Le vie dello sviluppo

Imballaggi, serve un modello di sostenibilità integrata

L’accidentato percorso decisionale del progetto di direttiva europea sugli imballaggi deriva da un problema che ci attanaglia nella transizione ecologica

di Andrea Illy

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

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L’accidentato percorso decisionale del progetto di direttiva europea sugli imballaggi deriva da un problema che ci attanaglia nella transizione ecologica. Punta infatti a minimizzare l’impronta ecologica complessiva degli imballaggi, secondo il noto principio delle 3R – riduzione, riutilizzo, riciclo – ma a prima vista considera prevalentemente l’aspetto ambientale, tralasciando le possibili ricadute in ambiti altrettanto importanti, quali la salute e l’economia.

L’approccio riduzionistico, che mira ad affrontare uno ad uno i diversi ambiti della sostenibilità, come le emissioni di carbonio, la perdita di biodiversità, lo spreco alimentare, la conservazione dell’acqua è un problema ricorrente a tutti i livelli, normativo, economico, tecnologico e industriale.

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La società, l’economia e l’ambiente sono sistemi enormemente complessi, che pertanto non seguono dinamiche lineari e non sono prevedibili. Inoltre, interagiscono tra di loro in modo incontrollabile, creando un “meta-sistema eco-socio-ambientale” di complessità superiore. Ogni tentativo di affrontare questo meta-sistema o una delle sue parti in modo riduzionistico è pertanto destinato a fallire, o perché non è in grado di raggiungere il risultato prefissato o, peggio ancora, perché il risultato viene raggiunto a scapito di ambiti diversi.

La Regenerative Society Foundation (RSF), che ho l’onore di co-presiedere, affronta, in modo apolitico e agnostico, proprio questo aspetto preoccupante, che crea più problemi che soluzioni sia per le aziende, sia per i consumatori.

Per spiegarlo, va fatto un passetto indietro, analizzando il concetto stesso di sostenibilità. Sostenibilità significa perpetuare le condizioni vitali sul pianeta, e poiché tutte le condizioni vitali sono prodotte dai cosiddetti servizi ecosistemici, riprodotti all’infinito dalla biosfera attraverso la rigenerazione, non può esserci sostenibilità senza rigenerazione. Pensiamoci: l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo, i tessuti che indossiamo, i materiali che usiamo, finanche la salute e le condizioni climatiche di cui godiamo, sono tutti prodotti dalla biosfera. Si tratta quindi di una gigantesca ruota che gira, e non dei singoli raggi che la sostengono.

In un momento in cui, come specie, abbiamo raggiunto il picco del nostro sviluppo demografico, economico e tecnologico, ci rendiamo conto che il modello estrattivo e lineare che ci ha portati fino a qui è intrinsecamente insostenibile, perché consuma troppe risorse naturali e inquina, impedendo con ciò la rigenerazione. Infatti, abbiamo sforato 6 confini planetari su 9 e, ancor più grave, questo modello di sviluppo non ha la capacità di invertire la tendenza per tornare nella zona di sicurezza. Entro i prossimi 40 anni i consumi mondiali raddoppieranno nuovamente: come pensiamo sia possibile che ciò avvenga se siamo già alle corde adesso? Ecco perché serve la transizione a un nuovo modello di sviluppo rigenerativo, che punti a massimizzare il benessere delle persone con più salute e più inclusività, ma con un’economia molto più efficiente sul
piano del consumo di risorse naturali e priva di inquinamento, per favorire la rigenerazione sia della biomassa, che è l’unico modo di sequestrare carbonio, sia della biodiversità, che è l’unica produttrice di servizi ecosistemici.

Una valutazione sistemica deve prendere in considerazione l’impatto su tutte queste variabili. Inoltre, la sostenibilità deve essere necessariamente integrata, perché non può esistere sostenibilità ambientale senza sostenibilità economica e sociale, e viceversa. In tal senso, va innanzitutto assicurata la business continuity, tramite l’adattamento alla crisi climatica, possibilmente con azioni che contribuiscano al contempo anche a mitigare l’impatto ambientale. Certo, chi legge avrà già pensato che sono valutazioni troppo complesse da fare caso per caso. Ma bisogna farle, altrimenti rischiamo di fare danni. Il problema sorge quando cominciamo a parlare di numeri e indicatori, soprattutto perché non esistono ancora metodologie per una valutazione d’impatto sistemica, che consideri tutte le possibili cause e tutti i possibili effetti.

La Rsf è impegnata a sviluppare questa nuova scienza, perseguendo un approccio multidisciplinare supportato dall’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di affiancare il mondo delle imprese nel loro percorso di transizione volontario o, sempre di più, obbligatorio, anche tramite un’attività di advisory alle istituzioni, affinché assicurino il necessario approccio sistemico delle normative.


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