L’utilitarismo alle prese coi diritti delle minoranze
A partire dalla metà del XX secolo le battaglie progressiste hanno assunto una connotazione differente: si sono incentrate, infatti, sui diritti delle minoranze discriminate
di Vittorio Pelligra
6' di lettura
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Per gli utilitaristi classici, Beccaria, Bentham, Mill, Sidgwick, le implicazioni politiche della loro visione morale è immediata: se a livello individuale sono da ritenersi buone quelle azioni che producono l’aumento del benessere e la riduzione delle sofferenze, variamente intese, da un punto di vista politico devono essere considerate buone quelle azioni, quelle misure, quelle leggi che portano ad un aumento della somma del benessere degli individui o ne riducono la sofferenza complessiva. Dove per benessere sociale si intende nient’altro che la somma delle utilità dei cittadini. In sintesi, l’utilitarismo è, quindi, composto da due elementi: il primo è una descrizione del benessere individuale che può essere misurato attraverso il concetto di utilità; il secondo elemento è dato dall’indicazione di massimizzare la somma di queste utilità assegnando al benessere di ciascun cittadino un uguale peso. Quella che oggi si chiamerebbe la funzione del benessere sociale altro non è, per gli utilitaristi classici, che la sommatoria di tutte le utilità individuali.
Il concetto molto ampio di “utilità”
Abbiamo visto nelle settimane scorse che il contenuto del concetto di utilità può essere molto ampio. Possiamo considerare l’utilità nella sua forma edonica, fatta di sensazioni di piacere, oppure in una forma più allargata e non solo edonica, capace di considerare anche esperienze piacevoli e sentimenti piacevoli slegate dalle semplici sensazioni, oppure, ancora, possiamo riferirci all’utilità, come ciò che si ottiene quando vengono soddisfatti i desideri, le nostre preferenze. Comunque la si definisca in termini di contenuto, l’utilità è per sua natura soggetta alla legge dell’“incremento marginale decrescente”. Ciò vuol dire che la capacità di un bene o di una esperienza di produrre utilità si riduce al crescere della quantità consumata o sperimentata. Il primo bicchier d’acqua in una giornata assolata produce un grande benessere. Il secondo, visto che la sete a quel punto si sarà parzialmente ridotta, produrrà meno benessere rispetto al primo e così via con tutti i bicchier d’acqua successivi.
Il fatto che l’utilità sia soggetta a incrementi marginali decrescenti ha implicazioni interessanti rispetto alla natura delle politiche che possiamo utilizzare per far aumentare la somma del benessere dei cittadini. In questo senso, per esempio, la redistribuzione del reddito attraverso l’imposizione fiscale è una politica giusta proprio perché fa aumentare il benessere collettivo. Ma in che modo togliere ai redditi elevati per dare a chi ha redditi più bassi può far aumentare la somma delle utilità individuali? Se si considera la legge dell’utilità marginale decrescente si dovrà riconoscere che cento euro sottratti a chi ha un reddito già molto alto produrranno una riduzione della sua utilità che è minore rispetto all’incremento di utilità che il trasferimento di quegli stessi cento euro produrrà nei confronti dei cittadini con un reddito più basso. L’effetto netto di questa sottrazione e di questa addizione, meno cento più cento, in termini di utilità non sarà nullo, ma positivo e quindi l’utilità collettiva subirà un aumento. Tali politiche redistributive, dunque, secondo il metro di misura dell’utilitarismo devono essere ritenute politiche giuste.
Un aspetto distintivo dell’utilitarismo
Questo semplice esempio mette in luce un aspetto distintivo dell’utilitarismo e cioè il fatto che è perfettamente possibile che interessi legittimi – come il desiderio di non vedersi sottratto il frutto del proprio lavoro, per esempio - vengano sacrificati se questo sacrificio produce un incremento dell’utilità complessiva. Le persone sono tutte uguali e in nessun caso dobbiamo assegnare maggior peso all’utilità di una categoria piuttosto che a quella di un’altra.
Questa posizione sembra moralmente attraente, eppure, ad un’analisi più approfondita può evidenziare qualche crepa. Immaginate di dover decidere i dettagli della politica redistributiva di cui abbiamo appena parlato. Stiamo prelevando risorse dai cittadini che hanno un reddito elevato per redistribuirlo sotto forma di servizi a cittadini che hanno un reddito più basso. Immaginate di voler finanziare con quelle risorse l’educazione pubblica.









