Conserve ittiche

Il tonno in scatola vale 1,6 miliardi: vendite in diminuzione del 4%

Acciughe e sardine conquistano quote di mercato: nel 2024 sono cresciute sia a volume che a valore

di Silvia Marzialetti

Diminuiscono i consumi di tonno in scatola

3' di lettura

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Da dove arriva il tonno nella classica lattina che consumiamo abitualmente? Dai mari tropicali, in particolare da Thailandia, Indonesia, Seychelles e Papua Nuova Guinea. Si tratta del tonno pinna gialla, mentre il tonno rosso - oggi presente in quantità minori nei nostri mari - è calmierato mediante quote Icat e fermo pesca e destinato alla nicchia del mercato giapponese.

Quel tonno rosso, protagonista suo malgrado delle mattanze al largo della costa di Trapani, c’è chi se lo ricorda bene. È Filippo Amodeo, vice-presidente Ancit (l’Associazione dei conservieri ittici e delle tonnare aderente a Confindustria) e amministratore dell’azienda Nino Castiglione (137 milioni di fatturato nel 2024, 130 milioni di scatolette prodotte annualmente). Suo nonno - fondatore dell’azienda - “prese in gabella” la tonnara di Favignana dal 1985 al 1996, in precedenza appartenuta ai Florio, famiglia di commercianti, armatori, mecenati. Con loro la lavorazione del tonno subì trasformazioni epocali, passando dallo stivaggio sotto sale in barili di legno, alla conservazione sott’olio, fino ad arrivare all’inscatolamento in latta.
Anche gli anni a gestione Castiglione sono scanditi da racconti avvincenti, (come la cattura uno squalo bianco nel 1987); sanno di braccia forti, albe e fatica, con i pescatori intenti a convogliare i tonni nella cosiddetta “camera della morte”, mentre il rais intonava la classica litania che accompagnava il lavoro. Si pescava solo 40 giorni l’anno tra maggio e giugno: i tonni sono apolidi e quello era il periodo in cui attraversavano l’incantevole tratto di mare su cui affaccia la mezzaluna di Trapani. Poi il flusso è cessato.

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Oggi l’azienda Nino Castiglione - che negli anni si è dovuta necessariamente riconvertire al pinna gialla per raggiungere il break even - è il primo produttore italiano di tonno in scatola a private label per circa 30 attori della Gdo, tra cui Coop, Conad, Esselunga e Filippo Amodeo passa buona parte dell’anno dall’altra parte del mondo a verificare l’affidabilità dei fornitori super-certificati e la qualità della materia prima.

Il tonno in scatola tiene alta la bandiera delle conserve ittiche, mentre acciughe e sardine rosicchiano nuove quote di mercato: nel 2024 sono cresciute sia a volume che a valore (+2,7% e +4% le prime, 5,3% e 3,4% le seconde). Prodotte e lavorate all’estero (prevalentemente Albania e Marocco) sono importate come prodotto finito in Italia per essere vendute. Insieme con le altre conserve ittiche (sgombro, salmone in scatola, antipasti di mare), rappresentano un quarto del mercato, pari a 400 milioni di euro.

Per quanto riguarda il tonno, ammontano a 110mila tonnellate i volumi venduti nel comparto retail nel 2024, per un valore di 1,6 miliardi di euro (compresa la ristorazione).

Rispetto al 2023 i dati Circana registrano un calo del 4%, cui è corrisposto un lieve aumento di fatturato dell’1,5%. Effetto inflazione, ma non solo. Lo spiega bene l’Ancit. «Considerato l’incremento dei costi dell’olio, l’industria ha proposto formati contenenti quantità ridotte», commenta il presidente Giovanni Battista Valsecchi. Rimane invece invariata la quantità di tonno, che non può scendere al di sotto del minimo previsto per legge (65% di tonno nel caso del sott’olio, 70% nel caso di prodotto al naturale). «Nulla a che vedere con la tanto contestata shrinkflation, soltanto «una strategia commerciale per contenere i prezzi e per soddisfare le esigenze anti-spreco dei consumatori che, nella maggior parte dei casi, buttano l’olio utilizzato in lattina per conservare il prodotto», conclude.

Corre l’export, che tocca quota 30.600 tonnellate, guadagnando 9,5 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Germania, Grecia, Austria, Croazia, Slovenia rappresentano i principali destinatari dei flussi, ma stanno crescendo anche nuovi mercati: Europa dell’est, Emirati Arabi e Canada, grazie all’accordo Ceta.

Il comparto guarda anche a nuovi mercati, sia in chiave offensiva (area Mercosur), che difensiva (area Asean). «Nel primo caso si tratta di valutare l’opportunità di avviare nuovi business in aree poco presidiate, nel secondo di presidiare gli accordi in corso di negoziazione con Paesi concorrenti, con l’obiettivo di semplificare ulteriormente le relazioni commerciali, riducendo le barriere doganali e promuovendo lo sviluppo economico reciproco», spiega il direttore Ancit, Giorgio Rimoldi.
Chiuso l’accordo col Vietnam, l’attenzione ora è puntata su Thailandia e Indonesia
«sul cui export gravano dazi del 24%, che è bene permangano».

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