Siti sensibili in appoggio agli Usa

La mappa dei rischi iraniani per i Paesi europei. E il doppio innesco di Erdogan

Al di là dell’allarmismo del Financial Times, dal Mar Nero a Cipro, da Akrotiri a Hormuz, la distinzione tra fronte e retrovia è scomparsa. Un nuovo attacco americano coinvolgerebbe ancor di più le basi nel territorio Ue, costringendo procedure di anti guerra ibrida. E la posizione della Turchia che ha accordi Nato e Mediorientali (ed è nel mirino di Israele) rende più probabile l’articolo 4 dell’Alleanza atlantica

Un marinaio americano assiste un Eurocopter  Super Puma dalla pista della  nave USS Abraham Lincoln  via REUTERS

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Al di là dell’allarmismo lanciato dal Financial Times sulle base Usa in Europa, la domanda che oggi dovrebbe occupare Palazzo Chigi, l’Eliseo, Downing Street e la Cancelleria tedesca non è se l’Iran abbia deciso di «attaccare la Nato». Non esiste, nelle fonti governative disponibili, una prova di questa decisione. La questione è più seria: quanto della macchina militare, energetica e logistica europea è ormai funzionale a una crisi che nasce nel Golfo ma non resta più confinata al Golfo? Nel 2026 la distinzione tra fronte e retrovia si è assottigliata. Cipro è stata raggiunta. La Bulgaria è entrata nella profondità logistica americana. Hormuz è diventato una variabile economica europea. E la Nato, ad Ankara, ha iniziato a trattare tutti questi fenomeni come componenti di un unico problema strategico.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il fatto più importante, e forse il meno compreso, è accaduto lontano da Bruxelles. Il 2 marzo 2026, il premier britannico Keir Starmer ha informato la Camera dei Comuni che un drone iraniano aveva colpito l’area di RAF Akrotiri, nella Sovereign Base Area britannica di Cipro, cadendo a poche decine di metri dal personale britannico senza provocare vittime. Il 9 marzo, l’allora ministro della Difesa John Healey ha spiegato al Parlamento che Londra aveva rafforzato il dispositivo regionale e autorizzato l’utilizzo di RAF Fairford e Diego Garcia da parte degli Stati Uniti per specifiche operazioni difensive connesse all’Iran. Insomma, è sufficiente che basi, tanker, porti, reti di comando e infrastrutture energetiche situate nel continente diventino necessarie per sostenere operazioni americane o alleate. A quel punto il problema non è più soltanto dove si trovi il bersaglio, ma quale funzione svolga.

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Bulgaria, la retrovia che diventa operativa

La Bulgaria è un altro caso delicato perché qui non esiste l’ambiguità giuridica di Cipro: Sofia è membro della Nato. Il 24 luglio 2026, il ministro della Difesa bulgaro Dimitar Stoyanov si è recato a Bezmer mentre erano in discussione attività di rifornimento e l’organizzazione del dispiegamento di aerocisterne statunitensi. La posizione del governo bulgaro è stata esplicita: la Bulgaria non si considera parte del conflitto. Ma proprio questo scarto tra interpretazione politica e funzione militare contiene il rischio strategico. Una base può dunque essere politicamente «non belligerante» e contemporaneamente assumere valore nella catena operativa americana. Non esiste, allo stato delle fonti primarie, alcuna prova che l’Iran abbia ordinato un attacco a Bezmer. E sarebbe irresponsabile affermarlo. Ma è altrettanto sbagliato ignorare il problema: se il conflitto si intensificasse, la distinzione tra chi combatte e chi rende possibile combattere potrebbe diventare uno dei punti centrali della strategia iraniana. È precisamente qui che l’Europa deve guardare con attenzione: non alla retorica più rumorosa di Teheran, ma ai segnali che precedono un cambiamento di dottrina — ricognizione mirata, accessi cyber alle reti logistiche, interesse per depositi di carburante, tracciamento dei tanker, sorveglianza delle basi, definizione pubblica degli Stati ospitanti come «partecipanti» al conflitto. Pur di altra matrice il drone marino intercettato in Romania è una indicazione precisa del modello di guerra ibrida.

Londra, l’esposizione maggiore

Tra le grandi potenze europee, il Regno Unito è quella più direttamente esposta sul piano operativo. La Strategic Defence Review britannica considera le basi di Akrotiri e Dhekelia infrastrutture strategicamente essenziali e lega la presenza britannica nel Mediterraneo orientale alla capacità di operare verso il Golfo. Londra combina qualcosa che Francia, Germania e Italia possiedono solo in parte: sovranità territoriale su basi nel Mediterraneo orientale, presenza nel Golfo, capacità expeditionary, deterrenza nucleare e integrazione militare eccezionalmente profonda con Washington. Questa forza è contemporaneamente una vulnerabilità. Più gli Stati Uniti utilizzano infrastrutture britanniche per sostenere la postura regionale, più Londra diventa il principale ponte europeo tra Nato e teatro mediorientale. Il rischio britannico non è quindi soltanto quello di ricevere un altro attacco tramite drone. È quello di dover decidere, in poche ore, se un attacco a una propria infrastruttura rappresenti un episodio limitato da assorbire, una violazione della sovranità da punire autonomamente o l’inizio di una crisi da portare al Consiglio Nord Atlantico. La differenza tra queste tre risposte potrebbe determinare l’intera traiettoria dell’escalation.

Francia e Germania, il cuore politico dell’E3

La Francia occupa una posizione distinta. Parigi non è il principale hub logistico europeo della crisi, ma è potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza e componente dell’E3 con Germania e Regno Unito. Il 28 agosto 2025, i tre Paesi hanno attivato il meccanismo di «snapback» relativo alle sanzioni internazionali contro l’Iran. Da quel momento, per Teheran, la relazione con Parigi non riguarda più soltanto il dialogo nucleare: riguarda sanzioni, legittimità internazionale, accesso economico e capacità dell’Europa di mantenere una posizione comune. Per questo la Francia è probabilmente più esposta alla pressione politica, diplomatica, intelligence e cyber che non a un attacco cinetico diretto. Colpire il territorio metropolitano francese offrirebbe a Teheran pochissimo vantaggio e un rischio enorme; dividere Parigi da Washington, Londra o Berlino sarebbe molto più utile. La Germania, invece, rappresenta il punto in cui sicurezza e potenza economica si fondono. Il cancelliere Friedrich Merz, il 17 aprile 2026, ha dichiarato che Berlino era disponibile, una volta cessate le ostilità e con una solida base giuridica, a contribuire a una missione internazionale per la sicurezza di Hormuz, indicando sminamento e ricognizione marittima tra le possibili funzioni della Bundeswehr.

Italia, il Paese cerniera

La posizione italiana non è semplice neutralismo diplomatico. È interesse nazionale. In maggio il ministro Tajani ha definito la crisi di Hormuz uno shock capace di incidere su sicurezza energetica, competitività industriale ed equilibri economici internazionali, ricordando che l’Italia è un’economia fortemente orientata all’export. Il 17 giugno, la Farnesina ha convocato il sistema produttivo nazionale per discutere le conseguenze della crisi e gli strumenti messi a disposizione da ICE e SIMEST per le imprese più esposte. Ma Roma ha anche una dimensione militare che non può essere separata da quella economica. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è recato negli Emirati Arabi Uniti il 22 aprile e in Qatar il 23 aprile, incontrando rispettivamente il presidente Mohamed bin Zayed Al Nahyan e l’emiro Tamim bin Hamad Al-Thani. Sono due Paesi direttamente interessati alla sicurezza del Golfo e centrali per la postura occidentale nella regione. Per l’Italia la linea strategica è quindi strettissima: sostenere la libertà di navigazione e la credibilità occidentale senza trasformare il Mediterraneo centrale in una piattaforma automatica di escalation.

Ankara, Israele e il fronte siriano

A complicare tutto c’è Recepp Erdogan, l’unico grande alleato Nato che sia contemporaneamente potenza mediterranea, attore militare diretto in Siria e interlocutore autonomo di Washington, Mosca, Damasco e delle monarchie del Golfo. La tensione con Israele sulla presenza turca in Siria introduce un rischio ulteriore: una crisi Iran-Israele potrebbe sovrapporsi a una crisi Israele-Turchia senza che nessuno dei due conflitti sia stato pianificato come tale. Per la Nato questo scenario sarebbe estremamente delicato. Ankara ha già utilizzato più volte l’articolo 4 per portare davanti agli Alleati minacce provenienti dalla Siria. E l’articolo 4, molto più dell’articolo 5, è probabilmente la soglia da osservare nella fase attuale: consente consultazioni, rafforzamenti e coordinamento prima che un Alleato abbia subito un attacco armato. Nato ricorda che, fino al 23 settembre 2025, il meccanismo era stato formalmente invocato soltanto nove volte dal 1949.

Tra Nato e medioriente

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

La nuova economia della Difesa

È qui che Iran e Russia cominciano, indirettamente, a convergere nei bilanci europei. L’Iran non sostituisce Mosca quale minaccia territoriale primaria, ma obbliga l’Europa a investire in capacità che la guerra in Ucraina aveva già reso urgenti: difesa aerea e antimissile, counter-drone, ISR, cyber, depositi protetti, munizionamento, infrastrutture logistiche e resilienza energetica. I Paesi Ue hanno speso 418 miliardi di euro per la difesa nel 2025; per il 2026 il Consiglio indica una stima di 454 miliardi, pari al 2,4% del PIL aggregato e superiore del 75,3% rispetto al 2021. Al vertice Nato di Ankara dell’8 luglio 2026, gli Alleati hanno annunciato oltre 50 miliardi di euro di nuovi programmi riguardanti, tra l’altro, deep precision strike, difesa integrata aerea e missilistica, sistemi unmanned e intelligence; oltre 40 miliardi di dollari in cinque anni sono destinati alle capacità counter-drone e 27 miliardi di euro alla modernizzazione di depositi, distribuzione e infrastrutture del carburante. Sono numeri che spiegano il cambio di paradigma meglio di molti discorsi politici. Il problema europeo non è più soltanto acquistare piattaforme. È garantire che possano continuare a combattere dopo giorni o settimane di attacchi: carburante disponibile, basi riparabili, radar ridondanti, munizioni sufficienti, reti cyber resilienti.

La linea rossa europea

Per questo parlare semplicemente di «Iran contro Nato» significa perdere il punto. La vera minaccia non è una improbabile offensiva iraniana contro il Continente. Una nuova escalation americana renderebbe più preziose le basi europee. Più quelle basi diventano importanti, più entrano nel calcolo iraniano. Teheran può iniziare con cyber, intelligence, sabotaggio, minacce o pressione economica. Un incidente produce vittime. Un governo chiede consultazioni Nato. L’attribuzione diventa sufficientemente robusta. La crisi cambia natura. È questa la nuova geografia della sicurezza europea: dal Mar Nero a Cipro, da Akrotiri a Hormuz, le retrovie stanno scomparendo. E quando le retrovie scompaiono, la qualità della politica conta quanto quella delle armi.

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Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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