Giovani e imprenditorialità

Tra gli under 30 le idee non mancano ma serve una formazione mirata

Una ricerca di JA Italia e Swg mostra che il 69% vuole cambiare lavoro e il 22% avviare un’attività: la chiave è un modello fondato su un volontariato di competenze per affiancare i giovani nell’educazione imprenditoriale a partire dalla scuola secondaria

di Valeriano Musiu

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La voglia di fare la scalata c’è. Ma, spesso, questa volontà deve scontrarsi con la consapevolezza di non avere abbastanza muscoli per arrivare fino in cima. A mettere nero su bianco questo paradosso che riguarda i giovani italiani e il mondo del lavoro è una ricerca realizzata da Swg e Junior Achievement Italia, organizzazione non profit nata nel 2002 e dedicata all’educazione economico-finanziaria, all’orientamento, all’imprenditorialità e alla cittadinanza attiva per giovani dai 5 ai 19 anni.

Il sondaggio

Dal sondaggio, condotto su un campione di 1.267 persone 18-74enni, emerge che i giovani lavoratori tra i 18 e i 29 anni sono una generazione attiva che cerca maggiore autonomia, tanto che il 69% di loro vuole cambiare lavoro entro tre anni. Di questi, uno su cinque vorrebbe avviare una propria attività (22%, contro una media nazionale dell’11), mentre il 31% dichiara di voler costruire un proprio progetto nel tempo. A mancare, però, sono i muscoli. Ovvero gli strumenti per mettere in pratica queste spinte. Se si guarda alle competenze operative emerge un gap importante: la capacità di presentare un’idea si ferma a 6,1 decimi, mentre si assestano su livelli ancora inferiori quella di lavorare per progetti (5,9) e di prendere decisioni (5,8). Carenze che si riflettono anche sul livello di insoddisfazione del campione analizzato: il 35% dei 18-24enni si dichiara poco soddisfatto della propria capacità di adottare soluzioni innovative, mentre il 40% della fascia 25-29 anni si ritiene insoddisfatto della propria capacità di gestire problemi e imprevisti.

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Disallineamento di competenze

Se i sintomi del problema sono evidenti, le cause lo sono altrettanto. Nella ricerca si evidenzia infatti come oltre la metà dei giovani lavoratori (il 55% dei 18-24enni e il 50% dei 25-29enni) non abbia mai ricevuto educazione imprenditoriale, né a scuola né altrove. Una situazione che parla del disallineamento tra le competenze richieste dal mercato del lavoro e la formazione: solo il 45% dei 18-24enni dichiara di aver ricevuto educazione all’auto-imprenditorialità, intesa come capacità di trasformare un’idea in un progetto concreto. La distanza tra ambito formativo e lavoro «è un segnale che ci dice quanto sia importante iniziare prima, già nella scuola secondaria di primo grado, ad affiancare ai percorsi scolastici occasioni concrete in cui i giovani possano sviluppare competenze come lavorare per progetti, prendere decisioni, presentare un’idea o confrontarsi con l’incertezza», commenta Miriam Cresta, Ceo di Junior Achievement Italia, che parla anche della necessità di incoraggiare una «scuola abilitante», dato che le capacità operative «crescono soprattutto attraverso esperienze dirette e contesti collaborativi».

Un nuovo modello

In questo contesto, JA ha sviluppato programmi di educazione all’imprenditorialità per dotare gli studenti di competenze orizzontali, dalla creatività al lavoro in team, dal public speaking al problem solving, potenzialmente utili in qualunque tipo di percorso professionale. È così che l’organizzazione ha puntato sul modello del “volontariato di competenze”: collaborando con imprese partner, porta nelle scuole professionisti e manager che si affiancano ai docenti, integrando le loro conoscenze nei percorsi formativi. Una strategia per rendere più concreta la formazione, mettendo gli studenti a contatto con esperienze e modalità operative che difficilmente troverebbero spazio nella didattica tradizionale.

«Quando scuole, aziende e terzo settore lavorano insieme, quando si mettono i giovani a contatto con esperienze, professionalità e punti di vista diversi, i risultati sono concreti: più competenze, più motivazione, più consapevolezza», sottolinea Anna Gionfriddo, presidente di Junior Achievement Italia: «Oggi oltre 100 aziende, a livello nazionale e territoriale, hanno scelto di costruire insieme a noi una comunità impegnata a sostenere l’educazione imprenditoriale nelle scuole». Nell’anno scolastico 2024-2025, JA ha organizzato quasi 503mila esperienze educative in 587 scuole italiane.

L’impatto sociale delle iniziative

L’impatto sociale di queste iniziative è stato misurato. Secondo l’analisi Sroi (Social return on investment, ritorno sociale sull’investimento) condotta con Human Foundation sul programma principale, “Impresa in Azione”, gli studenti coinvolti mostrano un incremento del +37% nelle competenze di team working, nella comunicazione (+32%) e nel problem solving (+30%), oltre a risultare più motivati nel proseguire gli studi (+74%).

Non solo. Ogni euro investito nel programma genera un ritorno sociale di 4,30 euro per gli studenti, che vedono rafforzate le proprie conoscenze finanziarie di base (+59%) e la propria autoefficacia (+21%), e che si sentono più determinati rispetto al proprio futuro lavorativo (+25 per cento). I benefici si estendono anche agli altri attori coinvolti: ogni euro investito nel volontariato d’impresa restituisce 2,46 euro di valore sociale e ogni euro investito nei docenti ne genera 2,71. Gli insegnanti che prendono parte al programma, inoltre, migliorano la capacità di coinvolgere gli studenti (+85%) e di innovare la didattica (+71 per cento). Dati che suggeriscono che l’educazione imprenditoriale può diventare una forma di investimento. E che, per fare una scalata, la formazione orizzontale è fondamentale.

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