Medio oriente

Gaza, neonato muore di freddo. Netanyahu: «A Israele il controllo dal fiume al mare»

Sono già i 11 bambini morti assiderati dall’inizio dell’inverno. La Striscia attende la riapertura del valico di Rafah. A 4500 bimbi servono interventi urgenti, oltre 440 rischiano la vita

di Giulia Riva

Una persona con un cartello con la scritta "A volte i sogni diventano realtà" è seduta accanto a uno striscione con la scritta "Fino all'ultimo ostaggio", nel giorno in cui l'iconico timer dell'orologio verrà spento, dopo aver segnato 844 giorni di prigionia degli ostaggi e il ritorno dell'ultimo ostaggio israeliano rimasto a Gaza, Ran Gvili, un agente di polizia fuori servizio ucciso mentre combatteva i militanti che si erano infiltrati in Israele durante il sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, nella "Piazza degli ostaggi" a Tel Aviv, Israele, il 27 gennaio 2026. REUTERS/Nir Elias

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Un bambino di 12 giorni è morto per assideramento nell’ospedale pediatrico Rantisi della città di Gaza. Lo riferiscono i media palestinesi, citando il ministero della Sanità di Gaza. È l’undicesimo bambino a morire per assideramento quest’inverno. Gli abitanti della Striscia si aggrappano alla speranza dell’annunciata riapertura del valico di Rafah dopo quasi due anni.. A dirlo è Save the Children.

Il valico è diventato il fulcro di una rinnovata speranza per le famiglie che attendono la possibilità di evacuazioni mediche, opportunità di istruzione per gli studenti, ricongiungimento familiare, invio di aiuti urgenti. «Le famiglie di Gaza attendono con cauto ottimismo e speranza che le autorità israeliane definiscano i prossimi passi per l’annunciata riapertura del valico di Rafah. Le notizie emerse rappresentano uno sviluppo positivo che offre speranza a molte persone, anche se l’accesso libero attraverso Rafah non avrebbe mai dovuto essere soggetto a condizioni», spiega Shurouq - responsabile media di Gaza per Save the Children - aggiungendo che «il valico deve essere aperto in entrambe le direzioni per consentire il passaggio sicuro degli aiuti umanitari e la libera circolazione dei civili».

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La riapertura del valico di Rafah

Circa 20.000 palestinesi sono in attesa di lasciare la Striscia di Gaza per ricevere cure in Egitto, mentre l’effettiva riapertura del valico sembra sempre più vicina . Lo ha reso noto l’autorità sanitaria di Gaza, controllata da Hamas, precisando che tra questo vi sono 440 casi di emergenze con rischio immediato per la vita, circa 4.000 malati di cancro e 4.500 bambini che necessitano di interventi urgenti. Con il ritorno in Israele dei resti di Ran Gvili, ultimo ostaggio rimasto a Gaza, è stata soddisfatta una delle principali condizioni per la riapertura del valico, ma le indicazioni a tal proposito restano contrastanti: una fonte di al-Arish, in Egitto, parla di una possibile riapertura per domenica, mentre l’emittente al-Araby al-Jadeed indica mercoledì come data provvisoria per i preparativi e il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ipotizza l’avvio del traffico passeggeri già giovedì, con 100-150 transiti al giorno. Secondo il piano in discussione, l’Egitto invierà quotidianamente liste di nomi da sottoporre al controllo israeliano, con un progressivo aumento della capacità.

Almeno 488 palestinesi morti nella “tregua”

Due palestinesi sono stati uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano nel quartiere Tuffah di Gaza City, nella Striscia di Gaza, alle prime ore dell’alba. Lo riportano fonti palestinesi, citate dal quotidiano israeliano Haaretz. Almeno quattro persone sono morte - tra cui un minore - e altre tre sono rimaste ferite nel bombardamento israeliano messo a segno oggi nei pressi del cimitero Al-Batsh situato nel quartiere Al-Tuffah, nella zona est di Gaza City. Lo hanno riferito all’agenzia di stampa Wafa fonti ospedaliere. La zona colpita è oltre la Linea gialla, sotto controllo israeliano, ed è la stessa dove è stato recuperato ieri il corpo dell’ultimo ostaggio israeliano. I media palestinesi hanno denunciato la profanazione di diverse tombe durante le ricerche fatte dalle forze israeliane. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, lo scorso 11 ottobre, almeno 488 palestinesi sono stati uccisi e altri 1.350 sono rimasti feriti.

Iran, Usa e Israele tra diplomazia e armamenti

Seimilacentoventisei. È il numero minimo di morti accertati finora in Iran - anche se molte altre persone risultano attualmente disperse - durante i tentativi di reprimere i moti di rivolta che attraversano il Paese da parte del regime di Teheran. Sono dati diffusi da Associated Press, ma provengono dalla Human Rights Activists News Agency, con sede negli Stati Uniti, che monitora la situazione iraniana verificando ogni decesso attraverso una rete di attivisti presenti sul territorio iraniano. Il blocco di internet imposto dalla Repubblica islamica rende impossibile valutare in modo indipendente il bilancio delle vittime. Il governo iraniano ha diffuso numeri più contenuti - 3.117 morti - affermando che 2.427 di loro erano civili o membri delle forze di sicurezza e definendo gli altri «terroristi».

Hamas chiede che 10mila uomini della sua forza di sicurezza siano inseriti in una futura amministrazione palestinese per la Striscia di Gaza. Secondo quanto ha spiegato una fonte dell’organizzazione all’agenzia di stampa tedesca ’Dpa’, sarebbe stato anche raggiunto un accordo con gli Stati Uniti in questo senso, a patto che tutti i candidati superino un controllo di sicurezza. La polizia di Hamas, si precisa, ha la miglior conoscenza della regione. La fonte ricorda anche quanto accaduto in Iraq, dopo lo smantellamento delle strutture militari e del partito Bath.

L’arrivo della portaerei USS Abraham Lincoln - e dei cacciatorpediniere lanciamissili che l’accompagnano - dà agli Stati Uniti la capacità di colpire l’Iran, soprattutto ora che gli Stati arabi del Golfo hanno segnalato di voler restare fuori da qualsiasi attacco, pur ospitando personale militare americano.

Teheran ha avvertito che in caso di attacco da parte degli Stati uniti risponderebbe duramente contro interessi statunitensi nella regione e contro Israele, trascinando l’intero Medio Oriente in una guerra, anche se le sue difese aeree e il suo apparato militare sono ancora provati dopo la guerra di giugno lanciata proprio da Israele contro Teheran.

Trump parla di una situazione «in evoluzione»: «Loro vogliono fare un accordo. Lo so. Hanno chiamato in numerose occasioni. Vogliono parlare», ha detto il presidente Usa in un’intervista ad Axios. Parole che contrastano però con l’invio di una armata statunitense nella regione, portaerei Uss Abraham Lincoln in testa. Un dispiegamento che gli ayatollah interpretano come una minaccia diretta. La diplomazia lavora sul filo di quest’equilibrio precario, nel tentativo di mantenere aperto un canale e scongiurare un nuovo conflitto. Secondo il quotidiano Israel Hayom, l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, avrebbe consegnato a Trump un messaggio del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e una garanzia scritta del presidente, Masoud Pezeshkian, nel tentativo di rinviare un attacco contro Teheran. Un funzionario israeliano citato dal quotidiano ha spiegato che «Witkoff continua a insistere sulla via diplomatica per risolvere il problema iraniano».

Sul terreno, però, l’Iran non attende l’esito della diplomazia. Secondo fonti di intelligence regionali e occidentali - come riporta Adnkronos - la Repubblica islamica ha rafforzato in modo significativo la propria presenza militare lungo la costa meridionale, in particolare nella provinca di Hormozgan, attorno al porto di Bandar Abbas, sull’isola di Qeshm e all’ingresso orientale del Golfo dell’Oman. Sono stati dispiegati reparti dei Guardiani della Rivoluzione e delle milizie Basij, sistemi di difesa aerea, missili balistici, droni suicidi e sottomarini. L’obiettivo dichiarato è impedire qualsiasi operazione anfibia statunitense e mantenere la capacità di colpire le forze navali nemiche in uno spazio marittimo strategico come lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. La difesa aerea rappresenta uno dei pilastri della strategia iraniana. Sulle isole di Qeshm e Abu Musa sono stati installati sistemi a corto e medio raggio, mentre a Bandar Abbas sono stati schierati sistemi avanzati come il Bavar-373 di produzione nazionale e l’S-300 di origine russa. Secondo le autorità iraniane, il Bavar-373 è in grado di ingaggiare bersagli fino a 300 chilometri di distanza e di intercettare anche caccia di quinta generazione.

Accanto a questo ’scudo difensivo’, rivelano le fonti, Teheran mette in campo una capacità offensiva pensata per garantire la ritorsione.

Due milizie sostenute dall’Iran in Medio Oriente hanno segnalato la loro disponibilità a lanciare nuovi attacchi - probabilmente nel tentativo di sostenere Teheran dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato un’azione militare se Teheran avesse attuato esecuzioni pubbliche di massa in seguito alle proteste - fa sapere Associated Press.

«Guerra totale» in caso di attacco all’Iran. È la minaccia è rilanciata da Kataib Hezbollah, gruppo paramilitare iracheno che - ha riferito la tv satellitare al-Jazeera - ha promesso sostegno a Teheran se fosse necessario. Abu Hussein al‑Hamidawi, numero uno del gruppo, ha chiesto ai suoi di essere pronti. «Ai nemici diciamo che una guerra contro la Repubblica (islamica) non sarà una passeggiata al parco», ha affermato al‑Hamidawi nelle dichiarazioni riprese dalla tv satellitare «Non resterà nulla di voi nella nostra regione».

Due miliziani di Hezbollah che stavano tentando di ripristinare una struttura sotterranea appartenente al movimento integralista islamico nel sud del Libano sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano la scorsa notte. Lo ha riferito l’esercito dello stato ebraico. Il raid ha avuto luogo nella zona di Nabatieh. Secondo le Forze di Difesa Israeliane (Idf) , i tentativi dei miliziani di ripristinare il sito sotterraneo costituivano una violazione del cessate-il-fuoco tra Israele e il Libano e rappresentavano una minaccia per Israele. L’esercito dello stato ebraico ha diffuso le immagini dell’attacco.

Accordi Usa-Israele

Gil Pinchas, parlando al Financial Times prima di dimettersi dall’incarico di consigliere finanziario capo del ministero delle Forze Armate e della Difesa israeliano, ha dichiarato che Israele - nei colloqui che prevede di tenere nelle prossime settimane - cercherà di dare priorità ai progetti militari e di difesa congiunti rispetto alle erogazioni di denaro.

«La partnership è più importante della semplice questione finanziaria in questo contesto, ci sono molte cose che equivalgono al denaro» ha detto Pinchas al Financial Times. «La visione deve essere più ampia».

Il sostegno finanziario - o «denaro gratuito» pari a 3,3 miliardi di dollari all’anno - che Israele può utilizzare per acquistare armi statunitensi, è «una componente del Memorandum d’intesa che potrebbe diminuire gradualmente», ha aggiunto Pinchas.

Nel 2016, i governi di Stati Uniti e Israele hanno firmato un memorandum d’intesa per i 10 anni fino a settembre 2028. Il documento prevede 38 miliardi di dollari in aiuti militari, 33 miliardi di dollari in sovvenzioni per l’acquisto di equipaggiamenti militari e 5 miliardi di dollari per sistemi di difesa missilistica. All’inizio di quest’anno il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva dichiarato di sperare di «ridurre gradualmente» la dipendenza di Israele dagli aiuti militari statunitensi nel prossimo decennio.

Si spegne l’orologio nella piazza degli ostaggi

Le indiscrezioni sull’attività diplomatica per il rinnovo degli accordi di sicurezza tra Trump e Netanyahu arrivano nel giorno in cui - dopo aver recuperato il corpo dell’ultimo ostaggio rimasto nelle mani di Hamas, il poliziotto 24enne Ran Gvili - si appresta a spegnere l’orologio della piazza che a Tel Aviv è ormai nota come “piazza degli ostaggi”. Sono passati 844 giorni (27 mesi) dall’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023. Una cerimonia prevista alle 17.30 locali - le 16.30 in Italia - alla presenza della sorella di Gvili, Shira, dei sopravvissuti alla prigionia e dei familiari in lutto, segnerà lo spegnimento dell’orologio. Lo riporta il Times of Israel. Trump aveva indicato la restituzione di tutti gli ostaggi come il primo passo del suo piano in 20 punti per riportare la pace a Gaza.

Ipotesi di disarmo e amnistia

Riguardo a cosa potrebbe accadere dopo, un funzionario statunitense - nel corso di una conferenza stampa con giornalisti - ha ribadito la posizione dell’amministrazione di Donald Trump secondo cui a coloro che a Gaza accetteranno di consegnare le armi sarà concessa l’amnistia. Lo riportano diversi media tra cui Times of Israel e Al Jazeera. «Riteniamo che il disarmo debba essere accompagnato da una sorta di amnistia e, francamente, pensiamo di avere un ottimo programma per il disarmo. Siamo in contatto, o meglio, i nostri rappresentanti sono in contatto con Hamas e ci aspettiamo che ciò avvenga», ha dichiarato il funzionario statunitense aggiungendo poi che «se non si disarmano allora hanno violato l’accordo». Anche l’offerta di amnistia ai combattenti di Hamas in cambio della consegna delle armi fa parte del piano in 20 punti presentato dall’amministrazione Trump a settembre. Il piano è stato accolto con favore dal primo ministro Benyamin Netanyahu, scrive il Times of Israel, mentre i suoi alleati di coalizione hanno criticato alcuni elementi della proposta che prevedevano la creazione di un percorso verso la costituzione di uno Stato palestinese.

Hamas, in risposta, vorrebbe integrare i suoi diecimila agenti di polizia nella nuova amministrazione che dovrebbe sostituire l’organizzazione terroristica nella gestione della Striscia (il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza). Lo riporta Ynet citando Reuters. Diverse fonti hanno sottolineato che Israele si opporrà richiamandosi proprio all’accordo che prevede il disarmo di Hamas.

Israele diffonde immagini del recupero resti ultimo ostaggio a Gaza

Intanto - dopo la richiesta del ministro degli Esteri Antonio Tajani di convocare l’ambasciatore di Israele in Italia per chiedere chiarimenti circa l’episodio che ha visto coinvolti due carabinieri in servizio presso il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme - l’esercito israeliano ha fatto sapere che è stato uno dei suoi soldati (non quindi un colono, come si era inizialmente ipotizzato) a fermare gli agenti italiani nei pressi di Ramallah, costringendoli ad inginocchiarsi sotto la minaccia di un fucile mitragliatore.

«All’inizio di questa settimana (domenica), un soldato ha individuato un veicolo diretto alla comunità di Sde Ephraim lungo un percorso chiuso al traffico civile in conformità con la valutazione della situazione operativa e designato come zona militare chiusa», ha spiegato l’Idf a Rai Gerusalemme per giustificare l’accaduto. Dopo aver fermato i carabinieri in borghese, «il soldato ha classificato il veicolo come sospetto. Poiché la targa diplomatica non era stata identificata al momento, il militare si è avvicinato al veicolo per fermarlo, puntando l’arma senza aprire il fuoco, e ha ordinato ai passeggeri di uscire dal veicolo e identificarsi», ha proseguito. «Non appena i passeggeri si sono identificati come diplomatici, il soldato li ha immediatamente rilasciati e ha segnalato l’accaduto ai suoi comandanti», assicurano i portavoce dell’esercito israeliano.

Intanto il premier israeliano Benyamin Netanyahu annuncia che «Israele manterrà il controllo di sicurezza sull’intera area dal fiume Giordano al mare, e ciò vale anche per la Striscia di Gaza. Ho sentito dire che permetterò la creazione di uno Stato palestinese a Gaza, ma questo non è successo e non succederà... Credo che sappiate tutti che la persona che ha ripetutamente bloccato la creazione di uno Stato palestinese sono io», ha dichiarato il primo ministro a Times of Israel.

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