Mercato del lavoro

Incentivi per posticipare la pensione e tenere in azienda i più esperti: il caso di Italia e Spagna

L’Italia negli ultimi anni ha invertito la rotta sull’età pensionabile. La Spagna implementa politiche per rimanere più a lungo nel mercato del lavoro e sostenere l'occupazione anziana

di Matteo Prioschi (Il Sole 24 Ore), Ana Somavilla (El Confidencial)

(Adobe Stock)

6' di lettura

6' di lettura

Dopo l’euforia dei pensionamenti anticipati grazie a quota 100, poi diventata quota 102 e successivamente la molto meno appetibile quota 103, il governo italiano ha invertito la rotta e dal 2023 ha introdotto una sorta di premio per chi sceglie di posticipare il pensionamento e continuare a lavorare. La gestione della transizione dall’attività lavorativa alla pensione è stata oggetto di decisioni altalenanti.

Se fino all’inizio del decennio scorso i requisiti pensionistici erano troppo generosi, almeno per la sostenibilità finanziaria della previdenza pubblica, la riforma Fornero di fine 2011 ha comportato almeno sulla carta un generalizzato trattenimento forzato al lavoro, senza premi. Poi, trascorsi alcuni anni, ecco l’inversione di rotta con il ritorno dei requisiti a “quote” (somma di età anagrafica e di anni di contributi), per poi decidere che no, forse è meglio se i più anziani restano al lavoro qualche anno in più. Decisioni dettate più dalle ristrettezze finanziarie (quando si tratta di innalzare i requisiti) e dalla volontà di ampliare il consenso politico (se i requisiti vengono allentati), piuttosto che dalla necessità di far fronte all’inverno demografico, sempre meno prospettico, e alla conseguente carenza di lavoratori.

Loading...

Bonus Maroni bis

Il penultimo intervento su questo fronte risale al 2023, quando è stato introdotto un incentivo al posticipo del pensionamento per i lavoratori dipendenti: chi avesse maturato i requisiti di quota 103 (almeno 62 anni di età e almeno 41 di contributi), poteva rinviare il pensionamento e continuare a lavorare percependo in busta paga la quota di contributi a suo carico (pari a circa il 9%) della retribuzione imponibile a fini previdenziali. Tale importo, però, era soggetto a prelievo fiscale, andava cioè ad aggiungersi all’ammontare della retribuzione e come tale veniva tassato. La “concorrenza” dell’esonero contributivo del 6-7% per retribuzioni lorde mensili imponibili a fini previdenziali fino a 1.923 euro, che non comportava alcun abbattimento della futura pensione, unita al fatto che nella maggior parte dei casi chi ha maturato i requisiti per quota 103 aveva propensione a pensionarsi subito o quasi, ha determinato uno scarso successo dell’incentivo. Inoltre, si deve tener conto che non versando parte dei contributi, si ha una retribuzione più elevata nell’immediato ma una pensione leggermente più bassa in seguito rispetto a quella che si otterrebbe continuando a lavorare versando i contributi.

Così, per quest’anno, lo stesso è stato potenziato introducendo l’esenzione fiscale. Come ben esemplificato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, l’utilità di tale scelta per il lavoratore è proprio legata al non dover pagare le tasse sulla quota aggiuntiva in busta paga, perché la maggior retribuzione determinata dai contributi non versati viene successivamente neutralizzato dal minor importo della futura pensione. Tuttavia pure questa versione, resa peraltro accessibile anche a chi matura i requisiti per la pensione anticipata ordinaria (almeno 42 anni e 10 mesi di contributi, un anno in meno per le donne, a prescindere dall’età), non dovrebbe riscuotere grande successo: il Governo ha stimato che venga attivato da 7mila persone nel 2025.

Bonus Maroni

Ben più generoso era l’originario bonus Maroni, fruibile dal 2004 al 2007 dai dipendenti del settore privato che raggiungevano i requisiti per la pensione di anzianità senza accedervi. Rinviando il pensionamento e continuando a lavorare si potevano ricevere in busta paga tutti i contributi (cioè anche la quota a carico del datore di lavoro) quindi circa il 33% della retribuzione e in modalità esentasse. L’importo della pensione veniva “cristallizzato” al momento dell’accesso al bonus, che fu scelto da circa 100mila lavoratori.

Part time incentivato

Poco successo, invece, per il part time incentivato disponibile dal 2016 al 2018 per i dipendenti del settore privato che in tale arco di tempo avrebbero raggiunto i requisiti per la pensione di vecchiaia. Questi lavoratori, se con un contratto a tempo pieno e indeterminato, potevano concordare con l’azienda una riduzione dell’orario di lavoro tra il 40 e il 60%, potendo però contare sul versamento dei contributi previdenziali come se avessero continuato a lavorare full time e al contempo incassando, esentasse, i contributi corrispondenti alla riduzione di orario. Questo bonus, in realtà, non costituiva un incentivo al pensionamento (in quanto si esauriva al raggiungimento del requisito anagrafico per il trattamento di vecchiaia) ma puntava a favorire un’uscita graduale dall’attività lavorativa anche a fronte dell’innalzamento dei requisiti pensionistici introdotti dalla riforma Monti-Fornero dal 2012.

Una nuova versione di questo part time è contenuta nel disegno di legge annuale sulle Pmi in discussione al Senato, da utilizzarsi nel 2026-27, declinato sotto forma di staffetta generazionale: a fronte di un lavoratore anziano che passa al part time, se ne assume uno giovane a costo ridotto per l’azienda perché può contare su agevolazioni specifiche.

I pensionati lavoratori

Al di là della disponibilità o meno di incentivi per posticipare il pensionamento, c’è una quota di persone che accede alla pensione ma continua a lavorare. Secondo i dati più recenti diffusi dall’Istat, riferiti al 2023, il 10,8% dei pensionati tra 50 e 74 anni, cioè 712mila persone, hanno lavorato. Il 9,4% (il 13% in Unione europea) ha continuato a farlo subito dopo il pensionamento di cui un terzo per necessità economiche. Questi i numeri ufficiali, al netto delle attività lavorative che sfuggono alle statistiche perché più o meno irregolari.

La situazione in Spagna

In Spagna sono state attuate diverse strategie, programmi e leggi per incoraggiare i lavoratori più esperti a rimanere più a lungo nel mercato del lavoro. Tra le misure principali vi è la riforma del sistema pensionistico, che ha stabilito un aumento progressivo dell’età pensionabile legale fino a 67 anni nel 2027, nonché incentivi economici per coloro che decidono di posticipare il pensionamento. Inoltre, esistono formule come il pensionamento attivo, che consente di combinare il pagamento della pensione con l’occupazione, e il pensionamento parziale con un contratto di sostituzione, che facilita una transizione graduale verso il pensionamento. Il governo migliora la compatibilità tra pensione e lavoro, regolamentando le modalità di pensionamento attivo e parziale. Il Congresso convalida il miglioramento del pensionamento, che consente un’uscita progressiva dal mercato del lavoro e l’assunzione di nuovi professionisti. Alcune aziende hanno adottato politiche interne di gestione dell’età, come l’abbinamento dei posti di lavoro, il mentoring intergenerazionale o condizioni di lavoro più flessibili, riconoscendo il valore aggiunto fornito dai lavoratori più esperti. Queste misure rispondono sia alla sfida dell’invecchiamento della popolazione sia alla necessità di garantire la sostenibilità del sistema pensionistico.

Lavorare dopo la pensione: tra scelta e necessità

In Spagna, lavorare dopo il pensionamento è ancora poco comune ma in crescita. Secondo i dati del 2023 dell’Istituto Nazionale di Statistica, riportati da Inmaculada Ruiz Martín, presidente della Unión Democrática de Pensionistas (UDP), circa 185.000 persone tra i 50 e i 74 anni hanno continuato a lavorare nei sei mesi successivi al primo assegno pensionistico. Per il 18,8% la motivazione era economica; quasi la metà lo faceva per interesse personale o perché il coniuge lavorava ancora.

Dati analoghi arrivano dalla Unión de Jubilados y Pensionistas di UGT, che distingue due fenomeni: da un lato la “pensione attiva” (ossia la possibilità legale di lavorare percependo parte della pensione), scelta solo dallo 0,9% dei pensionati nel 2024; dall’altro, un’ampia fascia di lavoro informale e non regolamentato, spesso invisibile nelle statistiche ufficiali.

Secondo UGT, le ragioni della prosecuzione lavorativa sono principalmente economiche. Oltre 3,3 milioni di pensionati ricevono meno di 750 euro al mese, e circa 450.000 persone – in gran parte donne – vivono con pensioni non contributive di circa 515 euro, al di sotto della soglia di povertà. Non manca chi lavora per scelta: consulenti, formatori, professionisti che desiderano restare attivi. Ma molti anziani operano in settori precari come assistenza domestica, agricoltura, commercio informale – spesso senza tutele.

UDP sottolinea che il diritto a una pensione dignitosa non deve essere subordinato alla disponibilità a lavorare. Secondo Ruiz Martín, forzare l’allungamento dell’età lavorativa può avere impatti negativi, inclusi effetti sulla salute, come dimostrato da studi della Fundación Fedea. Le donne risultano particolarmente penalizzate, specie se con carriere discontinue.

Entrambe le organizzazioni sindacali denunciano anche la diffusione dell’ageismo – la discriminazione basata sull’età – che, secondo UDP, trasforma l’inattività in una condanna per molti over 50, impedendo una scelta davvero libera. UGT richiama inoltre l’attenzione sul crescente ruolo degli anziani come sostegno economico per intere famiglie.

In conclusione, il lavoro dopo la pensione può essere una risorsa, ma non deve diventare un obbligo imposto dalla precarietà. È una questione di diritti, dignità e giustizia sociale.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti