunirà i brand attivi e quelli nuovi: verso aperture in Italia e all’estero con cui triplicare i ricavi e aumentare più che proporzionalmente i ricavi

di Emiliano Sgambato

Pepe - Barra italiana ha da poco inaugurato a Milano (nello stesso palazzo fendi dove hanno aperto anche Langosteria Napoleone e sarà un modello per altre aperture future in Italia e all’estero

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«Abbiamo il sogno di diventare il gruppo di ristorazione di lusso più importante al mondo». Non manca certo l’entusiasmo e l’ambizione a Enrico Buonocore nell’annunciare la nascita di Buonocore Hospitality Group (Bhg), dopo 19 anni dall’apertura della prima Langosteria a Milano, a cui poi sono seguite il Bistrot, il locale pieds dans l’eau di Paraggi e quelli a Saint Moritz e al settimo piano dell’hotel Cheval Blanc di Parigi, e con le prossime tappe in fase di rifinitura, dopo qualche ritardo “tecnico”, a Londra e a Porto Cervo.

Da Langosteria a gruppo multibrand

«Cambia il nome ma non gli obiettivi e i principi di fondo che ci hanno guidato nella crescita continua di questi anni – dice il ceo – ma era giunto il momento di iniziare a lavorare sugli sviluppi verticali degli altri progetti che si affiancano a quelli legati al brand Langosteria. Due li abbiamo da poco inaugurati a Palazzo Fendi, insieme a Langosteria Montenapoleone. Pepe - Barra Italiana è un progetto che avevo in mente da tempo, completamente indipendente da Langosteria. Vuole celebrare la tradizione italiana più autentica (interpretata dallo chef Luca Fantin, ndr) con un approccio basato sulla condivisione, dove gli ospiti sono accolti lungo la “barra” (il bancone, ndr) che gira tutto attorno alla cucina. Il secondo format è l’Ally’s Bar con cui abbiamo aperto uno spazio specifico per la mixology. A Milano può sfruttare due splendide terrazze con 80 posti a sedere, ma vorremmo cercare di affiancarlo a tutti i nuovi progetti di Langosteria, come sarà per la prossima apertura di Porto Cervo in estate. Poi lo spazio dove sorgeva il Café (sempre a Milano in zona San Babila, ndr) sarà utilizzato per testate un ulteriore format su cui per ora preferisco non rivelare nulla, ma che prevediamo vedrà la luce tra fine anno e inizio 2027. E senza dimenticare i Bagni Fiore (a Paraggi, ndr) che potrebbero essere un modello per sbarcare altrove».

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Nel piano industriale anche New York

Il piano al 2030 prevede di raggiungere un fatturato tra i 180 e i 200 milioni di euro, il triplo dell’attuale, che nel 2025 è arrivato a 68 milioni tra ricavi diretti e indiretti (cioè quelli generati nei progetti di management agreement). La marginalità in termini di Ebitda è prevista in crescita più che proporzionale rispetto al fatturato: dai 7 milioni del 2025 ai 28-30 milioni del 2030.

Da un lato la grandezza media dei locali sarà maggiore, dall’altro sono previsti investimenti da parte delle società immobiliari che hanno interesse a creare ingressi nelle loro strutture. «Ad esempio Parigi fattura 17 milioni e potrebbe arrivare a 20 con l’Ally’s Bar. A New York stiamo valutando location importanti a Manhattan, con affitti da tre milioni l’anno ma con possibili ricavi da trenta. E del resto – continua Buonocore – nonostante nel 2026 sia ancora in una fase non a regime, per Montenapoleone, caso unico in Italia di open club con tre esperienze diverse che sta attirando 600 clienti al giorno, prevediamo incassi sopra i 20 milioni che potrebbero diventare 25 nel 2027».

Nei prossimi cinque anni il piano prevede di aprire tre ristoranti per ciascuno dei nuovi due brand, e altre insegne Langosteria e Ally’s Bar , oltre a quelle già in cantiere (in Usa, in una capitale europea – Madrid? – e in una località di montana)

«Per raggiungere questi risultati investiremo 43 milioni, obiettivo tranquillamente realizzabile visto che ne abbiamo investiti 37 negli ultimi cinque – spiega Giovanni Mondelli, ad Finanza di Bhg e socio storico di Buonocore –. Abbiamo una linea programmata e strutturata di finanziamento dei soci che fa parte degli accordi storici che abbiamo con Archive (la società della famiglia Ruffini che detiene il 40% del Gruppo dal 2018, ndr). Il piano è fondato su risorse interne, con una marginalità fino al 25% dei singoli ristoranti, e linee di finanziamento esterno già definite, compreso l’intervento sul capitale fatto nell’ultimo anno di circa 4 milioni».

Ospitalità, risorse umane e professionali

Dei motivi del successo del “modello Langosteria” Buonocore non fa un segreto, ma certo una cosa è enunciare i principi guida, un’altra saperli mettere in pratica. Come la capacità di far sentire il cliente subito a proprio agio: è spesso innata in un bravo ristoratore, ma può essere anche insegnata e replicata. «Noi abbiamo tra il 30 e il 40% di clienti ricorrenti – spiega Buonocore – è un dato importante per la stabilità dei flussi di cassa nel tempo, ma anche e soprattutto per creare il giusto clima all’interno dei ristoranti». Ma tutto parte dalla valorizzazione delle risorse umane: «Il valore si costruisce attraverso le persone – si appassiona Buonocore – attraverso il loro coinvolgimento nel progetto. In un periodo in cui si parla tanto della difficoltà di reperire le giuste professionalità nell’hospitality, la nostra percentuale di turnover è sotto il 20%, dato unico nella ristorazione. Questo perché ai nostri collaboratori chiediamo di partecipare al progetto, in un rapporto di fiducia reciproca che richiede però anche serietà e riservatezza».

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