Investimenti per cassettisti

La crescita dei dividendi di Eni è sostenibile

Il prezzo del petrolio è ancora un fattore chiave per gli utili, il modello di business satellitare ha permesso di sostenere dividendi e buyback

di Marzia Redaelli

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Eni è un titolo sempreverde nei portafogli italiani, uno di quelli che ha riscosso un gran successo nel periodo delle privatizzazioni. Le prospettive, secondo gli analisti, sono ancora buone: il consenso converge su un prezzo obiettivo a dodici mesi di 17 euro e su un giudizio hold, cioè tenere l’azione.

Il rendimento finora

Chi ha comprato Eni in collocamento, nel 1995, ha guadagnato oltre l’11% l’anno, compresi i 23 euro di dividendi pagati da allora (considerando che siano stati incassati e non reinvestiti). Nel 2007 è arrivata a 28 euro. Alla vigilia della crisi finanziaria globale, infatti, l’economia appariva solida, si stimava un aumento del prezzo del petrolio e il settore dell’oil era considerato strategico e difensivo.

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In questo contesto, Eni piaceva perché è una major integrata, aveva margini elevati sull’estrazione, una forte generazione di cassa e utili record. Attualmente, Eni scambia sopra i 18 euro e beneficia indirettamente dalle tensioni tra Iran e Stati Uniti, che stanno alimentando gli acquisti speculativi sul greggio in vista di possibili carenze di forniture o di eventuali sanzioni. Il prezzo del barile, infatti, è uno dei driver principali dei profitti delle società petrolifere.

IL CANE A SEI ZAMPE

Gli indicatori di Eni a confronto con quelli di società europee comparabili

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Il futuro

Paolo Citi, analista di Intermonte, spiega che, appunto, il settore petrolifero è tornato sotto i riflettori per via del rischio geopolitico, che ha oscurato le preoccupazioni per un eccesso di offerta. Inoltre, il freddo intenso dell’inverno che ha investito molte aree geografiche è stato un ulteriore fattore di supporto per i combustibili fossili, in particolare il gas.

Nei prossimi mesi, in caso di riduzione delle tensioni geopolitiche, il greggio potrebbe patire una nuova fase di debolezza, mentre il gas è atteso soffrire nel medio termine per l’aumento di offerta del gas naturale liquido, che potrebbe pesare sulle quotazioni delle major del settore, come Shell, Bp, Total e Repsol in Europa o Exxon Mobil, Conoco e Chevron negli Usa.

Questione di disciplina

Citi precisa che per valutare le prospettive dei titoli petroliferi, quindi pure di Eni, il tema fondamentale in questa fase è la disciplina finanziaria. Le società dell’oil, infatti, devono investire per garantire la produzione, ma anche offrire agli azionisti una remunerazione interessante e possibilmente crescente. Di fronte a prezzi del petrolio potenzialmente sotto pressione, le società devono bilanciare un’eventuale riduzione degli investimenti per continuare a remunerare gli azionisti tramite dividendi e piani di buyback (il riacquisto di azioni proprie). «Per quanto riguarda Eni - afferma Citi -, crediamo che il dividendo sia sostenibile e che possa crescere gradualmente. Qualche incertezza ci potrebbe essere semmai sui buyback, che sono legati alla capacità di generare cassa. Se i prezzi del petrolio calano, la capacità di generare cassa va sotto pressione e riduce lo spazio per i buyback. Total, per esempio, ha annunciato riduzioni per quest’anno ed è possibile che anche Eni possa ridurre lievemente il piano di buyback. Tuttavia, non vediamo rischi per la diminuzione del dividendo».

Il modello satellitare

Eni ha attuato un piano importante di buyback e distribuito dividendi generosi anche grazie a un modello di business satellitare, che la distingue dai concorrenti. «Eni - continua Citi -ha creato società indipendenti nella transizione energetica, come Plenitude nelle rinnovabili ed Enilive nei biocarburanti. Invece, nella parte upstream (di estrazione) ha creato delle joint venture con altri operatori. Attraverso la vendita quote di minoranza di queste realtà (ha ceduto il 30% di Plenitude e il 30% di Enilive), Eni ha raccolto risorse importanti per finanziare sia la parte tradizionale, sia quella relativa alla transizione energetica e l’anno scorso questi incassi hanno permesso anche un piano di buyback superiore alle attese».

I rischi

A fronte di dividendi e della restituzione di valore agli azionisti con il riacquisto di azioni, anche in una fase nella quale i prezzi di petrolio e gas non sono stati particolarmente elevati, ci sono rischi legati alle dinamiche del prezzo dei combustibili energetici. «I rischi nel breve periodo - conclude Francesco Sala, dell’Equity research di Banca Akros - potrebbero arrivare da un calo dei prezzi degli idrocarburi e da un aumento dell’offerta da parte dell’Opec».

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