L’e-commerce in Italia

Il digitale traina le imprese. Vincono i pagamenti multicanale

A oggi le aziende italiane che hanno attivato un canale commerciale online sono 87mila. Prevalgono le realtà di piccole dimensioni. Cosmetica in testa tra i settori

di Camilla Colombo e Camilla Curcio

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Rafforzare gli investimenti in persone e tecnologie e trasformare la presenza online in sostenibilità a lungo termine. Si potrebbe sintetizzare così lo stato di salute del rapporto fra aziende e digitale che emerge dai dati dell’Osservatorio sui siti e-commerce italiani realizzato da Netcomm, in collaborazione con Cribis, società del Gruppo Crif, che Il Sole 24 Ore del Lunedì anticipa e che sarà presentato al pubblico durante la XXI edizione di Netcomm Forum mercoledì 6 e giovedì 7 maggio all’Allianz MiCo di Milano.

Lo scenario nazionale

Il turnover registrato quest’anno – nel 2026 sono entrate nel panorama digitale quasi 22mila nuove aziende (di cui 12mila nuove società di capitale), ma più di 23mila realtà attive nel 2025 non sono più presenti – è importante ed evidenzia come il mercato si stia progressivamente concentrando attorno a operatori più strutturati: le società di capitale con e-commerce sono 47mila (il 54% del totale), ma generano il 96,1% del fatturato complessivo. Rispetto allo scorso anno si segnala, infatti, un calo del 4,4% delle realtà imprenditoriali attive nell’e-commerce: si è passati da 91mila a 87mila. Di queste, oltre il 90% sono micro (68,4%) e piccole realtà (23%): le microimprese, inoltre, crescono del 37,7%, mentre le grandi calano del 14,3%.

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«Penso che questo ricambio sia congeniale al nostro scenario imprenditoriale e alle sue criticità», spiega Roberto Liscia, presidente di Netcomm. «Le aziende italiane sono per la maggior parte piccole, accedono facilmente al digitale perché dietro ci sono imprenditori giovani abituati da utenti a questi canali e che hanno saputo integrare l’e-commerce nel processo di vendita. Tuttavia, piccole dimensioni e poca capacità di fare economia di scala ne alimentano la volatilità e ne ostacolano la sopravvivenza sul mercato».

Il primato del Sud

In questo scenario, si fanno evidentemente spazio le Mpmi, soprattutto al Sud. Dove si parla, da un lato, del 31,5 per cento delle società di capitale che hanno implementato un canale e-commerce nella loro strategia (a Nord-ovest oltre il 25 per cento e al Centro circa il 23 per cento). E, dall’altro, del 31,2 per cento di imprese individuali e società di persone (a Nord-ovest si assestano al 26,3 per cento, trainate dalla Lombardia, e a Nord est al 21,8 per cento).

«La prevalenza delle microimprese e l’emergere di una nuova generazione di imprenditori fanno sì che il Sud Italia, finora rimasto un po’ indietro nella digitalizzazione, stia recuperando terreno perché i giovani hanno iniziato a proiettare le loro aziende in una prospettiva digitale e nell’Italia meridionale c’è una alta concentrazione di realtà più o meno piccole ma che portano avanti con grande efficacia la tradizione del manufatto italiano», aggiunge Liscia. «Questo, ovviamente, non le salva dall’alta volatilità che attraversa il panorama nazionale: ben venga, quindi, un Sud attivo e propositivo ma servirebbe uno sforzo di sistema tanto per scalare quanto per fare sinergia e ottenere sempre migliori risultati».

A livello provinciale, invece, gli hub di punta del commercio digitale si confermano tanto per le società di capitale quanto per imprese individuali e società di persone Milano, Roma e Napoli. E per quanto riguarda l’anzianità aziendale, le prime stanno tra 6 e 25 anni di attività, le seconde tra 11 e 25: in entrambi l’aumento dell’età media denota più maturità e una certa stabilizzazione nel digitale.

Settori: crescite e cali

Spostando il focus dal generale al particolare, quindi ai settori merceologici, l’indagine mostra che quelli più inclini alla digitalizzazione, vale a dire con una maggiore incidenza di e-commerce rispetto al totale delle aziende del proprio comparto, sono cosmetica (35,3%) che cresce del 5,9%, giocattoli (33,5%) che registra un +4,5%, ed editoria (24,7%) che, invece, segna un -11,9%. Continua a crescere l’arredamento (+6,5%), mentre cali marcati si registrano anche nel turismo (-29,7%) e nel ticketing (-21,2%). Se guardiamo, invece, ai dati in valore assoluto moda e food & beverage sono le aree più rappresentate, rispettivamente con 5728 e 4712 società di capitale attive nell’e-commerce.

«I segmenti in crescita sono quelli che beneficiano a pieno del traino del digitale», nota Liscia. «Per gli arredi, pensiamo all’uso del 3D nella costruzione degli interni. O per i cosmetici alla leva dei social nella narrazione dei prodotti. E dell’Ai nella prova a distanza (try on). Quanto, invece, ai comparti in calo, si può dire che i giochi siano già fatti: sono nati digitalmente, hanno sviluppato piattaforme che hanno segnato la storia ma oggi non c’è margine di incremento dei player. I nuovi imprenditori o chi lancia start up non investono su questi ambiti».

Focus sui social media

Per le aziende con una piattaforma e-commerce attiva, la comunicazione non può che muoversi sui social media (nel 2026 oltre l’83% delle aziende con e-commerce è presente su almeno una piattaforma). Sebbene Facebook resti tra i più usati, si nota la crescita di Instagram, che passa dal 69,6% al 73,8%, e la tendenza a una forte specializzazione strategica: YouTube è il canale privilegiato per l’elettronica mentre Pinterest domina nell’arredamento. «L’exploit di alcune piattaforme non è legato solo ai baricentri generazionali che si spostano nel tempo», chiosa Liscia. «Ogni social ha una sua ragione d’essere e gli utenti li scelgono in base a esigenze precise: su Facebook cercano il racconto e il rapporto con gli altri, Instagram o TikTok consentono di relazionarsi invece con esperienze di prodotto e di consumo».

Pagamenti e multicanalità

Rispetto ai pagamenti, emerge una spiccata tendenza alla multicanalità, con una forte diversificazione delle soluzioni per intercettare un parterre più consistente di clienti e dar loro più scelta. Il 79% delle aziende propone più di un metodo di pagamento, solo il 20,8% ne offre solo uno: PayPal resta in testa, seguito da carta di credito e bonifico bancario.

Tra le varie opzioni a disposizione dei potenziali acquirenti, è interessante l’ascesa del buy now pay later. «Dipende da vari motivi. Negli ultimi dieci anni ha vissuto un boom in Europa, ha cambiato pelle e oggi è il mezzo ideale per pianificare gli acquisti. Fasce giovani e più agée lo adoperano, soprattutto in questa fase di erosione del potere d’acquisto, poiché consente pagamenti rateali. Poi, con la seconda direttiva Ue sul credito al consumo, presto sostituirà il credito al consumo tradizionale, facendosi accessibile a una platea più ampia. E confermandosi anche come strumento d’incentivazione agli acquisti: il venditore che non lo adotta rischia di perdere clienti».

Un mercato competitivo e polarizzato

La riduzione del numero di imprese attive nello scenario e-commerce è sinonimo di una traslazione del mercato verso modelli più sostenibili e competitivi. Le realtà attive, infatti, hanno una solidità finanziaria superiore: nel 2026 oltre il 77 per cento delle società di capitale con e-commerce ha registrato un utile di esercizio versus il 74 per cento circa della media. Non solo: l’indagine mette in luce anche una rischiosità commerciale più bassa (solo il 17 per cento circa ha rischiosità elevata, a fronte del 30 per cento circa registrato in media tra le società di capitale che non vendono online).

Crescita graduale anche sul fronte della digital attitude: nel 2026 oltre il 24 per cento delle imprese italiane ha un livello medio-alto di maturità digitale (nel 2025 il tasso era del 22,7 per cento). Ma il dato più consistente emerge dal paragone: il 63,9 per cento delle società di capitale con e-commerce raggiunge un livello elevato rispetto al 7 per cento di quelle che operano solo offline. Un gap che prova come la presenza sul web sia sintomo strutturale di innovazione e solidità.

Resta il nodo dell’internazionalizzazione: il 55 per cento del campione ha ancora poca proiezione verso l’estero. L’elettronica si conferma nuovamente il settore più dinamico e orientato ai mercati globali (con un tasso di internazionalizzazione alto nel 55 per cento circa dei casi).

E guardando al futuro, quali sono le soluzioni da mettere in campo per restare sulla cresta dell’onda? «Bisogna sicuramente avere una strategia strutturata, non basta fare e-commerce o puntare su un prodotto di successo per vincere», conclude Liscia. «Occorre essenzialmente fare leva su due cose: capire su quali mercati e quali clienti puntare, ideando anche un piano marketing efficace in grado di intercettare il pubblico e fissando una direzione che consenta di rispondere ai suoi bisogni. E poi lavorare sulla digitalizzazione dei processi per renderli più efficienti, più comunicativi, più veloci. Anche, ad esempio, attraverso l’intelligenza artificiale, che da qui agli anni che verranno sarà un vero e proprio game changer».

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