Contromosse

La Cina punta su Giordania ed Egitto per avere un piano B in Medioriente

Mentre si riaccende l’attività degli alleati iraniani, i recenti incontri tra Xi Jinping, re Abdullah II di Giordania e Abdel Fattah al-Sisi non servono solo a chiudere accordi infrastrutturali. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, Pechino ha bisogno di distanziarsi da Teheran e punta ad allargare la rete informativa per gestire i flussi commerciali negli Stretti

Il presidente cinese,  Xi Jinping, saluta quello egiziano Abdel Fattah al-Sisi all’arrivo al Cairo APN

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Mentre gli stretti di Hormuz e Bab-el-Mandeb sono sempre più caldi, il ritorno diplomatico della Cina al Cairo e ad Amman annuncia una nuova alleanza mediorientale, ma rivela anche una vulnerabilità. Pechino dipende dall’energia del Golfo, dal Canale di Suez e dalla continuità delle rotte tra Asia ed Europa, ma continua ad affidare ad altri la protezione militare di questi interessi. Al di là delle dichiarazioni ufficiali di sostegno a Teheran, le crisi di Gaza e del Mar Rosso, la pressione sullo Stretto di Hormuz e la proliferazione di attori armati hanno reso questa strategia sempre meno sostenibile. L’Italia, la Francia, la Germania e il Regno Unito non osservano dunque una semplice offensiva diplomatica cinese: assistono alla costruzione di un’architettura destinata a collegare infrastrutture, intelligence, tecnologia, mediazione politica e sicurezza marittima. Il suo esito determinerà chi eserciterà influenza sulle arterie economiche dell’Europa senza necessariamente sostenerne i costi. E gli incontri nell’ambito dell’alleanza Brics non sono certo necessari a mitigare le tensioni attorno al settore energetico.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Gli incontri bilaterali con Egitto e Giordania

Il 24 agosto 2026 Xi Jinping ha ricevuto a Pechino re Abdullah II di Giordania, giunto nel Paese per la sua nona visita dall’ascesa al trono. I due leader hanno concordato di approfondire il partenariato strategico istituito nel 2015 e presenziato alla firma di documenti riguardanti affari esteri, commercio, catene industriali e cooperazione giudiziaria. Pochi giorni dopo, Xi ha raggiunto l’Egitto nell’ambito del viaggio di Stato compiuto tra il 30 agosto e il 3 settembre, culminato nell’incontro con il presidente Abdel Fattah al-Sisi. Al Cairo sono stati conclusi più di venti accordi nei settori dell’economia digitale, dell’intelligenza artificiale, della scienza, dell’istruzione, dei trasporti e delle catene produttive. Il programma bilaterale comprende infrastrutture, elettricità, agricoltura, telecomunicazioni, veicoli elettrici, tecnologie verdi e aerospazio. Al-Sisi ha inoltre sollecitato un rafforzamento degli scambi militari e di sicurezza. Xi ha proposto una cornice regionale fondata su sicurezza “endogena”, trattamento integrato dei conflitti, sviluppo economico, protezione delle vie navigabili e coordinamento nell’ambito delle Nazioni Unite.

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La rete di Pechino

La Cina non soffre per mancanza di relazioni: dialoga con Israele, Iran, Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Egitto, Giordania e autorità palestinesi. Soffre per l’insufficiente capacità di trasformare tali rapporti in previsione strategica. Nel Medioriente contemporaneo, le decisioni capaci di interrompere una rotta commerciale possono essere assunte fuori dalle strutture statali, da organizzazioni armate la cui condotta non coincide necessariamente con quella dei governi patrocinatori. A Pechino servono quindi interlocutori in grado non soltanto di trasmettere posizioni ufficiali, ma di interpretare intenzioni, soglie di escalation e reali catene di influenza. L’Egitto riunisce in un’unica capitale quasi tutti i dossier che condizionano la sicurezza economica cinese: controlla il Canale di Suez, confina con Gaza, mantiene il trattato di pace e i canali di sicurezza con Israele, dialoga con Hamas e con l’Autorità palestinese, partecipa alla diplomazia araba e africana e conserva relazioni operative con Stati Uniti, Europa, monarchie del Golfo, Russia e Iran. Gli investimenti in porti, zone industriali, energia, telecomunicazioni e trasporti acquistano un valore superiore alla loro redditività immediata quando producono accesso istituzionale, conoscenza dei flussi e capacità di pianificazione delle emergenze. La cooperazione sulla sicurezza, anche senza una base militare cinese, può migliorare protezione del personale, evacuazione dei cittadini, sorveglianza marittima e continuità delle infrastrutture.

Xi Jinping a Bharat Mandapam

Il presidente cinese, Xi Jinping, al suo arrivo all’evento Brics Bharat Mandapam a New Delhi

Ciò non significa che l’Egitto stia entrando in una sfera cinese. Nel 2025 l’Unione europea è rimasta il suo maggiore partner commerciale, con il 24,6% dell’interscambio complessivo. Il commercio di beni UE-Egitto ha raggiunto 32,3 miliardi di euro; l’Unione ha rappresentato il 27,7% delle esportazioni egiziane e il 23,1% delle importazioni. Lo stock degli investimenti diretti europei in Egitto ammontava nel 2024 a 35,4 miliardi. Il Cairo sta costruendo una struttura multipolare nella quale capitale cinese, mercati europei, finanza del Golfo e cooperazione americana diventano strumenti di autonomia negoziale.

Il sensore mediorientale

La Giordania offre una risorsa diversa. Non possiede la scala economica dell’Egitto, ma confina con Israele, Cisgiordania, Siria, Iraq e Arabia Saudita; custodisce attraverso la monarchia hashemita un ruolo sensibile sui luoghi santi musulmani di Gerusalemme; ospita consistenti comunità di rifugiati e dispone di collegamenti politici e di sicurezza con governi occidentali, monarchie arabe, istituzioni palestinesi e apparati israeliani. Il vertice di Aqaba del 26 febbraio 2023 ne aveva dimostrato la funzione: la Giordania riunì rappresentanti israeliani, palestinesi, egiziani, americani e giordani per tentare di frenare l’escalation. Amman può fornire alla Cina ciò che le grandi partnership economiche non garantiscono: comprensione delle dinamiche palestinesi, delle sensibilità religiose di Gerusalemme, delle reti tribali tra Siria e Iraq e della distanza tra dichiarazioni pubbliche e disponibilità effettiva al compromesso.

Le tre strettoie

La ragione economica di questa strategia emerge dai volumi marittimi. Secondo la US Energy Information Administration, nel primo semestre 2025 attraverso Hormuz sono transitati 20,9 milioni di barili di petrolio al giorno: circa un quinto del consumo mondiale di liquidi petroliferi e un quarto del commercio marittimo di petrolio. L’89% del greggio e dei condensati ha raggiunto l’Asia; Cina, India, Giappone e Corea del Sud ne hanno assorbito complessivamente il 74%. Nello stesso periodo Hormuz ha movimentato 11,4 miliardi di piedi cubi giornalieri di gas naturale liquefatto, oltre un quinto degli scambi mondiali di GNL, con la Cina quale principale destinazione. Le vie alternative non sono sufficienti e ora sembrano sotto scacco militare. Gli oleodotti dell’Arabia Saudita e degli Emirati offrivano circa 4,7 milioni di barili giornalieri di capacità inutilizzata per aggirare lo stretto; il collegamento iraniano Goreh-Jask disponeva di una capacità effettiva vicina a 300.000 barili. Una chiusura estesa di Hormuz produrrebbe pertanto un vincolo fisico prima ancora che finanziario. Sul versante occidentale, i flussi petroliferi combinati attraverso Suez e l’oleodotto Sumed sono scesi da 8,8 milioni di barili al giorno nel 2023 a 4,8 milioni nel 2024, attestandosi a 4,9 milioni nel primo semestre 2025. A Bab el-Mandeb il traffico tra il 2023 e il 2024 era già precipitato da 9,3 a 4,1 milioni di barili giornalieri. Il petrolio dirottato attorno al Capo di Buona Speranza è invece salito da 6,2 a 9,3 milioni di barili al giorno. Non si tratta soltanto di giorni aggiuntivi di navigazione: aumentano carburante, premi assicurativi, capitale immobilizzato, fabbisogno di navi e instabilità delle consegne industriali. In poche parole, la crescita cinese al Cairo può produrre informazioni e capacità utili, ma anche una posizione privilegiata nell’ecosistema che determina tempi, rotte e costi del commercio internazionale.

La responsabilità mancante

Una nuova escalation potrebbe spingere Pechino verso scorte navali e accordi logistici più profondi; difficilmente, però, la Cina accetterà una missione capace di esporla direttamente agli attori legati all’Iran. È qui che si concentra l’interesse europeo. Italia, Francia, Germania e Regno Unito sostengono costi differenti della stessa vulnerabilità: Roma perde centralità logistica, Parigi impegna capacità militari, Berlino assorbe shock industriali, Londra gestisce rischio finanziario e marittimo. Se agiranno separatamente, la Cina potrà trasformare la propria esposizione in influenza servendosi della sicurezza prodotta da altri. Se coordineranno marina, finanza, controllo tecnologico, politica portuale e diplomazia verso Cairo e Amman, potranno imporre un principio più equilibrato: chi acquisisce influenza sulle arterie del commercio deve contribuire anche alla loro protezione.

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