Formazione

L’intelligenza artificiale arriva, ma trova l’Italia impreparata

Rapporto Formazione e Lavoro 2026 dell’Osservatorio Proxima: l’Italia ultima in Europa per occupazione tra i 20 e 29 anni. Il costo del capitale umano perduto nel flusso migratorio di giovani verso l’estero stimato a 159 miliardi di euro

di Redazione Roma

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In due anni, la quota di imprese italiane con almeno dieci addetti che usa tecnologie di intelligenza artificiale è triplicata: dal 5% del 2023 al 16,4% del 2025. Ma il dato che rivela la struttura del problema è un altro: la mancanza di competenze adeguate frena il 58,6% delle aziende, che hanno valutato investimenti in AI senza realizzarli. La tecnologia arriva. Le competenze per usarla, no.

Tra i lavoratori di 22-25 anni, il tasso di ingresso in nuove occupazioni ad alta esposizione all’AI cala del 14% nell’era post-ChatGPT. L’AI erode i task formativi attraverso cui le nuove generazioni costruivano competenza sul campo. Un paradosso: proprio quando il mercato ha strutturalmente meno giovani da inserire, lo strumento che dovrebbe aumentare la produttività comprime lo spazio in cui quella produttività si impara. È quanto emerge dal Rapporto Formazione e Lavoro 2026 dell’Osservatorio Proxima, parte del gruppo Enzima12, presentato martedì 9 giugno 2026 a Roma.

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La mancata formazione continua degli adulti costa all’Italia 26 miliardi l’anno

In generale, ammonta a ventisei miliardi di euro il costo annuo della mancata formazione continua degli adulti in Italia. L’equivalente di un’intera manovra di bilancio. Una cifra che non compare in nessun rendiconto pubblico, non figura in nessun bilancio aziendale, non emerge in nessun rapporto di sostenibilità. Eppure si accumula, ogni anno, con la puntualità di un debito che nessuno ha contratto formalmente ma che l’intera economia continua a pagare.

Il record di occupazione che non racconta tutta la storia

Il 2025 ha consegnato all’Italia il tasso di occupazione più alto dalla nascita delle serie storiche ISTAT: 62,5% nella fascia 15-64 anni, oltre 24 milioni di occupati. Una narrazione comprensibilmente attraente. Ma il record, scomposto per classi d’età, racconta un’altra storia.

Oltre l’80% dell’aumento occupazionale del 2024 è riconducibile agli over 50. Gli occupati con più di cinquant’anni hanno superato per la prima volta i 10 milioni - quasi il doppio rispetto al 2004. Nelle classi più giovani, si registra, invece, stagnazione o calo. Il meccanismo è noto: le riforme pensionistiche hanno alzato l’età effettiva di uscita dal mercato, trattenendo lavoratori maturi che in un altro regime sarebbero già andati in pensione. Il record di occupazione è, in larga misura, un effetto collaterale dell’invecchiamento demografico.

L’Italia è ultima in Europa per occupazione nella fascia 20-29 anni: 47,6%, a 18 punti dalla media Ue. Tra il 2011 e il 2024, circa 630mila giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il paese. Il CNEL stima il valore del capitale umano perduto in 159 miliardi di euro.

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Entro dieci anni il sistema produttivo potrebbe perdere 4,3 milioni di addetti

Il problema è che quei lavoratori usciranno. Stime pubblicate nel Rapporto Formazione e Lavoro 2026 dell’Osservatorio Proxima, elaborate su dati Istat, indicano che entro i prossimi dieci anni il sistema produttivo italiano potrebbe perdere circa 4,3 milioni di addetti - il 18,3% della forza lavoro complessiva - per la sola uscita delle coorti mature. Non gradualmente ma in un’ondata concentrata nel tempo. Per ogni 100 giovani tra i 15 e i 19 anni, ci sono già oggi 152 persone tra i 60 e i 64 anni prossime all’uscita.

Il nodo formazione

In un paese che sta per perdere milioni di lavoratori esperti, viene messo in nevidenza dall’indagine, ci si aspetterebbe un sistema in corsa per formare quelli che restano ma, secondo i dati più recenti del Adult Education Survey di Eurostat, elaborati nel Rapporto di Osservatorio Proxima, la partecipazione degli adulti italiani alla formazione si ferma al 29%, contro una media UE del 39,5%. Questa distanza significa 3,6 milioni di adulti in meno ogni anno che non aggiornano le proprie competenze. Il deficit formativo italiano non è distribuito in modo casuale. La partecipazione degli adulti con basso titolo di studio si ferma al 10,3%, contro il 60,2% degli adulti altamente qualificati. Nella fascia 55-64 anni il tasso di partecipazione alla formazione si ferma al 7,3%: meno della metà rispetto ai 25-34enni che si attestano al 19,4%. In un paese che invecchia e allunga l’età pensionabile, una quota crescente della forza lavoro attraversa la parte finale della carriera con competenze ferme, proprio mentre le tecnologie cambiano molto in fretta.

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