Incentivi per posticipare la pensione e tenere in azienda i più esperti: il caso di Italia e Spagna
L’Italia negli ultimi anni ha invertito la rotta sull’età pensionabile. La Spagna implementa politiche per rimanere più a lungo nel mercato del lavoro e sostenere l'occupazione anziana
di Matteo Prioschi (Il Sole 24 Ore), Ana Somavilla (El Confidencial)
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Dopo l’euforia dei pensionamenti anticipati grazie a quota 100, poi diventata quota 102 e successivamente la molto meno appetibile quota 103, il governo italiano ha invertito la rotta e dal 2023 ha introdotto una sorta di premio per chi sceglie di posticipare il pensionamento e continuare a lavorare. La gestione della transizione dall’attività lavorativa alla pensione è stata oggetto di decisioni altalenanti.
Se fino all’inizio del decennio scorso i requisiti pensionistici erano troppo generosi, almeno per la sostenibilità finanziaria della previdenza pubblica, la riforma Fornero di fine 2011 ha comportato almeno sulla carta un generalizzato trattenimento forzato al lavoro, senza premi. Poi, trascorsi alcuni anni, ecco l’inversione di rotta con il ritorno dei requisiti a “quote” (somma di età anagrafica e di anni di contributi), per poi decidere che no, forse è meglio se i più anziani restano al lavoro qualche anno in più. Decisioni dettate più dalle ristrettezze finanziarie (quando si tratta di innalzare i requisiti) e dalla volontà di ampliare il consenso politico (se i requisiti vengono allentati), piuttosto che dalla necessità di far fronte all’inverno demografico, sempre meno prospettico, e alla conseguente carenza di lavoratori.
Bonus Maroni bis
Il penultimo intervento su questo fronte risale al 2023, quando è stato introdotto un incentivo al posticipo del pensionamento per i lavoratori dipendenti: chi avesse maturato i requisiti di quota 103 (almeno 62 anni di età e almeno 41 di contributi), poteva rinviare il pensionamento e continuare a lavorare percependo in busta paga la quota di contributi a suo carico (pari a circa il 9%) della retribuzione imponibile a fini previdenziali. Tale importo, però, era soggetto a prelievo fiscale, andava cioè ad aggiungersi all’ammontare della retribuzione e come tale veniva tassato. La “concorrenza” dell’esonero contributivo del 6-7% per retribuzioni lorde mensili imponibili a fini previdenziali fino a 1.923 euro, che non comportava alcun abbattimento della futura pensione, unita al fatto che nella maggior parte dei casi chi ha maturato i requisiti per quota 103 aveva propensione a pensionarsi subito o quasi, ha determinato uno scarso successo dell’incentivo. Inoltre, si deve tener conto che non versando parte dei contributi, si ha una retribuzione più elevata nell’immediato ma una pensione leggermente più bassa in seguito rispetto a quella che si otterrebbe continuando a lavorare versando i contributi.
Così, per quest’anno, lo stesso è stato potenziato introducendo l’esenzione fiscale. Come ben esemplificato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, l’utilità di tale scelta per il lavoratore è proprio legata al non dover pagare le tasse sulla quota aggiuntiva in busta paga, perché la maggior retribuzione determinata dai contributi non versati viene successivamente neutralizzato dal minor importo della futura pensione. Tuttavia pure questa versione, resa peraltro accessibile anche a chi matura i requisiti per la pensione anticipata ordinaria (almeno 42 anni e 10 mesi di contributi, un anno in meno per le donne, a prescindere dall’età), non dovrebbe riscuotere grande successo: il Governo ha stimato che venga attivato da 7mila persone nel 2025.
Bonus Maroni
Ben più generoso era l’originario bonus Maroni, fruibile dal 2004 al 2007 dai dipendenti del settore privato che raggiungevano i requisiti per la pensione di anzianità senza accedervi. Rinviando il pensionamento e continuando a lavorare si potevano ricevere in busta paga tutti i contributi (cioè anche la quota a carico del datore di lavoro) quindi circa il 33% della retribuzione e in modalità esentasse. L’importo della pensione veniva “cristallizzato” al momento dell’accesso al bonus, che fu scelto da circa 100mila lavoratori.


